Francesco Paolo Frontini (Catania, 6 agosto 1860 – Catania, 26 luglio 1939) è stato un compositore, musicologo e direttore d'orchestra italiano.

«Bisogna far conoscere interamente la vera, la grande anima della nostra terra.
La responsabilità maggiore di questa missione dobbiamo sentirla noi musicisti perchè soltanto nella musica e nel canto noi siciliani sappiamo stemperare il nostro vero sentimento. Ricordatelo». F.P. Frontini

Dedicato al mio bisnonno F. P. Frontini, Maestro di vita. Pietro Rizzo

giovedì 20 aprile 2017

Una notte futurista con Marinetti e un filosofo pazzo


Una Myriam Manzella quindicenne scrive la sua serata romana del 1939 tra locali e protagonisti del tempo «a diventar matti dalle risate» sul «sacramentale cosmico»



Myriam


Su 4 foglietti, trovati fra le pagine de “Il poema dei Sansepolcristi”, scrive il 20 luglio 1939 una Myriam Manzella quindicenne: «Ieri sera ò passata una serata che non dimenticherò mai più. Bella, interessante, e strana. In casa di Marinetti il simpatico futurista, abbiamo conosciuto un giovane poeta sardo, direttore di un giornale “Mediterraneo futurista”, Pattarozzi, col quale assieme ai coniugi ci siamo intrattenuti in interessantissima conversazione. Si parlava di arte, di politica, del dolore, di gelosia, di popoli, di costumi; insomma un genere di conversazione che à fatto volare il tempo. Marinetti è un Sansepolcrista idolatra di Mussolini come mio padre e Pattarozzi quindi trovandosi perfettamente d’accordo anche in questo campo la conversazione non languiva. Io ò avuto regalato da Marinetti un suo libro con la dedica che mi à procurato un immenso piacere. Dimenticavo di dire che c’era con noi una simpaticissima ed intelligentissima signora amica nostra. Pattarozzi ci ha accompagnati fino al filobus e coi lui ci siamo puntati per le dieci in caffè. Lì abbiamo trovato un filosofo mezzo pazzo con la moglie, e un architetto amici di Pattarozzi. Mentre si parlava simpaticamente ecco che il filosofo, che oltre ad essere pazzo era anche divertentissimo, ci chiede se ci fossimo mai occupati del “sacramentale cosmico”; ricevendo risposta negativa incomincia a spiegare. Bisognava starlo a sentire. Discorsi senza capo né coda senza un nesso logico, senza una conclusione, c’era da diventar matti dalle risate. Si beveva della birra di cui l’amico non faceva economia; ad un certo punto ci lascia “per andare a bere un calice! ”. La moglie un tipo di gatta infatuata dai discorsi del marito à l’incarico di spiegarci il “sacramentale cosmico” che poi è diventato il mito della serata. Insomma non si viene a capo di niente. Ed ecco che il “pazzo filosofo” dopo un dieci minuti di assenza si fa risentire attraverso il telefono dicendo di trovarsi alla “Rupe Tarpea” invitandoci a raggiungerlo immediatamente. Divertiti da questi contrattempi accettiamo allegramente.
La “Rupe Tarpea” è un ritrovo interessantissimo, che ricorda i tempi degli antichi Romani nella sua costruzione, locale caratteristico Romano, ritrovo di strana gente. Poeti, cantanti, filosofi, donnette stralunate. Tutti bevono a gara e mangiano olive salate. Ci sediamo su delle botti che fanno da sedie accanto ad un rozzo ma bel tavolo di quercia, si sturano parecchie bottiglie di Chianti, Lambrusco, Moscatello, Frascati di cui ne beve in massima parte il filosofo che ad un certo punto invita il poeta a declamare qualche sua poesia, noi approviamo con entusiasmo: versi strani, che non ò mai sentito, forse perché finora non conoscevo poesie futuriste, ma dotate specialmente in certi punti di una grande forza, tratti decisi, sagome stagliate, contorni balzanti. Insomma sono piaciuti a tutti. Il filosofo era già brillo e voleva assolutamente che Pattarozzi recitasse “forte sempre più forte, tutti debbono sentirti! ”. E quello che gli dava ascolto e si riscaldava nella eccellente declamazione esaltandosi un po’ da futurista. Dietro il nostro tavolo attraverso una strana ringhiera di legno lavorato si vedevano seduti tre coppie uomini e donne che cantavano a sfiata polmoni; ancora più oltre, due uomini ad un tavolino, gli occhi negli occhi, tratti nei tratti discutere animatamente interrompendosi solo per bere. Proprio sotto un’anfora antica romana che stava sospesa in un angolo della sala, due uomini ed una donna che rideva e rideva, ubriachi fradici. Rendevano ancora più strano il locale gli impeccabili camerieri che silenziosamente scivolavano attraverso le botti e i tavoli come se fossero stati estranei a tutto ciò. Lucerne ciondolanti dal soffitto volevano forse con la loro luce malata cercare di soffocare quel chiasso. Non so da dove, trapelava a tratti della musica che sembrava quasi cercare d’infiltrarsi nelle brevi pause delle voci... e il poeta cantava i suoi “archi cilestrini” i suoi “coltellacci di sole”, “i porti ansimanti della Sardegna”.
Uscimmo da quel locale a mezzanotte passata. Il “Filosofo” a braccio della moglie completamente sbronzo che con i suoi strampalati discorsi ci faceva letteralmente crepare dalle risate, il poeta eccitato, l’architetto occhialuto che tentava di spiegarci il valore della finestra in una casa. Roma dormiva sotto un cielo incendiato di stelle, vegliavano solo le fontane, i cui bianchi spruzzi baluginavano come bianche braccia di donne sopra un tessuto di notte. E il poeta volle ancora cantare alla città addormentata, forte, che tutta Roma lo sentisse, dimenticammo noi stessi e dove ci trovavamo, ci riportò alla realtà il “filosofo” che voleva assolutamente tornare a casa in carrozza. Ridendo ci muovemmo alla caccia d’una carrozza che finalmente fu trovata. Ci volle un bel pezzetto per convincere il “filosofo” che nella carrozza non ci si stava tutti, e finalmente ci accomiatammo dopo avere ancora una volta pregato “l’ubriaco” di spiegarci il “sacramentale cosmico”. Mentre per via Nazionale si perdeva lo zoccolio del cavallo ci avviammo sotto braccio al nostro albergo. 20 Luglio».
Cara Marussja, quando la memoria tace rimane solo la parola scritta a ricordarti come eri, rimane l’abbraccio di chi ti accompagna e con te condivide la povertà che ci rende fragili: quella del tempo. Ma tu rispondi col titolo della tua ultima raccolta di poesie: “Che importa il tempo”. È vero: ora ci hai trascinato in quella lontana serata futurista e anni fa ci hai nutrito con la bellezza dei racconti pubblicati su “La Sicilia”. Auguri madre. - LUNEDÌ 22 SETTEMBRE 2014


mercoledì 5 aprile 2017

" CRITICA ed ARTE „ in Sicilia, le prime "voci" del Futurismo 1907



ANNO 1, n.1 20 febbraio 1907 Catania


Ad limina...

Ricordo, non senza compiacimento, il fervore gioioso con che iniziammo in una rivista siciliana
la nostra battaglia di idee e di arte, e le accanite scaramucce provocate e i giudizi severi e a volte
taglienti per articoli arditi, mossi più che da risentimento da giustizia.

Forse era nelle mie intenzioni di provocare la vitalità latente d'una frotta vigorosa di energie giovani, avidi d'una voce di richiamo, ma per una vernice di regionalismo ch'io diedi alle mie parole d'allora fui inteso  male.
Si credette ch'io volessi gridare per la smania vana di farmi notare, fingendo di volere imporre nomi e glorificare una regione dimenticata; gridare per raccogliere il buon pubblico ad annunziargli che era un grande ingenuo, che si trovava in errore, non avendo ancora aggiudicato a noi siciliani la corona dei forti, dei laboriosi dei più degni.
Ed anche l'amica Adelaide Bernardini, ora nostra cara compagna di lavoro, mi feriva con una frase ch'io non dimenticherò mai: « Voi siciliani avete la simpatica velleità di credervi superiori a tutti » ; e con altre parole: « Voi siete uguali agli altri forse, ma non avete fatto mai  niente per farvi  valere ».
Proprio così, ma non è stata tutta colpa nostra.
Per diverse condizioni, storiche ed economiche, abbiamo visto i nostri ingegni migliori esulare verso il settentrione d'Italia, disgregando le nostre forze e importandovi i frutti saporosi della loro arte ; cosi che la mancanza d' un centro di cultura, centro di radiazione e di convergimento, à rubato educazione artistica alla nostra regione, à lasciato nell'assonnata inattività l'industria dell'arte, ci à come divisi dal resto del mondo che progredisce, ed à acuito il nostro sguardo e le aspirazioni solitarie verso il settentrione.
Perduto da un canto il tempo aspettando il verbo dall'alto, dall'altro siamo rimasti a lamentarci che. questo non perveniva ai nostri inesercitati timpani auricolari.
E le cose stavano così.
Ad un tratto noi giovani, noi di oggi, spiriti nuovi e arditi per temperamento, spalancando gli occhi al Sole abbiamo con terrore considerato l'enorme e soffocante strato di polvere che pesava sulle case nostre, sui nostri abiti, sulle nostre anime.
Da prima sconfortati ci siam detti su per gli arcaici gazzettini quante tristezze avevamo per atavici vizi accumulate, ed infine, in una rivoluzione gloriosa di vita, più che cedere alla miseria e al magnete di un Sole lontano, emigrando divisi verso di Lui, abbiamo voluta rifare e ritessere, colmando con volontà e potenza di tutte le virtù, l'abisso.

***

L'Arte come manifestazione dello spirito è una libazione diretta del benessere del progresso e dell'attività così col rinascere della vita economica la Sicilia nostra ha risentito il culto ed il gusto dell'Arte.
Mancavano centri di supremazia intellettuale, oggi Palermo è divenuta una città discretamente elevata ; Catania si svecchia per volontà dei giovani, che tutto possono quanto vogliono, purché tutto ardiscano.
Critica ed Arte, fondando le sue salde radici sopra il fermento fecondo di queste anime giovani sarà l'eco della rinascita e del rinnovamento.
Siamo convinti, e ne diamo la prova, di non fare regionalismo, già che pensiamo ad una non lontana arte cosmopolita, in qualche modo annunziata, ma lo sviluppo di tutte le forme superiori dell'attività bisogna che in ogni parte raggiunga il grado opportuno: E noi nasciamo ora.
Vogliamo per questo il contributo di tutte le forze nuove d' Italia e fra queste divulghiamo la nostra parola perchè addimostri che anche da noi, quaggiù, si vuol lavorare, per la coscienza di poter fare.
Innumeri sono i tramonti di astri che dileguano,' sol diradando le tenebre che già squarciarono, ed in contro insanguinati brani di cielo violentano albe freschissime.
         Diane pugnaci !
Gesualdo Manzella Frontini


 “ Nel gennaio del 1907 io lanciavo un manifesto che preludeva la pubblicazione d'un giornale letterario, “Critica ed Arte” forse non ignoto a qualcuno di voi. Il manifesto fu accolto con ostilità molte: esso portava fra le righe frasi stilizzate la rivolta futurista, ma non ne conteneva il nome, né la prepotenza aggressiva. Ebbi pochi aderenti e tra questi un giovane di genio, Filippo Tommaso Marinetti, che fu collaboratore nel mio giornale e che mi divenne amico affettuoso.
Era trascorso un anno quando il Figaro, il giornale diffuso parigino, lanciava al mondo col nome di futurismo un grido di elevazione di rinnovamento di nuovo orientamento, e il Marinetti eroicamente affrontava con la stessa idealità e con mie identiche la lotta ch'io non avevo saputo sostenere...” 

--------------------------

Altro 

domenica 2 aprile 2017

PITRÈ, LA MUSICA POPOLARE E IL CARTEGGIO INEDITO COL MAESTRO F. P. FRONTINI





Nell'autunno del 1883 il giovanissimo Maestro catanese Francesco Paolo Frontini assolveva l'incarico, avuto un anno prima dalla Casa musicale Ricordi, di preparare una raccolta di melodie popolari siciliane.
La raccolta, formata di cinquanta canti corredati di « interpretazione » italiana, uscì col titolo Echi della Sicilia e recò dedica di « affetto e riconoscenza » « all'Illustre Professore Cav. Giuseppe Pitrè », cui, difatti, l'autore, dando inizio al lavoro, si era manifestato bisognoso di consiglio e di aiuto:  « Mi troverei in un mare di confusione — aveva scritto da Catania il 4 ottobre 1882 — s'Ella col suo più che valevole appoggio non volesse aiutarmi ».
Per spiegarci il coraggio, la confidenza sia pure rispettosa, onde il Frontini si rivolgeva a studioso celebre qual era già il Pitrè, dobbiamo ricordare ch'egli lo aveva avuto professore di lettere nel Collegio di musica — oggi diciamo Conservatorio — della capitale siciliana, presso il quale aveva compiuto i suoi studi. Di recente poi si erano incontrati a Catania dove il Pitrè era stato in visita con la moglie.  La preghiera di aiuto non era rimasta nel generico, anzi, in quella stessa prima lettera, si era concretata in richieste precise: al Frontini occorreva da una parte il seguito di alquante arie, di cui con le melodie aveva trovato il testo della sola prima strofe nella raccolta dei Canti siciliani, dall'altra l'intero testo di canti di cui aveva trascritto personalmente la musica. 
I problemi, però, come suole, si moltiplicarono, nascendo si può dire l'uno dall'altro, cosicché, non appena il Pitrè (sul momento impedito da motivi di salute) potè rispondergli, soddisfarlo in quanto possibile nelle richieste, assicurarlo della sua volontà di cooperare, il dialogo epistolare fra i due studiosi divenne così ricco e, in particolare da parte del Frontini, così frequente, da apparirci oggi fonte di vivo interesse per la storia retrospettiva degli studi di musica popolare in Sicilia, come pure per la ricostruzione del ruolo avuto in essi dai personaggi di cui ci occupiamo.

Diciamo intanto che il carteggio, nello stato in cui è giunto a noi posteri, è, purtroppo incompleto, come prova l'assenza di lettere esplicitamente ricordate in quelle possedute. Serba, tuttavia, il meglio e l'essenziale e questo può mitigare il rammarico di ciò che è andato perduto o disperso.
Le lettere del Frontini, in numero di 22, vanno dal 4 ottobre 1882 al 1° ottobre 1891 e sono custodite nella Biblioteca del Museo Etnografico « Pitrè » alla Favorita di Palermo; quelle del Pitrè, 9 soltanto (e tra esse alcune sono cartoline), vanno dal 6 novembre 1882
al 2 gennaio 1915 e fanno parte dei carteggi del Maestro Frontini posseduti dai figli a Catania.
Il Pitrè, felice di vedere che l'antico discepolo si fosse accinto a fare ciò che « tante volte (ve ne ricordate? ) » aveva raccomandato nelle conversazioni letterarie al Collegio palermitano, rispondeva ai vari quesiti. Pel caso prospettatogli, di una melodia di canzone ad ottava mancante del testo, suggeriva di supplire con quella di altra ottava: « la melodia è una per mille »; si dichiarava in grado di fornire qualche altra aria popolare, « ma — chiariva con semplicità — io non so scrivere le note » e le sole parole non avrebbero gran che interesse. 
Con calore consigliava di non occuparsi della romanza Supra 'na navicella, ch'era un'imperfetta importazione estera, ossia di voler dare « una raccolta di arie genuinamente siciliane, caratteristiche ». Questo il contenuto della prima lettera del 6 novembre 1882. A giro di posta, l'8 novembre, ringraziando vivamente, il giovane Maestro motivava la sua insistenza nel desiderare altre strofe dei canti di cui possedeva le melodie con le esigenze del « canto in sala », il quale, se di brevissima durata, delude; consentiva in pieno nella necessità di pubblicare « vere arie e canzoni popolari siciliane » e pertanto chiedeva ansiosamente se le canzoni da lui raccolte fossero « siciliane o sicilianizzate », infine sollecitava consigli.
Purtroppo noi non potremo commentare qui, una per una le lettere; diremo che il lavoro del Frontini, febbrile come fu, giunse piuttosto rapidamente alla fine. Al termine del gennaio 1883 egli inviò al Ricordi le prime venti canzoni raccolte, alla metà di febbraio ne mandò delle altre raggiungendo il numero di trenta ( tutte, sperava, genuine siciliane) e, pur desideroso di poterne raccogliere altre ancora, giudicò venuto il momento di procurarsi un autorevole presentatore. E chi più autorevole del Pitrè?
Senza esitare, misurando i « vantaggi immensi » che gli avrebbe arrecato la condiscendenza di colui al quale si rivolgeva, lo pregò « caldamente » di volere scrivere « due parole di prefazione ad essi canti » allo scopo di rendere interessante la « piccola raccolta », di farle « acquistare un merito » che — diceva con sincera modestia — pel momento non aveva. 
L'indugio della risposta non lo disarmò. Recatosi a Milano ai primi di maggio di quell'anno 1883 per seguire da vicino il lavoro di composizione tipografica e di correzione delle bozze, il giorno 6 replicava la preghiera accompagnandola con quella di volere accettare la dedica che si era permesso di fargli dell'opera.
Perchè, vien fatto di chiedersi, tanto ritardo da parte del Pitrè?



In verità il Frontini gli aveva chiesto due parole di prefazione, ma il Pitrè non era uomo da prendere la cosa alla lettera, stendendo qualche riga affrettatamente. Onde quando scrisse giustificando il ritardo e mostrandosi ben disposto ad accogliere l'istanza del suo giovane amico, la prima cosa che fece fu quella di chiedere dilucidazioni su ciò che la prefazione avrebbe dovuto contenere o forse sul modo della sua impostazione; ci esprimiamo dubitativamente perchè la cartolina che avrebbe dato il testo genuino, manca e della sua esistenza e contenuto desumiamo notizia dalla risposta del Frontini in data Milano 20 maggio.
Da questa risposta comincia una fase nuova, forse la più importante, del carteggio in esame per la quale ci troviamo anche più sensibilmente a contatto di due competenze distinte che collaborano sentendo indispensabile questa collaborazione, determinandone il raggio.
A volta di corriere il Frontini precisava non essere necessario entrare a parlare minutamente di ogni canzone, di ogni cantilena, di ogni melodia, lavoro lunghissimo; bastava « far rilevare che le nostre canzoni hanno « un carattere speciale che si allontana dal lombardo e « dal napolitano, mentre si avvicina moltissimo allo spagnuolo e all'arabo, e come infatti in Mineo si cantano « delle cantilene che in origine sono arabe, e che io — « diceva — ho poste nella raccolta ».
Proseguiva dissertando da tecnico sulla differenza di tonalità che passa fra le canzoni che nascono in città e quelle delle campagne. « Nelle prime prodomina la « tonalità minore, (e non la maggiore per come taluno « ha voluto dire », forse per l'influenza del clima o delle « vicende politiche, e sono per lo più canzoni erotiche e « satiriche, mentre nelle seconde ha quasi base la tonalità maggiore, fatte poche eccezioni, e si cantano in « coro ». 
Faceva però notare che « la tonalità, nelle nostre canzoni [e qui non è chiaro se « nostre » equivalga a « siciliane » oppure si riferisca alle canzoni raccolte], non ha una regola fissa, cambia a secondo di « quello che debba esprimere, ma il minore campeggia « sul maggiore, almeno da quanto ho potuto vedere ».
Faceva successivamente notare che poesie e musiche di autore comprese nella raccolta erano bensì di autore, ma dal popolo erano state fatte proprie; suggeriva di avvertire il lettore che se nella raccolta avesse mai rilevato la presenza di qualche canto sicilianizzato ( ossia non proprio siciliano ), la colpa non era tutta di chi aveva raccolto: « i veneziani cantano la Ciccuzza di Napoli, « i lombardi il Mastru Raffaele, i romani la Rondinella amabile dei lombardi; intendo che la musica è l'istessa, « ma le parole sono cambiate ».
Infine accennava all'interpretazione, alla traduzione cioè in italiano delle cinquanta canzoni pubblicate, traduzione — spiegava — voluta dall'editore « per avere maggiore sviluppo nella vendita ». Mostrando bella sensibilità in materia, diceva a proposito di essa: « comprendo benissimo che perdono molto di quella poesia « caratteristica, di quei vocaboli che racchiudono centomila parole, ma lo scopo è di far conoscere la musica, « e poi, posso assicurarle che la traduzione non è maluccia ».  Tale sua assicurazione cadde nel vuoto. Allorché nei primi di luglio, essendo egli sempre a Milano, ebbe alfine dal tipografo le prime prove di stampa della raccolta e si affrettò, il 7 luglio, a spedirle al Pitrè pregandolo: di correggere quanto di erroneo avesse trovato nella grafia siciliana, di comunicargli le sue impressioni sulla musica e sulla traduzione italiana, di mandargli il testo della prefazione; una cartolina di risposta lo mise in grave inquietudine. L'impareggiabile intenditore di poesia popolare siciliana e sincerissimo amico, preannunziava sì, una prefazione sotto forma di lettera, prometteva un articolo che sarebbe comparso nell'« Archivio delle tradizioni popolari », ma nella maniera più esplicita si mostrava scontento della « interpretazione » per la quale usava addirittura l'epiteto di scellerata. Tutto ciò si deduce dalla risposta (28 luglio) del Frontini, datata da Catania: la cartolina del Pitrè (che oggi manca nel carteggio) gli fu rinviata colà, essendo giunta a Milano quando egli ne era già partito. In quella risposta il Frontini si affrettava a manifestare la sua costernazione, a richiamarsi di nuovo al fatto che la raccolta doveva essenzialmente servire a far conoscere la musica delle canzoni siciliane, soprattutto a scongiurare di non far parola dell'« interpretazione » nè nella lettera-prefazione nè nell'articolo ideato per l'« Archivio », senza di che grave sarebbe stato il danno suo e dell'editore.
Dalle lettere successive di agosto e settembre — ce ne sono rimaste tre del Frontini, una del Pitrè — ricaviamo che sull'argomento la discussione continuò incalzante. Il Frontini (lettera del 1° agosto) si indusse a confessare che le traduzioni appartenevano non a lui raccoglitore, bensì a « diversi giovani suoi amici » i quali godevano della stima del paese; che a lui in principio di carriera, premeva serbare la stima del Ricordi, acquistata con le fatiche del « povero suo giovane ingegno »; a ribadire che la raccolta non doveva essere considerata cosa letteraria, nata com'era per fare conoscere le melodie.
« Ripeto — diceva — che la interpretazione ai canti popolari è un pretesto, direi quasi una polvere gettata « negli occhi per fare invogliare le persone a comperare la raccolta. È mia idea che tutti coloro per i quali « il dialetto siciliano è lingua araba, poco si cureranno « se l'interpretazione è orribile, è scellerata — prova ne « sia la raccolta dei canti napoletani che hanno avuto « un'accoglienza festosa — come ancora i siciliani poco si cureranno delle parole italiane, cantandole in « dialetto ».
Occorrerà appena far notare che il maestro catanese era stato più felice quando aveva affermato l'impossibilità di tradurre bene quei vocaboli che racchiudono in sè « cento mila parole ». Ma ora il caso si era quasi fatto personale e quindi comprendiamo perchè il principio teorico, fondamentalmente giusto, subisse una attenuazione, venisse subordinato in certo modo allo aspetto pratico del caso stesso.
Il Pitrè mandò finalmente il 3 agosto la lettera-prefazione — sette e più pagine della sua minuta caratteristica scrittura — e la accompagnò con un proscritto rassicurante:
« Ricevo or ora la vs. del 1° corr.
« Resto inteso. Vedete se v'ho contentato. Scrivetemi subito, e ditemi che vi pare di queste paginette. « Fatemi poi rivedere le stampe di esse ». E il Frontini, nell'esprimere il giorno 14 la sua profonda gratitudine, prometteva l'invio delle bozze, senza lontanamente sospettare che l'editore non avrebbe acconsentito a pubblicare lo scritto perchè troppo lungo e avrebbe obbligato lui a scrivere su due piedi alcune parole di presentazione (lettera Frontini 22 settembre 1883).
La rapida presentazione premessa ai testi spiegò il proposito dell'autore: « intendo solamente dare un « saggio delle più caratteristiche fra le canzoni dell'isola » e prevenne con appropriate spiegazioni eventuali dubbi o critiche del lettore: « Epperò, è da notare, che « se qualche melodia del continente si riscontra fra quelle da me raccolte, non è da farmene una colpa.
« È risaputo, come molte delle più briose ed allegre canzoni del napoletano e dell'Italia meridionale, « vanno e fanno il giro dell'isola con delle false forme « dialettali; e così si dica anche di qualche patetica ed « amorosa cantilena siciliana, che va nel vicino continente — da ciò, il facile inganno di crederle del paese « ove si cantano ».
Il nome del Pitrè figurò non solo nella dedica riconoscente, posta, come dicemmo, in fronte all'opera, ma anche nelle ultime parole della presentazione che rinnovavano l'espressione della « più affettuosa riconoscenza » per l'illustre professore di Palermo « che tanta parte ha speso al completamento della mia raccolta ».
Alla sua volta il Pitrè gradì molto sia la dedica sia il dono del libro e, « sensibilissimo a tanta bontà ed affetto », il 23 settembre scriveva: « Certo, Voi non avreste potuto farmi cosa più gradita di questa, che porta « il Vostro nome ed offre documenti preziosi al Folk-lore « siciliano ». Soggiungeva, con fare conciliante e cortese: « Nessun male che la mia prefazioncina non sia andata. « Essa, in forma di articolo, andrà nell'Archivio per le « tradizioni popolari, rivista autorevole, per la quale il « Vs. libro verrà conosciuto in tutta Europa ». Pertanto chiedeva gliene restituisse il testo per poterlo inserire, con lievi modifiche, nel fascicolo del periodico che era in corso di stampa. Prometteva altresì un annunzio dell'opera nel « Giornale di Sicilia », il più autorevole dei giornali siciliani che « in questi giorni si tira ( incredibile, ma vero) a 14 mila esemplari! ».
Il fatto che però gli scottava era quello doloroso della interpretazione italiana: « non vi dissimulo — diceva — che Voi vi siete accollata una grande responsabilità tacendo che essa non vi appartiene. Leggete il « fasc. II, anno II, dell'Archivio, e vi troverete un mio « articolo severissimo pel De Meglio. Come potrò comportarmi nel fase. Ili a proposito della interpretazione, alla quale dovete far da Cireneo? Io metto la faccenda nelle vostre mani, specialmente per questo precedente creato da me senza volerlo. Qualunque cosa « però possa recarvi dispiacere, intendiamoci caro Frontini, io non la farò ». Al che il Frontini rispondeva in ansia il giorno dopo, 24 settembre: « che dirle? pensi « che comincio or óra, a fare i primi passi colla casa Ricordi, ed un articolo fulminante, mi manderebbe a « gambe per aria. Però, quanto Lei farà, sarà ben fatto ».
Invece dell'originale autografo, che volle trattenere per « pregiato ricordo », egli ne mandò al Pitrè una copia, sicché l'originale, rimasto fra le carte del Frontini, ci mette in grado di determinare l'entità delle modifiche apportate al testo rispetto a quello definitivo pubblicato nell'Archivio. Tralasciando piccoli ritocchi formali, diremo che esse consistettero da un lato nel taglio di qualche esempio e di un passo riguardante poesie e melodie di autore dal Frontini raccolte dalla bocca del popolo, dall'altro nell'aggiunta metodica del rinvio ai canti e melodie della raccolta cui veniva riferendosi nel corso della trattazione. Una nota apposta nella prima pagina chiari che lo scritto, destinato primieramente a precedere il lavoro del Frontini, non essendo giunto in tempo (ma ormai sappiamo che la causa fu un'altra ) veniva pubblicato quivi « come introduzione e complemento » del medesimo.


Non sembri superfluo che ora, benché a disposizione di tutti nella stampa, si riferisca l'inizio di questa « introduzione » che recò il titolo: Di una nuova raccolta di melodie popolari siciliane (« Archivio », II, fasc. III, lug.-sett. 1883, pp. 435-440). 
 « Son degli anni parecchi che io, intrattenendomi con voi di canti popolari, vi esprimevo il desiderio che voi stesso, così profondo negli studi musicali, come valente ne' letterari, « vi applicaste a trascrivere quelle tra le melodie siciliane che per la loro grazia meritassero di veder la luce ». L'esordio, interessante per questo richiamo ai colloqui palermitani, introduce acute considerazioni intorno alla musica popolare tradizionale, ai problemi connessi con la raccolta e lo studio della medesima. Onde fa meraviglia che lo scritto appaia quasi del tutto dimenticato anche in questo nostro tempo in cui l'esigenza di raccogliere le melodie della poesia popolare è stata autorevolmente caldeggiata da tanti studiosi, e apposite istituzioni sono sorte anche presso di noi, oltre che all'estero, per soddisfarla col ritmo più sollecito e nel modo migliore.
Tornando al tema, cioè al contenuto dell'importante scritto, vediamo che il Pitrè, mentre gode del fatto che una sua antica viva aspirazione cominci a divenire realtà, si compiace della fedeltà di trascrizione di quelle cinquanta melodie siciliane presentate dal Frontini e anche della felice scelta fattane rispetto alle aree di provenienza, in guisa cioè che l'elemento orientale dell'Isola non abbia sopraffatto quello meridionale e occidentale; che, col canto etneo e il messinese, siano anche rappresentati il trapanese e il palermitano.
Nel giudicare della bontà e genuinità delle melodie, dà molto peso all'origine, al tempo, alla tradizione:
« Capite bene, egregio maestro, — diceva — che io « parlo non di quella melodia che nacque ieri, ed è la « espressione più o meno felice d'un uomo che con la « grazia della sua ben trovata nota seppe scendere nell'animo del popolo; ma bensì del canto veramente tradizionale, della melodia qualche volta aritmica, e non « di rado indocile d'un ritmo esatto e ben figurato, con « la quale s'accompagna la ottava siciliana a rime alterne detta carmina, e quegli stornelli che volgarmente si « appellano ciuri ( fiori ) : tipi veri del nostro canto popolare ».
Via via, conversando con l'antico discepolo, problemi d'interesse più generale, gravi interrogativi sulla genesi, la provenienza, la cronologia, la diffusione di queste cantilene popolari sembrano risorgere nel suo pensiero e, cercando di risolvere quelli, di rispondere a questi, viene fissando, senza averne l'aria e, anzi, conservando il tono semplice di amichevole conversazione, i criteri fondamentali che, secondo il suo modo di vedere, debbono presiedere alla scelta e trascrizione della musica popolare.
Fin dalla sua prima edizione dello Studio critico sui Canti popolari siciliani (1868) il Pitrè, ben lo sappiamo, aveva affermato: « Il canto, o meglio la parola « non isposata alla melodia, non è l'espressione intiera « della poesia veramente popolare. La melodia ha un « grandissimo ufficio nel canzoniere del popolo: senza « la quale il canto è un puro ed ozioso esercizio. Ecco « perchè s'incontrano gravi difficoltà nel raccogliere e « copiare de' canti con la sola ripetizione orale di chi li « sa, e perchè volendoli avere nella loro interezza bisogna fare che il cantatore associi la melodia alla « poesia ».
Nuovi spunti di meditazione, pur fra concetti magari discutibili oggi, la lettera-prefazione può offrire, dunque, a chi ne legga per intero il testo.
Intanto è notevole che la melodia tradizionale, per quanto riguarda la Sicilia, egli la trovi, oltre che in quella onde si accompagnano la canzuna e lo stornello, in quella anche cui danno ispirazione i mestieri, i carrettieri, i campagnoli, i fornai, le tessitrici, sebbene la più originale, tipica, « indigena del nostro popolino » rimanga quella della canzone ad ottava; molto più notevole il suo osservare che le « arie » usate per un notturno o per una serenata, novanta su cento riconoscono un'origine moderna e meno oscura; che numerose sono le anacreontiche del Meli musicate da valenti maestri arrivate al popolo; che, anche senza molte conoscenze-d'armonia, è facile riconoscere le melodie genuine del popolo dalle altre in cui è palese il « fren de l'arte ».
Il cantore di popolo, lo aveva fatto osservare il Parisotti (studioso delle melodie popolari romane) con due o tre accordi di chitarra, o di sistro, o di scacciapensieri, o di piffero, secondo che si canti in città o in campagna, scioglie tutte le questioni d'arte e di scienza. L'elemento satirico giova più d'ogni altro a fare riconoscere il poeta e il musico di popolo da quelli d'arte, ma — notazione acutissima quésta — la « satira non è la più felice tra le composizioni popolaresche siciliane, perchè è quasi sempre « occasionale e, cessate le ragioni per le quali fu fatta, « cessa la sua esistenza ».
Di qualche sfumatura napoletana in qualcuna delle melodie presentate dal Frontini, egli diceva non doversi fare meraviglia considerato che da Napoli appunto venivano da vario tempo molte delle canzoni nuove, le più vivaci, le più allegre; esse però non si diffondevano tra i contadini, né restavano a lungo nel repertorio del canzoniere siciliano.
Con le ultime righe egli toccava l'argomento tecnico delle tonalità maggiore e minore, dicendosi sicuro che il fatto, degno di rilievo, non sarà sfuggito a chi « con tanta intelligenza » si è occupato di musica popolare. Secondo lui, non sono estranee ad esso ragioni psichiche e forse anche etniche; ma quali fra esse, almeno pel momento, non sa. Nella stesura manoscritta vediamo espresso in proposito il voto che qualche valente ingegno, esperto così di arte musicale, come di studi demografici, si applichi con intelligenza ed amore a risolvere il problema; in quella a stampa non se ne trova cenno, forse per delicatezza, perchè non suonasse tacita accusa di incompiutezza al lavoro del Frontini; e nulla affatto si dice, tanto nell'una quanto nell'altra, della famosa « interpretazione » italiana, proprio come quest'ultimo aveva ardentemente desiderato. Nella sua consueta probità, il Pitrè mantenne, infatti, la promessa di non volere far nulla che potesse recargli dispiacere.
Nonostante l'interesse dimostrato pel lavoro del Maestro catanese, nonostante la serietà scientifica del contenuto delle sue lettere e, in particolare quello della lettera-prefazione, la suggestiva ipotesi di un Pitrè conoscitore di musica non può menomamente farsi strada. Fin dal primo incontro epistolare, egli aveva detto con franchezza al Frontini che le note musicali non sapeva scriverle; le melodie pubblicate a corredo dei suoi Canti popolari furono per lui trascritte da tal Carlo Graffeo; il Tiby, pubblicando nel 1957 il Corpus di musiche popolari siciliane del Favara ha parlato come di cosa notoria di un Pitrè profano di musica (p. 4, nota 1 ). Maria D'Alia Pitrè, del resto, a una mia domanda sull'argomento, rispondeva esplicitamente: « Mio padre non conosceva la musica, non si occupò in modo particolare e diretto di nessuno strumento. Ma amò molto la musica » (cartolina da Roma, 10 febbraio 1952).
Che per la lettera-prefazione il grande demologo si avvalesse e, in qualche caso ripetendo alla lettere le sue parole, di nozioni fornitegli dallo stesso Frontini (mi riferisco al passo sulle melodie, maggiore e minore), che qualche problema posto fosse lo sviluppo di uno spunto offertogli da lui ( accenno alle cause della prevalenza della tonalità minore sulla maggiore), non sono fatti che oscurino il suo merito o la sua dirittura. Con estrema semplicità egli seppe sempre apprendere da tutti, come con immensa modestia seppe sempre ricambiare elargendo i frutti della sua dottrina, del suo meraviglioso sapere.
Al Frontini continuò « a dare »; e come, uscita la raccolta, gli aveva fornito nomi di studiosi stranieri ai quali riteneva utile farla conoscere ( lettera 23 settembre 1883 ), così, poco appresso, apprendendo con piacere vivissimo che l'antico discepolo si proponeva di continuare lo studio delle « nostre » caratteristiche cantilene, forniva quante notizie poteva di bibliografia sull'argomento. Erano notizie non seccamente informative, ma criticamente orientative. In Italia non era stato fatto gran che, (in Francia invece era uscita un'opera in due volumi, della quale, momentaneamente, non riusciva a ricordare l'autore): la raccolta del Salafia, per altro di prezzo esagerato, non aveva alcun valore per gli studi demologici. Assai buono appariva un articolo di Alessandro Parisotti sulle melodie popolari romane; da rintracciare un vecchio opuscolo di Mariano Grassi da Acireale sulle melodie popolari siciliane. Prezioso eventuale consigliere avrebbe potuto essere per lui il Maestro Marchetti di Roma, a parere suo « il più intelligente raccoglitore di melodie popolari in Italia ».
L'interessante lettera del Pitrè cui ci riferiamo è del 25 gennaio 1884 e fu spedita a Sesto S. Giovanni, da dove il Frontini gli aveva scritto ( e inviato il proprio ritratto ) essendo tornato in Lombardia per le sue nozze con la signorina milanese Matilde Moroni.
Qualche anno dopo, ecco un episodio significativo della stima che il palermitano nutriva per il Maestro catanese. Questi gli aveva chiesto il 21 dicembre 1886 un articolo di usi e costumi di Natale e Capodanno per un Numero unico ideato da alcuni suoi amici. Di fronte a un margine di tempo così ristretto, altri si sarebbe schermito o addirittura rifiutato. Il Pitrè, invece, ad appena cinque giorni di distanza, spediva quanto chiestogli con l'accompagnamento delle seguenti poche parole: « Ho fatto per voi quello che non fo da un pezzo « per nessuno, sofferente come sono per gli occhi e sopraffatto da brighe d'ogni genere. Vi mando pochi appunti, informi, come vedete, perchè... perchè..., ve « l'ho a dire? siete stato molto crudele nel chiedermi « uno scrittarello sul Natale proprio alla vigilia di Natale ». Rimbrotto pienamente meritato; dal tono semicordiale, però, reso paterno e quasi amabile nella sua pur evidente fondatezza.
Seguirono anni di silenzio, ma di indefessa operosità pel Frontini che veniva preparando una raccolta musicale dei canti natalizi siciliani. L'11 settembre 1890, appunto per avere in proposito qualche consiglio pertinente, ne scriveva al Pitrè scusandosi di non essersi fatto vivo « per tanti anni » e accennando all'interesse che riteneva avrebbe avuto la pubblicazione, dato che fino allora nessuno aveva pensato di farne una del genere. Fu un lavoro lento, amoroso, attentissimo che, quando uscì, alla fine del 1893, in bella edizione per pianoforte e canto, a cura della Casa Giudici e Strada di Milano, suscitò la più sincera ammirazione nel grande palermitano il quale, ringraziandolo del dono, il 1° gennaio 1894 gli scriveva così:
« Tra gli artisti e compositori dell'Isola voi siete, se non il solo, uno dei pochissimi che comprendono la bellezza e la grazia delle melodie del popolo. Pur componendone di belle e di graziose, Voi sapete apprezzare queste vaghe e dolci reliquie d'un passato che non « ebbe storia, e serbate a durevole monumento, delle note piene di sentimento squisito e di candore verginale. Altri non penserà neppure a ringraziarvi dell'opera patriottica da voi compiuta; io Vi ammiro ». Parole, sentite e quasi solenni.
L'ultimo scritto del carteggio è una breve cartolina del 2 gennaio 1915 con la quale il Pitrè ringraziava con effusione l'amico di un gentile telegramma (riteniamo di rallegramenti per la nomina di Senatore ). Diceva fra l'altro: « Mi fa poi tanto piacere di sapermi ricordato da Lei! ».

Prima di concludere gioverà dire che altre missive di argomento vario non mancano nel carteggio, fra le quali due di condoglianze per la morte delle rispettive madri, datate quella del Frontini 1° ottobre 1891 e quella del Pitrè 29 novembre 1908, come pure non mancano nel corso delle lettere accenni ad amici comuni, per esempio, in quelle dei primi tempi, al Canonico Castorina di Catania, o anche riferimenti a fatti di vita ordinaria, e così via.
Ma ciò che qui interessa e dal carteggio scaturisce chiaramente, è l'influenza determinante che, negli anni della sua formazione al Conservatorio di Palermo, ebbe sul Frontini l'incontro col Pitrè, l'uomo dotto e generoso che, intrattenendosi a ragionare con lui di canti popolari, gli comunicò succhi vitali pei suoi orientamenti futuri. Prova di ciò sono le ben sei raccolte di melodie lasciate dal catanese, tutte riguardanti la Sicilia, e il loro alto valore scientifico, senza dire del libretto di Malìa, il capolavoro, musicato su testo di Luigi Capuana, in cui l'ambiente, caratterizzato da canti popolari, stornelli a risposta, danze, trovò, in un compositore spiccatamente congeniale alla poesia di popolo, un interprete di eccezionale merito e sensibilità.
                                                                 

giovedì 23 marzo 2017

EVOLUZIONE E PESSIMISMO - Lettera al Prof. Enrico Morselli




Illustre signor professore,


Ciò ch' ella scrisse in un fascicolo della sua non dimenticabile Rivista di filosofia scientifica e che io leggo ora dopo tanto tempo, intorno al "Pessimismo ed Evoluzione"del Trezza, e l'accenno benevolo ch'ella fa alla graduale emancipazione del mio spirito e alle opere mie, che questa emancipazione riflettono, mi porgono la grata opportunità di manifestarle come io l'intenda circa all'importante questione cosi splendidamente agitata e a modo suo risoluta dal pensatore veronese: non per la speranza di recare in essa alcun lume, ma per la necessità, in che le sue parole mi han messo, di chiarire l'intento dei miei ultimi lavori, delle Poesie religiose in ispecie, da lei benignamente citate, come quelle che segnano la mia redenzione dal pessimismo e l'acquetamento dell' animo mio nella contemplazione e nella rappresentazione serena del vero.

Ecco : se per pessimismo ella intende quello sistematico dello Schopenhauer, e quello sentimentale del Leopardi, io non solo me ne sono liberato, ma non saprei dire in coscienza se l'abbia mai pienamente sentito e in quale delle mie opere abbia esso lasciato una traccia. Secondo me, il pessimismo, di cui oggi si parla tanto, come conseguenza necessaria delle nuove dottrine, non è da confondere con quello del filosofo tedesco ; il quale guidato in ogni sua speculazione dal preconcetto di accordare tutte le dissonanze della natura, della storia e della coscienza in un sistema, riuscì a darci una costruzione (e chi può negarlo ?) ingegnosa e geniale in molti particolari, ma assolutamente metafisica nell'insieme ed assurda. Quella famosa, volontà necessaria, che finisce con l'affermazione della propria libertà nell'annientamento di sé stessa, e la conseguente glorificazione dell'ascetismo, considerato come la più alta espressione della saggezza, della perfezione e quasi della santità, vera dello spirito umano, tolgono alla dottrina schopenhaueriana il diritto di concorrere scientificamente alla soluzione dei grandi problemi che travagliano le menti contemporanee.
Il pessimismo che sgorgherebbe dalle teorie nuove non ha nulla di comune con esso. Anche accordando alla felice ipotesi darwiniana il valore d'una legge universale, noi non possiamo certamente risolvere con essa il problema delle origini, né spiegarci in modo positivo e sodisfacente il dolore e la morte, duplice sfinge, che dilania fra le tenebre il povero spirito umano. Pretendere coi positivisti che la ragione, riconosciuta la propria impotenza, rinunzi per sempre alla ricerca dei principi dell'essere ; asserire, che il regno del mistero, o come dicono, dell'Inconoscibile, sia per rimaner sempre inconcusso ed intatto agli assalti audaci del genio e alla paziente indagine scientifica, è una contradizione patente a quella stessa legge d'evoluzione, ond'essi s'impromettono tanti miracoli. Ma pur concedendo che il dominio dell' Ignoto sia come il territorio delle pelli rosse, per valermi della similitudine del Fauerbach: si vada, cioè, restringendo sempre più agli avanzamenti continui della civiltà ; e che sì possa un giorno scoprire una legge che ci spieghi i primordi dell'universo, chi può lusingarsi, che una verità di tal fatta sia per liberare gli spiriti dalla tristezza, onde li fascia il tetro spettacolo del cotidiano dissolvimento di tutte le forme ?

Forse il dire che l'individuo soggiace alla morte, ma la specie se ne libera e si perpetua, perchè della conservazione e della propagazione della specie ha cura precipua, anzi unica, la natura, basta a consolarci del dissolvimento di tutto ciò a cui presentemente è legata la nostra esistenza?

Bella consolazione davvero ! O che cosa è la specie, di grazia ? Esiste essa forse altrove che nel cervello dei filosofi classificatori ? Nella natura io non vedo altro che individui. Or finché la vita è una individuazione, il pensiero una funzione, la coscienza una stratificazione: finché la morte è il disgregamento di quelle parti, onde il pensiero, la coscienza e la vita ebbero principio e nutrimento, e da cui trassero la mutua forza e l'armonia indispensabile a ogni lor menoma operazione, l'idea di un tale disgregamento, fosse pure scompagnato da qualsiasi dolore fisico, getterà sempre un profondo sgomento nelle menti più nobili e generose. E questo sgomento pullula spontaneo dalla concezione meccanica dell' universo, dalla conoscenza, cioè che la vita non è altro che un gioco dell'essere nell'infinito.  Certo un si fatto sentimento non dà campo a fantasmagorie ed allucinazioni religiose, a miti oltramondani, ad abdicazioni vigliacche ; esso può anzi esaltare in sé stessa la mente del pensatore, generare quasi un'ebbrezza dell'anima, dando luogo a pensieri ed immagini sublimi, quali han saputo darceli qualche volta i filosofi geniali come lo Schopenhauer e i poeti divini come lo Shelley, ma chi può negare, che codesto sentimento indeterminato versi su l'anime più libere un'ombra di profonda malinconia e smarrisca in un labirinto inestricabile i cuori più forti e le menti più sagge? Come sperare che se ne liberi il pensiero moderno, se non ne andarono esenti neppure i Greci, che furono di noi più gagliardi e più sani, e meno di noi penetrarono nelle cose?

Nè giova dire, che la legge dell'evoluzione, presentandoci l' uomo in una perpetua ascensione da carne a spirito e armonizzando sempre meglio i moti del pensiero con quelli del mondo universo, ci redimerà finalmente dalla tristezza, che nasce dalla considerazione del male e della morte quali condizioni indispensabili della vita. Se l'uomo sarà sempre un composto di ragione e di sentimento, egli non potrà mai tanto uscir di sé stesso da rassegnarsi alla distruzione di quelle forme, a cui sono intimamente legate le funzioni, gli affetti e gli ideali della sua vita. La ragione gli proverà che le sue ansie son vane; che la sua smania d'immortalità è ridicola : che non giova nelle fata dar di cozzo; ma l'indole sua, ch'è il resultato necessario d'una lenta elaborazione a traverso i tempi, i climi, le razze, lo spronerà pur sempre a scavalcare il limite fatale, a spezzare la porta adamantina, ad assediare d'interrogazioni dolorose la sfinge marmorea che siede indifferente sull'immensa piramide edificata con le ossa di mille generazioni nel1'interminato deserto. Forse m'inganno: ma questo dissidio fra la ragione e il sentimento, contro cui tanti filosofi della nuova scuola avventano le frecce più acute della loro dialettica, quasi a bicipite mostro generato da stolte religioni e da falsi metodi educativi, a me sembra radicato nelle viscere stesse dell' essere umano, mi pare anzi effetto necessario d'una legge universale: giacché non arrivo davvero a comprendere un attività e quindi una manifestazione qualunque della vita, senza resistenze ed attriti, senza quelle fluttuazioni e discordanze, onde risulta la universale armonia, e che sole rendon possibile la conservazione e il perfezionamento degli esseri. Ora, se la scienza non dee contravvenire alle leggi della natura: se l'educazione può formare abiti nuovi, non creare novelle facoltà, qualunque spiegazione si tenti del doppio problema, noi non giungeremo probabilmente giammai a mettere d'accordo il bisogno sempre crescente di felicità con la considerazione della indifferenza indeprecabile della natura nella produzione e nella distruzione delle sue forme. Per ammettere la possibilità d'una tal conciliazione è necessario supporre che lo svolgimento incessante del genere umano giungerà finalmente a sopprimere e cancellare dai nostri organi tutte le eredità sentimentali non solo, ma ad atrofizzare gli organi stessi destinati all' acquisto e alla elaborazione dei sentimenti : a distruggere insomma una parte, non dirò se la più bella o la più brutta, ma una parte necessarissima alla interezza armonica dell'essere umano.

Come potrebbe la ragione, fredda e crudele vincitrice, governare più la vita, senza il sentimento, entità intermèdia fra la sensazione e il giudizio, che serve ad armonizzare nell' uomo i due estremi della vita sensitiva e della vita razionale ? Data come possibile una si strana vittoria, le fonti stesse del pensiero rimarrebbero congelate, esaurite le forze produttrici della coscienza: l'anima umana cadrebbe in quello stato di raffreddamento a cui giungono man mano i corpi celesti, e la povera ragione vittoriosa sarebbe condannata a regnare sopra un deserto di pomici. Se questo è pessimismo, mio riverito signore, io ero già pessimista, quando scrivevo il Giobbe e pessimista sono anche adesso, dopo le Poesie religiose. Ma questo pessimismo, giova ripeterlo, a me non sembra punto metafisico o sentimentale. Giobbe non rinnega la scienza, non dispregia la vita : egli chiede solo al sapere quella pace, che prima ebbe chiesto a Dio, poscia a Satana, ma sempre invano ; e che dovrebbe, secondo lui, derivare dalla conoscenza piena della verità. La quale, fosse pur trista e terribile, non lo spaventa: egli ha sete inestinguibile di essa: vi si affogherebbe dentro ; questa è la sua debolezza o la sua virtù :

Dove 
Mi fosse inferno il vero, io vi starei : 
Il paradiso del beato errore 
Lascio agli stolti ed a' pusilli.

Quello che più lo tormenta è l'insufficienza del suo sapere:

Io sento 
lo sento pur, che pago esser non posso : 
Mirar ti vo', posseder tutta.

egli dice a Iside. L'impazienza di strappare alle labbra della dea impassibile la parola suprema della vita e di riposare finalmente nel seno della verità, lo spinge a varcare le colonne segnate come termini ai voli indomabili del suo spirito.
Non è forse questa la storia perpetua del pensiero umano ? La tristezza desolata di Giobbe proviene dalla riconosciuta disuguaglianza fra il bisogno d'illimitata perfezione e libertà, ond'è travagliato il suo animo, e la ristrettezza miserevole dei mezzi scientifici per soddisfarlo. Deve egli rassegnarsi ? No : gli parrebbe rinunziare alla parte migliore di .sé stesso : alla sua perfettibilità. Onde il problema apparso primamente al suo spirito, provato dalla sventura, non che trovare una qualsiasi risoluzione, si propone alla fine del poema con tragica insistenza. 
E questo prova, se non m'inganno, che le ipotesi più o meno felici nel campo delle scienze fìsiche e morali, e le leggi più ardue rapite dal genio umano al seno misterioso dell essere, possono per qualche tempo appagare gli spiriti più insaziabili, adagiarli in un tal quale riposo, accenderli magari di subiti entusiasmi, quasi fosse in lor potere finalmente la chiave dell'universo; ma l'avidità smaniosa di sempre nuove ricerche ritornerà presto a turbarli ; il pensiero cresciuto di nuove forze, lusingato dalle
recenti vittorie, si getterà animoso per altre vie, tenterà più difficili erte, affronterà enigmi più terribili, sfonderà più gelosi misteri ; riposerà novamente per qualche tempo, e ricomincerà poco dopo il suo tempestoso pellegrinaggio. Il quale se dovesse un giorno aver termine in una quiete e beatitudine universale, io non intenderei più l'evoluzione, nè la scienza, nè la vita. L'idea di questo perpetuo travaglio del genere umano può non essere, anzi non è davvero consolante, se si considera il-nostro bene supremo come un che di stabile e d'assoluto, impossibile ad essere raggiunto e posseduto tutto in una volta da tutto il genere umano. 

Deve perciò l'uomo querelarsi femminilmente delle illusioni perdute, maledire la natura, proclamare la nullità di tutte le cose, profondarsi e cristallizzarsi nella stolta rinunzia di tutto ciò che il mondo può dare a nostra consolazione ed a nostra salute ? La differenza del mio pessimismo da quello di tanti altri sta per l'appunto qui. Il male e il dolore ci attraversano le vie della vita ; la morte dissolve il laborioso tessuto della nostra coscienza individuale, disperde in atomi impercettibili un organismo che ospitò il pensiero, che si credette e fu veramente lo specchio della Natura, il prisma della storia, il tabernacolo dell'Ideale. E che perciò?

Finché ruggendo pugni, giovin leone il dritto            
Oscuro al volgo e da'monarchi irriso,                        
E tra le fiamme e il sangue del prometèo conflitto,        
Vergine Libertà, splenda un tuo' riso ;

Finché tra' naufragosi vortici del mistero
V'è una Sfinge che tacita seduce,
Fra' granitici errori una gemma del Vero,
Negli anfratti del core un fil di luce ;

Finchè una fede in petto, al Ver le ciglia fisse, 
Bella è la morte e nobile il cimento,
O Vita, eterna Circe cui solo doma Ulisse, 
Al tuo magico reguo ecco io m'avvento!
(Poesie religiose. Ballata).

Si, perchè la necessità della vita c' impone l'obbligo di combattere le forze malefiche, ond'è infestata la selva della terra; di adoperare l'ingegno, l'industria, le armi che la natura ci ha dato per diradare e vincere gli ostacoli che si frappongono al nostro benessere, per aver la prevalenza nella lotta cotidiana, per ascendere l'erta dell'Ideale, per proseguire questo crescente fantasma fin dentro agli orti incantati dell'Utopia e incarnare a poco a poco nella realtà gl'iridescenti miraggi, ond' ei si rivela agli eletti. Così, a modo mio di vedere, la conoscenza profonda dell'essere, ancor che fonte inesauribile di tristezza, non ci prostra in un abbandono codardo, non annienta in noi l'energie della vita: ci stimola anzi a valerci armonicamente delle nostre facoltà ; ad esercitare nel limite prescritto ciò che diciamo la volontà per aggiogare al nostro carro le forze ribelli della natura e governarle e dirigerle al nostro meglio ; ci apre il cuore al compatimento e all'Amore dei nostri simili non solo, ma di tutti gli esseri destinati a vivere e travagliarsi nell' infinito : ci rende veramente uomini, ch'è quanto dire esseri morali, consapevoli di sé e delle circostanze, atti a conquistarsi un posto al banchetto dei forti, e conseguire quel summum bonum, onde può essere abile una coscienza destinata a dissolversi in poco e sparire nella universale fluttuazione dell'essere.
Questo dicono in sostanza le Poesie religiose: e questa, se non erro, è la parola ultima della scienza moderna. Dopo tante negazioni e distruzioni è tempo ormai d'affermare e d'edificare qualche cosa. La baracca delle religioni storiche si sfascia, ma l'edificio morale, la religione vera ed universale, s'innalza splendida su basi positive ed umane. La pace che mal si chiede alla pompa di lussureggianti dottrine, non si può altrimenti ottenere che per la conoscenza del proprio dovere e per la coscienza d'averlo compiuto: d'avere, cioè, adoperato, secondo le leggi universali della vita e nella misura richiesta, tutte le nostre forze, in ordine al miglioramento fisico e morale dell'esser nostro e dei nostri simili. A formare in noi questa coscienza deve anzi tutto concorrere la scienza dell'educazione. Non essendo da porre in dubbio che motivo d'ogni nostro movimento o fine d'ogni nostra azione è il vantaggio, tutto si riduce a educare in noi il concetto dell'utile, a modificarlo cioè man mano che i bisogni si moltiplicano, i sensi s'ingentiliscono, il capitale morale si accresce, l'orizzonte morale si slarga. Ogni sentimento umano a me par simile a un raggio, che tanto più si dilata e diffonde, quanto più s'allontani dal centro di projezione. L' amor di sè, che si manifesta così gagliardo nell' uomo primitivo, da non fargli neppur sospettare, che la vita d'un suo simile valga qualcosa di più della sua più grossolana sodisfazione, si viene a traverso la storia dilatando e purificando a segno da giungere al concetto altamente morale che il nostro vantaggio non può assolutamente scompagnarsi dal vantaggio di tutti gli altri esseri, e che il sommo bene dell' individuo consiste appunto nella relativa felicità del genere umano. Onde la carità o l'altruismo, come dicono, non è in sostanza altro che l'amor di sè nel più alto e sublime grado della sua espansione.


O Carità, per te sconfitta cade
L'ira che sul confin torbido eretta
Incaina le genti, e d'empia clade
Le messi infetta.

Disserransi al tuo piè gl'invidi chiostri,
Che alle genti, alle specie un dio prescrive;
Ecco, scevra di vincoli e di mostri
Iside vive.

Sconfinasi la terra, apresi il polo
S'avvivan gli astri al tuo soffio fecondo.
E d'una sola forza e d'un cor solo
Palpita il mondo.

O di luce e d'amor fonte infinita.
Per te santo è il dolore, utile il vero;
Solo per te dell' universa vita
S'apre il mistero.
                            Poesie religiose. Charitas

Altro le direi, illustre professore, ma questa lettera è già troppo lunga; e certe cose non vogliono esser discorse alla leggera. Nè mi sarei attentato di metter bocca nella rilevante questione trattata con sì nobile entusiasmo dal Trezza, se Ella con autorità pari alla benevolenza non mi avesse citato ad esempio di mente colta ed illuminata, son sue parole, che si accosta senza pregiudizi e senza sentimentalismi alla severa ma consolante filosofia dell'Evoluzione, lo ho creduto dover mio confessarle fino a che segno codesta filosofia a me sembri consolante e con quali intenti mi sia ingegnato di rappresentarla nell'arte mia; se non che temo non aver detto abbastanza nè assai chiaramente per farmi intendere.
Supplisca Ella al mio difetto, e mi abbia per suo

                                                                            Obbl.mo
                                                                           Mario Rapisardi.




* ed. Nerbini 1906 (Giobbe)