Francesco Paolo Frontini (Catania, 6 agosto 1860 – Catania, 26 luglio 1939) è stato un compositore, musicologo e direttore d'orchestra italiano.

«Bisogna far conoscere interamente la vera, la grande anima della nostra terra.
La responsabilità maggiore di questa missione dobbiamo sentirla noi musicisti perchè soltanto nella musica e nel canto noi siciliani sappiamo stemperare il nostro vero sentimento. Ricordatelo». F.P. Frontini

Dedicato al mio bisnonno F. P. Frontini, Maestro di vita. Pietro Rizzo

domenica 27 ottobre 2013

Intervista con Amelia Poniatowski, compagna del Poeta Mario Rapisardi

"La storia della letteratura è rettilinea: chi non va sulla via maestra sarà falciato come una mala erbaccia".



Oblio e odio, di Lorenzo Vigo - Fazio


Pregai un mio amico adulto, il Prof. Giorgio Buscema, d'accompagnarmi, e andai con lui a bussare alla porta dell'appartamento, che fu l'ultima abitazione dello scrittore.




La Signora Amelia Poniatowski e il Dr. Alfio Tomaselli, a cui ella, da pochi giorni, era andata sposa, ci accolsero garbatamente e mi fornirono le notizie che desideravo.

Così, «Il Tirso» di Roma, periodico d'arte fondato da Gabriele D'Annunzio, nel n. 36 della decima annata, il 16 Novembre del 1913, pubblicò, in prima pagina, su quattro colonne, il mio articolo: «Oblio e odio alla memoria di Mario Rapisardi (Intervista con Amelia Poniatowski, compagna del Poeta ».

Ne riproduco, qui appresso, alcuni passi salienti: 

«- Oh, come sono contenta della loro visita!... Avrei dovuto mandare io qualche cosa ai giornali del continente, per protestare contro questa indegna congiura d'odio e d'oblio... Ma giacché loro hanno avuto la bella idea di venirmi a trovare, non ne fa più d'uopo. - Ci dice la Signora Poniatowski ».
...« - Come hanno veduto, la casa ha perduto la fisionomia di prima, perfino la terrazza, così cara a Mario, scompare... »

« - Ma ci dica: non ha reagito ella contro questa violazione? »

«- S'io abbia reagito!... - esclama calorosamente. - Ma se io mi sono votata a tutti i santi... del potere: a sindaci, a deputati, a municipi, a giunte... ».

« E non le hanno dato ascolto? »

«Neanche per sogno. Il padrone di casa mi ha risposto che s'era messo d'accordo col Municipio. 
Ne ho parlato ad artisti, a letterati, a politici. Nessuno ha saputo impedire... quest'accordo. »
«Sarà stato forse perchè Mario, ch'era un'anima alta e nobile, ed ebbe sempre il torto di dire la verità - la quale certe volte riesce amara - scrisse qualche parola frizzante contro municipi, sindaci, onorevoli, giunte comunali, amministrative, ecc. Ed ora se ne vendicano... »
« - E' la vendetta dei vili! - soggiunse il mio amico. »
« - Con l'odio, il disprezzo, l'oblio... Ma Mario resta sempre quello che è; io lo chiamo l'Uomo della verità. »

« - E sanno cosa se n'è fatto del cadavere? - ci chiede il dottore. » 

« - Ecco, lo spiego loro subito. - soggiunge la Signora Amelia - Il 4 Gennaio, farà due anni che il Grande e scomparso. Ed è da quasi due anni, perciò, che il suo corpo giace, non ancora tumulato, nell'ufficio del cappellano del cimitero... Quel povero dottore che l'ha imbalsamato, affinché i sorci non lo mangiassero, ha usato tutti i mezzi... Perché le mosche non cadano nel piatto, ci mettiamo sopra una coppa di rete metallica, così hanno fatto con lui... »

« - E nessuno reclama? - gridai. »

« - L'altro giorno, un gruppo di giovani, in segno di protesta, venne ad apporre quella lapide - ci dice ella, mostrandoci col dito, appoggiata ad una sedia, una lastra di marmo d'un metro quadrato circa. -
Trascrivo quello che vi sta scritto:

RICORDANDO L'IMMORTALE MAESTRO MARIO RAPISARDI
GLI STUDENTI UNIVERSITARI
XX Settembre 1913


« - Si figuri che costoro che si dicono discepoli di Mario, attaccarono la lastra sul muro del domicilio del Signor Chiarenza!... E che chiasso fecero!... »


« Appena io mi fui accorta dell'errore, dissi: - Non sono ancora due anni che Mario Rapisardi è morto, e non vi ricordate più dove è vissuto! - »

« Ed ordinai subito che togliessero quella lapide. ».

Ed i mobili?

« - Sono rinchiusi la dentro - ci dice, indicandoci la porta a tramontana (quella dello studio), che è chiusa con diversi lucchetti. - Un numero rilevante di volte ho mandato a dire al Municipio che li tolgano, e non li lascino rodere dai tarli, ma coloro fanno orecchio da mercante. Anzi, ogni volta, hanno mandato qualcuno, per aggiungere un altro lucchetto; e l'ultima volta, fecero ricoprire esternamente di latta le imposte dei due balconi dello studio. »

« I manoscritti, almeno, sono al sicuro? »

« - Ma che! Sono pure la dentro, gettati per terra, alla rinfusa... »
« Dio voglia che i topi li abbiano rispettati. Se ne trovano fra essi alcuni inediti, che Mario scrisse, adolescente, fra la vita e la morte. Anche quelli della "Palingenesi" e d'altre opere. »
« - Perché il Municipio non li rileva? E tutti gli oggetti sono catalogati? »
« - Niente affatto. Prima di morire, Mario mi diceva sempre: "Cataloghiamoli! Cataloghiamoli!" E loro: "C'e tempo! C'e tempo!" ».

...« Loro che sono liberi scrivano, scrivano tutte queste cose che il pubblico non sa! »

« Promettiamo di dire tutta la verità ai nostri lettori, e ringraziando, ce n'andiamo, con nel cuore, un sacro impeto di sdegno. »

La pubblicazione di tale mio articolo suscitò uno scalpore più grande del previsto. Numerosissimi furono i quotidiani, le riviste, i periodici che lo riprodussero o lo riassunsero; e tutti, prendendo le mosse dalla vibrante nota di protesta, che il Comitato di Redazione del « Tirso » vi aveva posto in calce. Anche taluni importanti quotidiani stranieri pubblicarono quanto io avevo denunciato all'opinione pubblica, biasimando l'incuria del Municipio di Catania. 

La stampa catanese quotidiana e periodica faceva larga eco all'indignazione nazionale ed estera.
Così che l'amministrazione municipale fu costretta a provvedere al più presto a dare onorata sepoltura al Poeta; ed invitò Carlo Pascal a commemorarlo, nel Teatro Massimo Bellini.

Ricorderò sempre con compiacimento codesto coraggioso episodio giornalistico della mia adolescenza, il quale mi procurò la malevolenza dei responsabili dell'abbandono, in cui erano stati lasciati li cadavere di Mario Rapisardi e le sue cose; e d'altro canto, segno l'inizio della campagna, da me durata in Italia ed all'estero, per diffondere il pensiero del Poeta, rivalutarne l'opera e difenderne la fama (1).

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(1) Nel 1922, commemorai, in Catania, il X anniversario della morte di M. Rapisardi, pronunciando, nel Teatro Massimo Bellini, un discorso su « L'epistolario inedito di Mario Rapisardi », che fa parte del mio volume « Saggi e Discorsi», edito, nel 1925, da « Bottega d'Arte » di Carpi di Modena. 


Ho scritto del Rapisardi, su tanti giornali e riviste; e nei periodici da me diretti «Endimione» (Casa editrice «Ausonia », Roma) e « Rivista di Catania e del Meridione », la vita e l'opera del Poeta vi furono ampiamente illustrate.




Nel 1930 l'editore Alfredo Formica di Torino pubblicò la raccolta, a cui avevo atteso per quindici anni: « Mario Rapisardi: Prose, Poesie, Lettere postume, raccolte e ordinate da Lo renzo Vigo-Fazio ».

Il 4 Gennaio del 1933, in Parigi, nella sede della «Dante Alighieri», commemorai il XXI anniversario della morte del Poeta, tenendovi un discorso su « L'opera e la fortuna di Mario Rapisardi», il quale, nel 1955, fu pubblicato in opuscolo estratto dalla « Rivista di Lecco ».



II 3 Febbraio del 1944, l'Assemblea dei Soci del Centro di Studi Rapisardiani, in Catania, mi elesse suo Socio onorario; e nella seduta del 7 Novembre 1954, in seguito alla morte del suo illustre Presidente, Prof. Francesco Marietta, mi chiamò, con voto unanime, a succedergli, in tale carica. Nel 1962, il Centro di Studi Rapisardiani in Catania pubblicò il mio libro: « Mario Rapisardi nel cinquantenario della morte ».



***


La denuncia partì dal Magnifico Rettore dell’epoca, Prof. Giuseppe Majorana
(a sua volta informato dal presidente della Società di Storia Patria, prof. Vincenzo Casagrandi n.d.r.) direttamente dalle colonne del “Giornale dell’Isola”. La lettera datata 29.gennaio 1917, conteneva un resoconto piuttosto dettagliato circa le condizioni in cui si sarebbe trovato il corpo dello “scomodo” poeta. Majorana, alquanto sconcertato, si lamenta: “ La salma-dice- trovasi in luogo e modo impropri e indecorosi nella casa del deposito e che i topi sono giunti a scalfire il viso del poeta (…) perfino le scarpe nuovissime, che il discepolo Santino Scandurra aveva scelto fra le migliori della sua calzoleria e che aveva egli stesso calzate ai piedi gelidi del grande Maestro, non furono più trovate l’indomani: erano state rubate.”



E’ lì che ancora oggi riposa il corpo del “Vate”; dove inizia “il viale degli uomini illustri”. Sul piccolo mausoleo spiccano i versi siciliani del poeta Saro Lizzio: 

“Sta giusta urna chiudi lu to’ corpu 
ma lu munnu non chiudi lu to’ nomu.


* Tratto da Mario Rapisardi




domenica 7 aprile 2013

ll dramma di una vita - Francesco Paolo Frontini 1860/1939

"Eppure quest'uomo non lo vidi mai triste".

Io giovinetto, lui adulto, lo incontravo di tanto in tanto in qualche strada secondaria della tranquilla Catania dei primi anni del secolo, sempre solo e sempre vestito di scuro, gli occhi grandi e scrutatori, che più grandi parevano sotto la larga tesa del cappello, di quei cappelli che gli spagnoli chiamano sombreros, da sombra, ombra; ed io guardavo lui sapendo chi era, e lui guardava me vedendosi guardato, immaginavo.


Mi guardava, invece (me lo disse molti anni dopo, quando gli fui presentato e parlammo) perchè, malgrado nel mio abbigliamento non fosse alcunchè di ricercato o di stravagante, gli sembravo un mezzo artista.

Nel vestire, Frontini seguiva la moda, ed alla figura di lui, esile, un po' più alta della media, ma diritta e mirabilmente tagliata, bene si adattavano i doppio-petto ed i calzoni leggermente ad imbuto la cui piega cadeva perfetta sulle scarpe quasi sempre di vernice.
A ben guardare però, in quel suo severo vestire una deviazione c'era, ed era, oltre il sombrero, la cravatta nera alla Lavalliére (a fiocco) svolazzante sotto il pizzo bipartito: una deviazione romantica, sicura reminiscenza dei contatti giovanili con l'ultima "scapigliatura" milanese; della quale egli, col Fontana col Marenco col Praga junior, era stato per alcun tempo non soltanto spettatore, ma attore; chè durante la sua permanenza a Milano e dopo il successo ottenuto dalla prima raccolta di canti popolari Ecodella Sicilia che lo rivelò, in ispecie il Marenco gli si era affezionato e gli aveva offerto un libretto tratto dal suo Il Falconieredi Pietra Ardena.

La mia prima conversazione col Maestro dovette avvenire negli ultimi mesi del 1929, io non più giovine, egli avanti negli anni.
L'attore Turi Pandolfini gli aveva dato a leggere, perchè ne componesse i commenti musicali, il mio atto unico Vicolo delle belle, e Frontini aveva consentito.
Lo rividi con gioia; mi ravvisò subito.
Abitava in quel tempo in via Maddem, al primo Piano di una casa che quattordici anni dopo un inglorioso bombardamento aereo doveva quasi distruggere.

Confesso che di Frontini io non conoscevo che pochissime musiche: qualche pezzo per piano ed, alcune suonate «di colore» divulgate, bontà sua, dalla Radio; ignoranza che per quanto non sia tutta da addebitare a me, mi mortificava parecchio.
Com' è naturale, comunque, fin da quel primo contatto col Maestro, trattandosi di un mio collaboratore e di uno che doveva trasportare nel mondo astratto della melodia e dei suoni, sia pure con semplici commenti, le creature «terrestri» nate dalla mia fantasia, ansiosamente cercai di penetrare nell'intimo di lui, indovinare i suoi gusti, le sue predilezioni artistiche.

Ma Frontini, schivo come era e come sempre fu, disposto più ad ascoltare che a parlare, almeno quel giorno restò per me il signore col sombrero sui grandi occhi scrutatori che molti anni prima incontravo in qualche strada secondaria della sua e mia Catania post-ottocentesca; e chi, almeno in parte, me lo rivelò fu la sua casa, che tenterò di descrivere.

Penetrandovi, mi sorprese. Per il netto contrasto con la via non larga e tortuosa, popolare e popolosa, che nessuno avrebbe immaginato potesse fare da anticamera alla casa di un musicista e di un musicista come Frontini, aristocratico e raffinato, mi trovai ad un tratto in un mondo diverso, superiore, ed il mio piacere fu grande.
Nelle stanze, per le chiuse vetrate dei balconi, fortemente schermate da spesse ed eleganti tendine che le coprivano per intero, si diffondeva una luce tranquilla e discreta, una luce che in omaggio al Maestro avrebbe potuto dirsi «in tono minore»; e poi, sebbene sorretta ed avvivata da qualche ramo fiorito posto in vasi di terso cristallo, un'aria che mi parve da cenòbio e che tutta permeava di silenzi la casa.

Nello studio, al posto d'onore il pianoforte, chiuso; cascate di quadri e quadretti alle pareti, ed in robusti scaffali di legno scuro e di gusto ottocentesco, volumi e volumi di musiche, vistosamente rilegati.
Notai subito tra i quadri un grande ritratto di Bellini (il Deus loci, pensai), ed in alcune fotografie chiuse in cornici e posate sul coperchio del piano, riconobbi il profilo arcigno di Verdi, il volto grave di Rapisardi e quello bonario di Massenet, le lenti di Boito, il basco di Wagner, la folta chioma e gli occhi un tantino cansonatori di Mascagni.

Alle pareti, cascate di quadri e quadretti ho detto. In maggioranza erano piccoli olii, doni fatti al Maestro da ammiratori ed allievi; ma vi erano anche fotografie di cantanti, col solito pavone in corpo ed in costumi approssimativi che avrebbero fatto allegare i denti a Caramba: il quadretto sociale accanto a quello aneddotico il paesaggio e la natura morta, l'acquerello ed il disegno a penna, una rude fotografia di «paesana» siciliana accanto al dolciastro ritratto di un Manrico verdiano con la spada nel pugno ed i capelli arricciati. "Non guardi quei ritratti mi disse ad un certo punto il Maestro —, sono ricordi remoti: ma con i quadri.. ve ne sono dei belli, sa! non una raccolta, ma il mio piccolo mondo".
Quadri belli, difatti, ve ne erano; e come si distinguevano bene dagli altri! Ricordo due o tre piccole tele di Antonino Gandolfo, i soliti miseri "interni" di questo poeta-pittore, le solite figure di
di popolane desolate e rassegnate; due abbaglianti nudi femminili di Zenone Lavagna; una dolce e pensosa testa di fanciulla di Francesco Longo Mancini: un vigoroso «studio» di vecchio, di Roberto Rimini; un piccolo autoritratto, che non dipinto ma scolpito parea, di Natale Attanasio; due «bozzetti» di Calcedonio Reina, nei quali il doppio tormento tecnico e spirituale di questo pittore di eccezione era espresso con strana ma estrosa efficacia; un piccolo ritratto a penna, infine, di Giovanni Verga, eseguito dal Gandolfo, lo stesso da me illustrato in un articolo sulla iconografia verghiana, del quale scritto Nino Cappellani riprodusse un brano nella sua Vita di Giovanni Verga. Insomma, alcuni gioielli fra conterie, che Frontini, vedendo il mio interessamento, ebbe l'amabilità di indicarmi, uno ad uno direi, con mio grande diletto.



« Questi quadri — aveva detto il Maestro sono il mio piccolo mondo ». In questo suo ingenuo pensiero lessi il dramma interiore di Frontini, il suo chiuso dolore per essere solo conosciuto come l'autore del Piccolo montanaro e della Serenata araba e per gli storiografi della musica, l'autore di una remota Malìa e di un remotissimo Falconiere; per questo suo ingenuo pensiero compresi la solitudine del Maestro. Per quale misteriosa e fatale circostanza, di tante musiche squisite e profonde, raffinate e toccanti; di tanti notturni e serenate, minuetti e preludi, romance e canzoni, marce, intermezzi, quartetti — per non dire delle cinque pazienti ed intelligenti raccolte di melodie siciliane —- solamente due ne debbono essere ricordate?
Nel trigesimo della morte, avvenuta il 26 luglio del 1939, allievi ed amici organizzarono un concerto per pochi strumenti, in memoria. In quella occasione un giornalista-scrittore, prima che s' iniziasse il concerto, con molta leggerezza sentenziò: «Di musicisti come Frontini. oggi ve ne sono cinquanta». Quelle parole mi irritarono; l'amico, giacchè era un amicot non conosceva che la Serenata araba ed Il piccolo montanaro. «Togli lo zero!», gli rimproverai. Finita la celebrazione, mi cercò e mi disse: "Avevi ragione! ".

In questo episodio vi è, nella sua desolata tristezza, tutto il dramma della vita di Francesco Paolo Frontini.
Eppure quest'uomo non lo vidi mai triste.

LA SICILIA - Catania, 5/04/1957


Domani sera, alle ore 20,30 andrà in scena al teatro Massimo Bellini « Malìa », di Francesco Paolo Frontini. nella revisione di Francesco Pastura. Lo spettacolo si inquadra nelle manifestationi aventi carattere siciliano sovvenzionate con recente provvedimento regionale.
L'opera sarà diretta dal maestro Ottavio Ziino e avrà per interpreti Luisa Malagrida (Jana). Carmelo Mollica (Cola), Aida Londei (Nedda), Angelo Lo Forese (Nino) e Antonio Zerbini .(Massaro Paolo). Maestro del coro sarà Gaetano Riccitelli. La regia e stata affidata a Carlo Maestrini, il quale si avvarrà di scene appositamente realizzate da Sormani su bozzetti originali del pittore catanese Francesco Contraffatto, nonchè dei costumi eseguiti da Triolo su bozzetti di Roberto Rimini.



mercoledì 6 febbraio 2013

Federico De Roberto da ragazzo. (doc.1876/1878 inedito)

Ben pochi sanno e ben pochi hanno avuto l'opportunità di vedere, ciò che di seguito pubblicherò.
Per fortuna o per "magnetismo" ho avuto il privilegio di poter visionare gli "ultimi" documenti di collezione privata, riguardanti De Roberto. . Lascio ai più titolati, l'eventuale giudizio di questi scritti giovanili. 1876-1878.


per ingrandire, cliccare sulla immagine.




segue, tra i tanti visionati, lo scritto "l'abitabilità della luna" di De Roberto.
Inserito solo per il titolo, simpatico e bizzarro.









collezione privata.

Altro:

La Morte di Giovanni Verga - di Federico De Roberto









lunedì 28 gennaio 2013

La canzone siciliana

Catania, aprile 1931


La canzone siciliana non ha ancora uno stato civile. E c'è la ragione : le è mancata l'organizzazione editoriale. La canzone siciliana è nata da sé, vivacchiando da prima quasi anonima sui pianoforti di alcuni musicisti e nel cuore di un ristretto numero di poeti. Quand'ecco un bel giorno venne fuori un giovane musicista dal temperamento vulcanico e di forte tempra artistica : GaetanoEmanuel-Cali (allievo di F.P. Frontini). Si deve al suo battagliero fervore se oggi la canzone siciliana vive e prospera. Musicisti e poeti sono in quotidiano contatto, in fraterna collaborazione ; il maestro Cali impartisce lezioni e diffonde e propaga il suo verbo... canzonettistico a un numero non disprezzabile di allievi e di allieve. Non solo questo ha fatto il Cali : per rendere più pratica la sua idea, ha dato vita ultimamente ad una « Compagnia della Canzone Siciliana sceneggiata » che gira con successo le provincie dell'isola.
Il centro della canzone siciliana è Catania : sacra all'arte siciliana in genere. A Catania è nato il Teatro Siciliano, catanesi sono Rapisardi, Verga e Bellini; Martoglio rappresentante tipico della poesia popolare siciliana è catanese come catanesi sono Di Bartolo maestro d' incisione e i pittori Sciuti, Gandolfo, Reina, Lavagna.
Intorno al 1910 si ebbe in Catania la prima pubblica manifestazione della canzone siciliana con un apposito concorso che si rinnovò di anno in anno fin che, sopravvenuta la guerra, poeti, musicisti, dilettanti, appassionati, cultori e organizzatori si volsero verso tutt'altre mete e tutt'altri ideali. In quei primi concorsi si rivelavano gli autori della canzone, poeti e musicisti : Caruso Scordo, Serafino Giuffrida, Francesco Buccheri, Nunzio Tarallo, Lombardo Alonzo, Francesco Esposito, Caì, Vito Marino, Domenico Sciuto, Giovanni Formisano, Francesco Foti, Giovanni La Rosa.
Balda e volonterosa schiera che si ritrovò quasi intatta dopo la guerra. In testa a tutti il Cali, per versatilità, per tenacia di lavoro e alacre spirito d'organizzazione. Il suo primo successo l'ebbe con « E vui durmiti ancora », una suggestiva canzone, dolce e melanconica, incisiva nell'espressione e calda nel sentimento, di Giovanni Formisano. Lu suli è già spuntatu di lu mari e vai bidduzza mia durmiti ancora; i'aceddi sunnu stanchi di cantari e affriddati v'aspettanu ccà fora : saprà 'ssu balcanedda sa pusati e aspettana quann'e ca v'affacciati!
Al Formisano e al Cali, — che naturalmente hanno al loro attivo decine di canzoni, tutte oramai popolari, — fan buona compagnia il poeta Orazio Caruso Scordo e il maestro Vincenzo Lombardo Alonzo, che è anche autore di alcune apprezzate opere. Quannu 'ss'ucchiuzzi beddi 'ncelu si, la sufi, pri l'affruntu, si 'uni trasi. Tu si la vera stidda catanisi, russi 'ssi labbra ài coma li girasi.
La ricca vena melodica del Lombardo Alonzo diede a questi versi e ad altri dello stesso Caruso una veste musicale che affascinò il publico procurando agli autori un vivissimo successo. E veniamo a Serafino Giuffrida.
E' questi il nestore dei poeti dialettali catanesi, dai quali viene considerato come un maestro, tanta è la competenza sua in materia di poesia siciliana. Ma è un solitario, nel senso che non si avvale né di amici né di pubblicità pei rendere note le sue poesie che non sono poche né di scarso valore. Pur avendo diretto per molti anni i settimanali in vernacolo « Ma chi è? e « Piss Piss ! » di rado si legge la sua firma in un giornale. Tuttavia è sempre presente in ogni riunione di poeti, è sempre in prima linea dove si organizza e si discute di poesia e di canzone siciliana.
Lo direi quasi un direttore d'orchestra la cui ani­ma ed il cui spirito, dall'ombra, vigilano e dirigono il movimento della poesia siciliana da Catania a Palermo.
La sua poesia è robusta e quadrata, im­peccabile nella forma, classicamente siciliana nel sentimento, nella elaborazione, nell'espres­sione verbale e nel pensiero. Poeta che fa dell'autentica poesia e che può ben stare ac­canto al Pucci, al Mercatante, al Di Giovan­ni, e, uscendo fuor di regione, al Di Giacomo.
Non è molta la sua produzione come canzoniere; ma quel poco è oro fino. Eccone un saggio, « Suli! » :
Suli ca ti 'nni vai, suli ca torni, 'nta sta cuntrada non pusari mai. non ci pusari manca a li cuntorni. Ci sta 'na mala fimmina c'amai! Si veni e ccu la luci tò l'adorni godi, la 'ngrata, ammenzu a li tò rai. Và, lassila a lu scuru e la frastorni quanta spirduta pati li me vai!
Bellissimi versi che della loro malia affa­scinarono e commossero due musicisti : Lombardo Alonzo e Francesco Esposito.
Al polo opposto del Giuffrida sta France­sco Buccheri, orologiaio e gioielliere a tempo perso, Boley nelle restanti ventiquattro ore della giornata. Ha scritto due migliaia e più . di poesie, raccolte in 18 volumi che lo han­no reso popolare quanto Musco e Grasso. La sua musa è quanto di più schiettamen­te popolare possa immaginarsi, nel senso più vivo e pittoresco della parola. E il po­polo adora questo cantore ingenuo, primitivo e casalingo, vero portavoce dell'anima e delle voci della strada. Boley è infatti il poeta dei risentimenti della massa anonima, del cittadino che protesta, dei reclami del pubbli­co, dei desideri, delle aspirazioni, delle ri­nunzie, delle lagnanze del popolo e d'ogni sin­golo privato.
Strano contrasto però, Boley ha composto solamente canzoni di leggiadra fattura, di squi­sita tenerezza amorosa; così « Occhi 'nfatati» :
Quannu di 'ssa finestra v'affacciati, siti la vera stidda matutina... E' tantu lu sbrinnuri ca mannatì, c'ammaluciti a cu' si cci avvicina!
Con Boley divide il primato della fecondità Francesco Foti, un poeta che ha innato il senso della poesia e del pittoresco ; è forse il più autentico poeta della canzone siciliana, certamente quello che ha fornito ai vari mu­sicisti più abbondante materia e sempre di ra­pidissima e diffusa popolarità, come «La bedda di lu furtinu » che musicata dal maestro Cali rivoluzionò Catania :
Di la casa a mia vicina,
marijola quantu mai,
cc'è 'na bedda a lu furtinu
ca biddìzzi nn'àvi assai.
Avi l'occhi a calamita, li capiddi 'ncannulati. La vulissinu pri zzila cchiù di centu 'nnamurati.
Idda fingi, pri l'affruntu, di non dari a nuddu cuntu, ma a cchiù d'unu 'na risata 'nzuccarata cci la fa.
Autentica canzone siciliana, dalla modulazione facile, piana e carezzevole, proprio 'nzuccarata, cioè tutta miele e zucchero.
Temperamento assai diverso è invece il poeta Gaetano Cristaldi Gambino, basso, tar­chiato e rasato come un frate gaudente, nel

verseggiare mordace e ironico, assai spesso, — specie nelle macchiette che è quasi il solo a coltivare, — pepato e salace, ma autore a tempo opportuno di canzoni in cui aleggia una sug­gestiva tenerezza come in questa « Si... » :
Si mi putissi 'n puddira cangiari e aviri lu so versu e la finizza, supra 'ssi labbra mi vurria azziccari, sucariti lu meli a stizza a stizza; ti vurria notti e jornu àccanzzari la facci bedda, 'ssa frunti, 'ssa trizza, e comu puddiredda tra li ciuri fàriti tutti li jochi d'amuri!
Poeta delicato ed elegia­co è invece Giovanni La Rosa, qualche volta anzi troppo lezioso e manieroso ; e fanno notare Fino Incontro per la ricercata finezza dei motivi delle sue canzoni, e Vito Marino, poeta-calzolaio che per il carattere schietta-tamente popolare delle sue canzoni linde e di fresca e saporosa inge­nuità sta più vi­cino al Formisano e al Foti. Maestro preferito da questi poeti, il Cali ; ma altri musicisti hanno dato e danno alla canzone siciliana il loro valido contributo : Agatino Riela, Marcantonio Barbabietola, San Lio, Sciuto, Auteri ; quest'ultimo, morto da alcuni anni, era musicista di alto valore. Altro maestro di signorilità e di dottrina musicale, che vive a parte, in una sfera di superiorità, è Francesco Paolo Frontini, chiarissimo nome di artista, intimamente legato alla Catania intellettuale  dell'Ottocento; che egli fu assiduo ai cenacoli letterari del tempo, amicissimo di Verga, Rapisardi, De Roberto, Capuana, del quale musicò Malìa. (vedi qui)

Ma quali caratteri della canzone siciliana ? Il poeta e il musicista siciliani, temperamento e per stile, sono del tutto diversi dai napoletani. Della canzone napoletana ha scritto Salvatore Di Giacomo : « La canzone napoletana è l'amarezza è il compianto, è la rassegnazione, è la rinunzia, è, insomma, la Filosofia di tutta la nostra vita ; è, come chi dicesse, una meditazione alata ercorsa di volta in volta da gridi di amore », oltre naturalmente le N'armine, le Luiselle, le Concettine esaltate in ogni canzone.
Ben poco di tutto questo nella canzone siciliana, e sopra tutto niente, — pudore tutto siciliano e paesano! — nomi delle innamorate. Uccida o ami pazzamente, dispettoso, umile, spavaldo, burlone ed ironico, faceto e qualche volta anche salace, il poeta siciliano è al fondo nostalgico e romantico, ha sempre in serbo una tenue lagrima di tenerezza che illumina di serenità tutto il suo canto.
Niente festosità e luminarie nel poeta siciliano : ma un canto, dal monte al mare, che sa di pastorale, odora di zagara, riecheggia le nenie natalizie, tintinna della sonagliera del carrettiere in marcia lungo stradale di Primosole, attraverso l'immensità della Piana di Catania e della Conca d'oro o su per la salita di Trecastagni e le trazzere di Linguaglossa. La canzone siciliana rappresenta l'anima popolare nella più tipica ed immediata espressione di vita e di arte : tono caldo e raccolto, primitività ingenua e sentimentale, attaccamento alla terra nativa divelta da Mongibello e bagnata dal mare d'Ulisse, amor del focolare domestico.
IGNAZIO GARRA