Francesco Paolo Frontini (Catania, 6 agosto 1860 – Catania, 26 luglio 1939) è stato un compositore, musicologo e direttore d'orchestra italiano.

«Bisogna far conoscere interamente la vera, la grande anima della nostra terra.
La responsabilità maggiore di questa missione dobbiamo sentirla noi musicisti perchè soltanto nella musica e nel canto noi siciliani sappiamo stemperare il nostro vero sentimento. Ricordatelo». F.P. Frontini

Dedicato al mio bisnonno F. P. Frontini, Maestro di vita. Pietro Rizzo

domenica 25 gennaio 2015

Gino Raya - l'ira nemica continua a vivere oltre il rogo.



del prof. Pasquale LicciardelloIl 2 dic. 1987 Gino Raya lasciava questo discutibile mondo: un infarto perentorio ne aveva stroncato la pur solida fibra. Particolare non trascurabile, l’evento funesto capitava alla fermata di un bus, sulla strada, nel buio d’una gelida sera della Roma congesta di anonima folla, l’aria affocata negli odiatissimi veleni del traffico. La morte confermava, così, quella solitudine che aveva segnato la sua vita di studioso. Supplemento di conferma, Raya tornava, solo (a ottantun anni e mezzo), da una conferenza culturale.
“Oltre il rogo non vive ira nemica”, si diceva una volta; e Benedetto Croce citava la sentenza a suggello della sua teoria della Storia come pensiero e come azione. La Storia in fieri, in quanto azione, “giudica e manda”, combatte e condanna; ma come pensiero, cioè storiografia, non giudica, giustifica. Vale a dire, spiega (dispiegando ragioni). La dottrina si applica anche ai protagonisti della cultura? Certamente. Ma la pratica è altra cosa: quale, per esempio, si presenta nel nostro caso. No, a Gino Raya la massima non è stata applicata. Nei vent’anni dalla morte, nessun segno di corale attenzione è venuto dal mondo culturale”: né da quello accademico né dal giornalistico. Solo pochi amici ne hanno risvegliata la memoria in occasione del decennale: ma privatamente, lontano dal moltiplicatore mediatico. Il mondo ha continuato a ignorarlo. Gino Raya rimane un autore vitando, un maudit: l’“ira nemica” continua a vivere oltre il rogo. Espressione (tra l’altro) da prendersi quasi alla lettera, essendo stato, il corpo, cremato, per sua coerente volontà testamentaria di materialista convinto. Quasi un estremo gesto di rivolta contro il plurimo “disordine” etico-culturale, che quel divergente genetico aveva largamente contestato con un’indipendenza di giudizio gelosamente difesa perfino dentro la giovanile militanza crociana. Nonché usata, spesso e volentieri, con asprezza sferzante, specialmente contro i palloni gonfiati delle diverse categorie: letterati, scrittori, critici, pensatori, politici.

Varia e copiosa, perciò, la schiera dei nemici presi di mira dalla frusta rayana. Che talvolta è sottilmente ironica e tagliente non meno della barettiana, altre volte alquanto umorale. Non c’è dubbio: faceva ben poco per farsi “accettare”. Diceva, il fiero Pertini, che l’uomo di carattere ha sempre un brutto carattere: è proprio il caso del nostro amico e compianto maestro. Qui, brutto significa, essenzialmente, fiero, coerente, poco incline alla tolleranza pelosa (o magari soltanto pietosa). E basta, questo stigma caratteriale, a legittimare l’ottusa ostilità dei suoi persecutori? Ottusa, perché largamente preconcetta e personalistica; e perché consumata, in prevalenza, con la più miserabile delle armi: la “congiura del silenzio”. Anche ipocrita, quell’ostracismo, visto che degli studi verghiani del Nostro si servono tutti: e questo è il solo caso che costringa gli utilizzatori a citarne il nome. Non mancano, però, esempi di vero e proprio furto: ci si appropria di suoi giudizi critici su questo o quell’autore o evento culturale senza citarne la fonte. Un furto che il collerico saccheggiato in qualche caso denunciò con l’accusa di plagio.

Lo si è anche accusato di atteggiarsi a martire, e forse c’è stata una certa enfatizzazione del ruolo: ma questo, il poco gradevole ruolo, gli era stato imposto, e anno dopo anno confermato, vieppiù intossicandolo. Un circolo vizioso: più Raya approfondiva la sua divergenza (di critico e pensatore) e più crescevano ripulse e silenzi. Ma anche: più montavano questi chocs en retour più si inaspriva l’animo ulcerato dello scomunicato vitando. Il movimento ricalca, in piccolo, il feed back positivo della cibernetica: l’effetto retro-agisce sulla causa intensificandone la forza, e questo incremento causale rifluisce sugli effetti amplificandoli. E’ quanto accade nelle valanghe o negli incendi. Se si pensa che la chemio-dinamica dei fenomeni biologici si basa sul prevalere del feed back negativo (l’effetto retro-agisce sulla causa depotenziandola) a salvaguardia degli equilibri vitali, si può capire come e quanto la salute psico-fisica di un perseguitato di acuta sensibilità debba soffrire. Magari fino a certe esplosioni di narcisismo reattivo poco congruenti con la sobrietà del carattere (allergico all’enfasi e ai facili elogi). O fino ai saltuari dubbi insensati sugli amici più veri e devoti, a certi sprechi di spazio della sua rivista per inutili foto-riproduzioni di lettere verghiane. Legati, questi sprechi, a un sintomo ancora più allarmante: il masochismo da ritorsione, che lo induceva a rifiutare per la sua rivista testi validissimi di qualche devoto allergico a sue richieste di facili libelli d’ispirazione famista,
Ma con tutti i suoi limiti caratteriali egli mi appare ancora un Gulliver fra lillipuziani nel confronto con la media attuale e tardo-storica (l’ultimo mezzo secolo o più) dei baroni in cattedra e degli operatori culturali in genere. E sia detto non per negare valori eminenti fra quei “baroni” e fra questi “operatori”, ma per relegarne l’eminenza dentro i perimetri dell’acquisito e del consolidato. Come dire: quei valentuomini sono bensì gremiti di erudizione e capaci di spostare qualche tassello e virgola del contesto metodologico ereditato (crocianesimo, marxismo, strutturalismo, decostruzionismo,…) e nell’area critica di questo o quell’argomento; ma dove cercare, in quel folto di prevalenti carrieristi schierati, l’idea nuova, la proposta che ti fa saltare dalla sedia o cattedra che sia? Dove, il dissenso radicale e ben motivato dai “valori” correnti, nel nome di una meno pigra e più controllabile scienza del mondo umano che quei valori ridefinisca e ridimensioni? Anni fa un “consulto” di cattedratici del nostro ateneo si chiedeva quale novità reale, e insomma rivoluzionaria, si fosse verificata in quella cittadella del sapere (anzi Sapere): guardandosi in faccia quei valentuomini furono costretti a riconoscere che la novità stava tutta e soltanto nelle scandalose teorie rayane: famismo e conseguente critica fisiologica. E qui un marziano, immune dai meriti terrestri, si figurerebbe che da quel riconoscimento il destino del Raya abbia galoppato in trionfale corsa di contrito risarcimento. Ma noi siamo sul pianeta Terra.
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Per non millantare un copyright che non ci compete, riveliamo subito che quei marziani spettano alla scrittrice Pina Ballario, la quale, quaranta e più anni fa, scrisse questa scherzosa iperbole: “Gino Raya sarà, come Vico, apprezzato fra cento anni, dopo la epurazione fatta dai Marziani sulla terra. Non so perché si temono gli omini verdi dei dischi volanti. Io e gli amici miei sparsi un po’ in ogni parte del mondo li aspettiamo. E renderanno giustizia a Gino Raya” (“Gazzetta di Novara”, 23. 02, 1963)
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Si potrebbe persino chiedere dove stia l’eccellenza espressiva degli eminenti, baroni di cattedra e big della libera prosa, inventiva o giornalistica, tanto rari sono i veri campioni di stile: conosciamo fior di “emeriti” che “non sanno scrivere”. Vale a dire che sono capaci al più di una prosetta ammodino, ampollosa o asfittica, dove la correttezza sintattica resta confinata all’aspetto grammaticale, senza sfiorare quella più vera sintassi che è “monoblocco” di pensiero-passione profondo e fulgido stile di stretta fitness. Una sintesi che vuole estro, arguzia, ritmo sequenziale, originalità di immagini e agilità comunicativa (fuggendo come la peste le lungaggini le cacofonie e l’ingorgo ipotattico). Ebbene, questo binomio raro, sostanza ed eleganza, Raya lo realizzava in ogni suo scritto (e sia pure con l’inevitabile “più o meno” di ogni prova umana nel tempo); gli altri, quando sono al top, si fermano a rapsodici decori e calchi “brillanti”. Il prosatore Raya (sia critico che narratore) fa pensare, tra l’altro, alla “regola” di Ivo Andric: “una parola superflua non dovrebbe mai essere pronunciata”, e proprio perché “nulla più della lingua induce allo spreco e al peccato”. L’autore più lontano da siffatti sprechi e “peccati”: ecco il prosatore Raya. Una qualità che gli veniva riconosciuta dalle poche celebrità oneste e non prevenute. Parlando della rivista Narrativa (fondata dal Raya nel 1956, trasformata, nel 1966, in Biologia culturale), Maria Bellonci scriveva: “Pubblica racconti e scritti critici dove non una parola sia superflua o convenzionale o bugiarda, e dimostra […] l’assoluta coincidenza fra arte e morale” (Il Giorno, 26. 04. 1960). E Antonio Aniante, a sua volta, coglie nello stile rayano l’elegante sintassi qui segnalata, attribuendola “a una forte carica culturale, aggressiva, sadica, immaginosa”, declinabile in questi termini: “La carica culturale utilizza gli strumenti volta a volta più idonei, dalla scienza alla cronaca nera. La carica aggressiva spiega la schiettezza e la densità del dettato, che punta al suo tema senza preamboli complimenti mezzi termini in genere. Nel processo aggressivo-polemico si dispiegano due fenomeni: quello sadico e quello umoristico; entrambi connessi al senso del ritmo. Solo che il ritmo del sadico corrisponde ad un certo compiacimento impietoso, e il ritmo dell’umorista corregge la crudeltà del sadico dirottandola nell’arguzia o nella risata” (Antonio Aniante, Il famismo, Milano, Pan editrice 1977). Non ci vengono in mente che due soli nomi di scrittori paragonabili al Raya: Concetto Marchesi e Gesualdo Bufalino. In modi diversi, ma ugualmente eccellenti, ti deliziano con la loro arguzia, fantasia, discreta ma schietta sensualità, audacia traslativa, laica profondità di pensiero, ironia dissacrante e commossa saggezza. La loro prosa te la senti quasi in bocca, come una leccornia che seduce il palato. E sia detto senza nulla togliere alle buone scritture del nostro panorama letterario novecentesco.
Il titolo di Aniante ci riporta al maggiore contributo di pensiero osato dal Raya. Il quale, all’alba dei suoi cinquant’anni, comincia a sviluppare quella estrema reductio ad corpus che è la dottrina famista o biologia culturale. Testo fondamentale, La fame. Filosofia senza maiuscole (Padova, 1961, con prefazione di Luigi Volpicelli. 3a ed., Roma, 1974). Libro spregiudicato e geniale, che, risalendo, secondo un aggiornato metodo vichiano (“Natura di cose è nascimento di esse…”), la vicenda filogenetica, trova nell’innesco metabolico della primordiale chimica organica l’origine e la sostanza costante della vita nella sua infinita fenomenologia. Siffatta impostazione porta a includere in quell’unica matrice l’uomo intero, “dalla testa al calcagno” (come recita una celebre formula). Dunque, anche l’intera gamma dei fenomeni mentali e cosiddetti spirituali, con totale ripudio della millenaria interpretazione dualistica o platonizzante. Un itinerario, insomma, dove ogni parametro antropico specifico (razionalità, affettività, cultura, religione. arte…) viene letto come sviluppo fisiologico del corpo nelle sue strutture “nobili” (cervello, ecc.) e accostato ad analoghe e più elementari funzioni del mondo animale. Il punto focale dell’homo novus famista sta nell’unicità del primum movens di ogni sua azione, di muscoli o di pensiero. Il benservito spetta alla ragione come categoria metafisica e presunta motrice di pensieri “spassionati”, di teoresi libera dalle emozioni. Il famismo dice: nessuna azione o respiro senza il movente passionale, che ricondotto alla sua radice basale, è sempre una modalità della pulsione fagica, un appetito. L’unica razionalità possibile sta nell’autodisciplina tecnica della passione-appetito, che può rivolgersi a una pagnotta come a un libro, a un corpo o a un cuore, e cioè secondo una sterminata gamma di trasposizioni. In ognuna delle quale affiora la originaria bivalenza del rapporto fagico: gradire o rifiutare. Di qui la visione antropofagica dell’eros. Quella spinta originaria non può non agire in ogni emozione. La normalità del freno anti-incorporazione nell’amore non deve cancellare la ricorrente prova tragica del delitto passionale come metafora dell’ingestione; né i casi di regressione cannibalica verso il corpo bramato. In questa severa reductio biotrofica l’arte non può essere che danza, ossia mimesi ritmica dell’atto fagico comunque trasposto (dislocato, sublimato o mascherato).
All’uscita del libro era facile prevedere quanto si è puntualmente verificato: salvo pochissime, nobili eccezioni, il resto sono reazioni di indignato raccapriccio presso le anime timorate (ivi compresi i grandi Tartufi dotti e cattolici); di superciliose ironie nei campioni dell’accademia sedicente laica (così tributaria, in rebus, della secolare tradizione metafisico-religiosa: anche quando si autocertifica materialistica). Troppo sconvolgente, la Weltanshauung rayana, per la varia pigrizia mentale dell’intellighentsia maggioritaria, non solo italiana, ma planetaria. La quale risponde riconfermando ad augendum quei valori assolutizzati che Raya chiama maiuscole (per l’iniziale un tempo d’obbligo nei relativi lessemi). E che, purtroppo, stanno dimostrando una vitalità tetragona ai colpi dell’evidenza, moltiplicando l’orrore del mondo con le quotidiane stragi del terrorismo islamico e dell’altrettanto criminale stragismo indiscriminato dei cosiddetti Paesi civili e democratici, come gli Usa e certi loro satelliti. Che in entrambi i casi la catalisi religiosa operante nelle diverse forme del fanatismo strumentale sia evidente nel suo aspetto più cinico e catastrofico non turba i sogni del quietismo mammonico ammantato di sonanti ideali. La voce del fantasma rayano, così chiara e forte contro le maiuscole potenzialmente assassine, continua a gridare nel deserto.
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Questo è l’uomo cui si continua a far torto anche da cenere. Gli universitari, quando gli proponi di fare qualcosa per ricordarlo, si defilano. Qualcuno perfino “scusandosi col dir non lo conosco”. Ma non è solo il mondo accademico a recitare de Raya il poco gagliardo ruolo delle tre scimmiette (“non vedo non sento non parlo”): il variegato e altrettanto discutibile universo giornalistico non è da meno. Anzi. Giornali che il Defunto onorò per decenni si guardano bene dall’onorarne le ricorrenze. Tra questi spicca per assenza ribalda La Sicilia, che Raya illustrò per oltre mezzo secolo con i suoi eleganti elzeviri e “Servizi speciali” (da anniversari celebri: veri densi saggi critici).
Ma i responsabili del quotidiano hanno fatto di peggio. Alla notizia della morte, mi si chiese il classico coccodrillo (ero il seguace più in, e collaboravo, come tale, a quelle pagine culturali dal 1974). Lo scrissi, contenendolo nelle nuove misure imposte dalla rinnovata redazione culturale. Lo portai, come al solito, ignorando che lo stavo mandando al macello. L’articolo fu squartato: un pezzettino-civetta in prima pagina, il “servizio”, sfigurato da tagli infelici, a pg.24, tra il vario ciarpame dell’Attualità. Eppure era uno schietto pezzo da terza pagina. La piccola infamia suscitò indignazione tra amici conoscenti alunni del mio liceo: tra questi, una animosa fanciulla (Mariagrazia Finocchiaro) scrisse una vibrata lettera di protesta al giornale, che, con “piacevole sorpresa” dell’autrice, la pubblicò (18. XII. 1987, “La parola ai lettori”; titolo La biografia di Gino Raya): unica, inattesa, goccia di gratificazione pubblica (o piuttosto di risarcimento) in quel mini-evento di ordinaria cialtroneria. Ancora mi chiedo come mai sia stata pubblicata la lettera. E per opera di chi. Qualcuno, in quel cafàrnao di nuovi Soloni e grilli parlanti, dovette accorgersi che la si era fatta grossa: non s’erano offese soltanto due qualificate firme del giornale, ma lo stesso quotidiano, sfregiato da quel sezionamento imbecille. Altra inevitabile domanda: in quale sacco gastrico ribolliva l’incomprensibile odio verso il binomio così seviziato?
E il suo paese natale, la sua piccola patria, Mineo, che tanto giusto onore tributa al grande Capuana (Monumento in piazza, fondazione, vie, ecc)? Cos’ha fatto per quest’altro suo figlio? Nulla, che io sappia: neppure, forse, intitolarne una via, una piazza, un vicolo. Non ci è capitato di vederne, nei nostri due approdi a quella attraente meta natalizia. Si vedono, bensì, i libri del Raya che si occupano di Don Lisi, tra le mille pubblicazioni esposte nel palazzo di famiglia; ma tutto finisce lì. Chi dicesse a quei distratti amministratori che per valore culturale e genialità Raya è molto più alto del maestoso monumento del pur bravo narratore e critico e professore e folklorista e burlone fotografo ex sindaco don Luigi, li farebbe sorridere di ironia e compassione. Diremo, “Ai posteri”? Ma quali? Quando? Risuonano le dolenti note del Leopardi che fantastica del Parini, o della gloria. Egli, però, l’Infelice di Recanati, da cenere, di gloria ne ha avuta da riempire il pianeta e i secoli. Raya si deve accontentare di una dispersa presenza in rete (in vari siti è possibile trovare i suoi libri), dove lo studioso italianista (e dantista in particolare) nel suo sito internet Literary gli rende giustizia inserendolo fra i suoi densi Profili letterari siciliani dei secoli XVIII-XX (in cui ospita perfino il modesto sottoscritto). Gli siano rese grazie: non è quanto spetterebbe all’Ostracizzato, ma il poco è sempre meglio del niente. Al relativamente poco dell’infaticabile Ciccia è doveroso aggiungere il nome di Paolo Anelli, precoce autore di un vibrante pamphlet sul “Caso Raya”: Il silenzio delle farfalle infilzate. Sottotitolo: “La danza della vendetta di Gino Raya” (Firenze, Atheneum, 1991). Una testimonianza che è sempre un piacere rileggere. Intanto chi avrebbe pronti, da anni, un paio di robusti saggi, non può pubblicarli: la pensione di prof. di filosofia nei licei non consiglia consistenti spese extra-domestiche. Quanto alla famiglia del Rimpianto, opaco silenzio sull’argomento.  GINO RAYA, A VENT’ANNI DALLA MORTE










sabato 17 gennaio 2015

«Scapigliatura Catanese» di Gesualdo Manzella Frontini

Eravamo di quella generazione irrequieta, che aveva esercitato gli spiriti bollenti sotto il Consolato Austriaco, gridando « Viva Trento e Trieste » e cantando l'inno a Oberdan s'era fatta piattonare  dalle daghe dei questurini.

Generazione segnata dal destino per due guerre.
Fu proprio nelle vacanze che precedevano l' ingresso all' Università che il gruppetto iconoclasta sopraggiunto dalle smanie volle concretare la sua azione, confidando ad un giornale tutte le speranze e le certezze di un rinnovamento.
Tre matricole e un paio d'irregolari, e c' era un  anziano studente  di filosofia.
Vacanze torride dell'agosto siciliano, anzi catanese, così che alle scalmane letterarie dava vital nutrimento la calura del lastricato lavico del Corso Stesicoro fluido tra i vapori, e dissolvetesi lontano l' Etna.
Avevamo sulla coscienza tre o quattro giornali letterari e un mucchio di debiti con tutti i tipografi, e scantonavamo con apprensione all'odore dell'antimonio, pur avendo rifilato con dignità e cuor trepido ai genitori le note insolute del nostro primo  assalto  alla  gloria.
Tempi di preparazione e di orientamento verso una cultura più vasta, e d'insofferenza per ciò che andava deteriorandosi del tramontato ottocento. Diane vaghe, con programmi ancora in fieri, ma si attaccava la vecchia cultura e il vecchio mondo.
Le nostre aspirazioni si polarizzavano verso Firenze. Il «Leonardo», Papini, il pragmatismo, le questioni sociali : le distanze ingrandivano i fatti e gli uomini, quaggiù ci sentivamo spaesati e senza destino. I colleghi universitari che ci avevano preceduto di tre o quattro anni si erano composti e addormentati nella polemica Carducci-Rapisardi, che noi consideravamo ormai superata, e ci lasciava indifferenti. 
E infatti deposto il berretto goliardico, s'era visto che di quei propositi audaci non restava che il desiderio di collocarsi, anche a tradire, al canto del gallo.
E quando si era saputo che il Rapisardi lasciava la cattedra si direbbe che si era provato un certo chiuso compiacimento. Del resto la facoltà di lettere era in quel tempo fra le più salde e quotate : 
Carlo Pascal, Ettore Romagnoli, Paolo Savj-Lopez e poi, onore grande per noi letterali, l' assunzione di Luigi Capuana a maestro di stilistica e lessicografia. Una cattedra come un'altra, ma l'orgoglio di poter sentire la parola di uno scrittore vivo e vegeto, che la generosità di un Ministro aveva cercato di strappare alle incertezze di una vita precaria ci strinse attorno al Maestro  benigno e sorridente.
Il « Circolo Artistico » era il nostro covo. Fra gli insegnanti della vigilia liceale, colta gente compassata e tradizionalista, e noi pochi reprobi si stabilirono relazioni di generosa simpatia da quella parte e di ossequio ironico da parte nostra.
Qualcuno di noi aveva già lanciato un volumetto ribelle, fin nel titolo, dai banchi del liceo, « Novissima » semiritmi, con la certezza di far dispiacere ai professori, mentre poi aveva dovuto subire una affettuosa e commossa paternale sulla intemperanza, le imitazioni, gli echi abbondanti ch'erano  nel libro incriminato.

E intanto Giovanni Verga, al quale, arrossendo, facevamo tanto di cappello, passando davanti al « Circolo Unione » aveva propinato l' elisir delle più folli speranze al giovanetto audace, che osava dedicargli un suo volume di novelle anticipato da una prefazione che annunziava il crollo di tutte le tradizioni e di tutte le regole e la rivoluzione più interessata e inesorabile della sintassi. Vale la pena di trascrivere la lettera illuminata dal grande sorriso di quel galantuomo fine e ironico.

Egregio Sig.  Manzella, La  ringrazio del volumetto che ha voluto mandarmi  « per   un   giudizio »   ma io non  mi sento vocazione nè veste di giudice, e men che meno dopo quel po' di roba che dice avanti « ai miei critici ». Senta, per quella simpatia che mi ispira il suo ingegno di cui dà in queste prime novelle una magnifica promessa — glielo dico subito — nelle illusioni dei suoi vent'anni ci son passato anch' io — e anche per la simpatia che Ella mi dimostra dedicandomi una di queste sue novelle, lasci stare i titoli e sottotitoli violenti, le prefazioni gonfie e vuote — ne ho anch'io sulla coscienza — i propositi fatui di rinnovazione e di resurrezione, e lavori, e faccia e rifaccia con gelosa e incontentabile autocritica. Ella è giovane, beato lei, ha dell'ingegno, e può fare. Questo glielo dico un po' bruscamente forse, e forse pei intonarmi allo stile della sua prefazione, ma sinceramente, e badi che non faccio complimenti, e il lieto pronostico che faccio a lei non fo a tutti. Così la mia franchezza anche sgarbata, le si mostra più sincera e le farà piacere. 
Buon augurio a lei  G. Verga.

Figurarsi. Il giovanetto, che slittando sulle sferzate del Maestro, si adagiava, compiaciuto, sulle parole buone, dettate certo dalla cordialità dell' artista arrivato, s'era collocato capo gruppo.
In quella lettera del Verga c'era stato indubbiamente lo zampino del Capuana, che se amava quel trio di scapestrati ribelli, fedelissimi uditori e appassionati delle sue lezioni, di tanto in tanto, se l' occasione si dava, non risparmiava qualche stretta di martinicca.  Tant'è i tempi stringevano e bisognava bruciare le tappe. Il giornale ci voleva.
E una sera, il giovane fu incaricato di redigere un manifesto ch'egli indirizzò « alla gioventù contemporanea e agli artisti giovani». Bisognava parlare chiaro e forte, rompere il sonno agli indolenti, menar le mani, lanciar sassi, non importa se taluno senza indirizzo preciso. Anche a Palermo c' era odor di battaglia. A Messina si era lavorato di lena già qualche anno prima con la rivista « Ars Nova » ove collaboravano giovani preparati solidamente, acuti e aggiornati. Fermento, ch'era in fondo, il sintomo di quella nuova Italia che si annunziava in crescenza portentosa, dopo l'equivoco torpore del passaggio inavvertito del secolo giovane sul vecchio. 
Strabiliati i professori, ch'erano stati chiamati — i nostri vecchi professori del liceo — a fiancheggiare l'opera dei giovani, ma che in realtà avrebbero dovuto, paziente milizia in borghese, impedirci audaci sconfinamenti.
Il manifesto ne uscì stroncato, mutilato, scapitozzato, roba da far pena. Noi ci vendicammo facendone stampare un'edizione ufficiale per tranquillizzare gli spiriti diffidenti di taluni amministratori del « Circolo Artistico » e risparmiare la dignità e l'onorata divisa dei nostri ex-professori; e un'edizione alla macchia che ci affrettammo a lanciare fra gli amici e i conoscenti della Penisola, mentre qualche copia riservata veniva fatta scivolare nelle tasche degli accoliti e dei novizi, che guardavano a noi come a gente di gravi propositi. Il manifesto s'infiorava di simili frasi:
« Parta dalla terra del sole, dalla città ardita sotto l'incubo del minaccioso possente ubero di fuoco, o fratelli giovani, dispersi fra le ruine d' Italia, la voce di rinnovamento»; affermava la necessità di « risvegliare le virtù della razza » e si proponeva « senza preconcetti, scuole, formalismi, di seguire l' istinto vergine da ogni tocco d'imitazione». «Noi siamo la vita e il futuro, oltre ogni teoria per un fine di rinnovamento: noi  rechiamo in noi l'avvenire».
A Luigi Capuana fu fatto leggere il manifesto stampato alla macchia, l'edizione integrale. 
Il Maestro parve perplesso. Forse in cuor suo si doleva di talune contingenze di carattere pratico, per le quali non aveva accettato la direzione del periodico «Critica ed Arte», che poi durò un anno e che nell'ordinamento e nel carattere programmatico, specie nei primi numeri, fu il giornale più aderente alla famiglia di cui era il rappresentante : disaccordo dichiarato, profondo, congenito, simpaticamente incongruente. Atteggiamenti e pezzi prefuturisti fra articoli e novelle barboge, talvolta  mattoni   eruditamente  deprimenti,  poesie di Tommaso Cannizzaro e folgorazioni  stellari del Marinetti.
Frattanto, era nata la « Voce » e con più scaltri aggiornamenti e con più diretti contatti si aggrediva da ogni parte la resistenza passiva dei detentori di quella cultura che si esauriva in sè stessa, senza mete, senza ideali. Per qualcuno di noi però tutto ciò aveva importanza fino ad un certo punto, che ritenevamo 1' arte dovesse rimorchiare o almeno aprire la via alla politica, e non farsi rimorchiare.  Il giornale era morto.
Ed ecco improvviso sul nostro cielo teso nella stanchezza, grave sui nostri spiriti (propositi di evasione scoppiavano qua e là definitivi) guizzare un giorno il fulmine futurista. Marinetti da Parigi lanciava il suo Manifesto e voleva uccidere il chiaro di luna.
Quella sera ci trovammo tutti, e l'autore dell' appello « alla gioventù contemporanea e agli artisti giovani » ebbe il suo quarto d' ora di rivincita. Sembravamo impazziti. Conoscevamo Marinetti. Egli faceva sul serio, e chiedemmo d'essere con lui e ci affidammo alla sua sapienza tattica e al suo impeto, che ci sapeva del vulcano poderoso, il quale avevamo chiamato a testimonio delle nostre intenzioni e del nostro programma distruttivo. Marinetti rispose con una lettera, che oggi ha un interesse documentario, che narra un programma realizzatosi nella storia.
« Caro Collega, ho trovato nel vostro invito agli artisti giovani e alla gioventù contemporanea un fervido e magnifico grido di riscossa, genialmente lanciato alle forze virili della letteratura, perchè esse si manifestino « senza scuole, preconcetti e formule, seguendo l'impulso vergine d' ogni tocco di imitazione » : questo è infatti uno degl'impulsi che hanno prodotto il nostro Movimento Futurista, ma non la sua essenza distruttiva e ascensionale, che non abbiamo inventata nè voi, nè io, come nessuno ha inventato — permettetemi lo scherzo — le instancabili forze vulcaniche che screpolano la vostra Isola divina. Io  mi sono accontentato di dare la formula esplosiva e incendiaria di un ammasso di sorde rivolte, di nause profonde, di disgusti feroci contro il culto del passato, l'impero dei morti, la tirannia dei professori, dei politicanti astuti, pacifisti e conservatori. Il futurismo non è altro che una parola facile e leggera da sventolate dovunque il genio creativo trionferà delle strettoie scolastiche, dovunque il sangue irruente sarà sparso prodigalmente per una idea ; dovunque si lotterà senza paura per distruggere quotidianamente tutto ciò che agonizza in noi, per meglio abbracciare l'irruente futuro. Senza paura, dico, senza guardarci alle spalle, camminare, correre velocissimamente nella polvere  dispersa dei nostri morti. Senza paura, dico, poiché l'Italia è disgraziatamente ancora un paese di vigliacchi, di uomini seduti in poltrona a sognare, o a collezionare francobolli. Disprezzo del passato, libertà assoluta a tutte le follie, a tutte le ebbrezze del sangue ; tutti i diritti alla gioventù, e, ai vecchi, soltanto quello di morire. Ecco il programma che il nostro sangue c' impone ! La guerra, presto ! Domani, speriamo; contro l'Austria, naturalmente, poichè da tempo siamo infastiditi dalle sue insolenti gomitate!... La guerra, poichè tutto infradicia, si avvilisce e si mummifica nella pace!... La guerra, con la immensa fiammata d'entusiasmo, di disinteresse e di eroismo, coi suoi crolli, con le sue rovine, con la sua congerie di prudenze calpestate, di legami infranti, di esistenze capovolte. Futurismo vuol dire ancora : liberazione dai rancidi sentimentalismi che appestano la letteratura, liberazione dalla tirannia dell'amore, che schiaccia e  falcia  le  migliori  forze  dei  popoli  latini.
Come vedete, nulla ho inventato: ho semplicemente espresso in una forma violenta le idee che ribollono nella migliore parte della gioventù italiana. In Italia, dove non si fa, ahimè, che del personalismo, disprezzando i pensieri degli uomini, per non giudicarne che le facce, gli abiti, e la borsa, il Futurismo fu accolto da un uragano di insolenze, accusato di bluf, di reclamismo ad oltranza. In Francia, invece, in Inghilterra, nell'America del Nord e nel Giappone il Futurismo fu salutato da una salve di applausi, suscitando discussioni e controversie che ne assicurano ormai il trionfo. Questo tenevo a dirvi, caro collega, per la simpatia che io nutro per il vostro ingegno novatore, e per le alte idealità che ci sono comuni. Vostro  Marinetti
Prima di questa lettera c'era stato un momento di perplessità avvilita, ma poi vinse in noi l'impetuoso temperamento siciliano. E cominciò lo scambio ininterrotto torrenziale di corrispondenza fra il giovane e l'Apostolo.
Catania   divenne   stazione collegata d'irradiazione futurista. I bombardamenti marinettiani esaltanti l'originalità l'ingegno il coraggio dell'isolano seguivano   agli   articoli   a  catena,  che  dal quotidiano della città spazzavano finalmente, lanciati a serie, l'aria morta e suscitavano curiosità; interesse, irrisione  e  perfino  un duello. Cari giorni indimenticabili in cui si viveva per mille, nella illusione di vedere crollare il vecchio mondo fra le convulsioni. 
E all'Università che cosa avveniva?
Molti  colleghi   vollero  dignitosamente  dimostrare il   disappunto,   fischiando   il   Futurista, e furono battuti dal  gruppo esiguo, e non soltanto metaforicamente. Marinetti prometteva una sua prossima visita :  bastava  questo per esaltare il collega lontano  —  che  fra  l'altro anche gli amici si dissipavano:   la   vita   diventava   impossibile.   Questo mio   vecchio popolo catanese, satrapo di tante civiltà, esperiente e ironico, quando non esalta irride. Ma era bello restar solo, disdegnoso: adorno zavorra. E finalmente scoppiò l'ultima bomba che sconvolse molte posizioni avversarie.
Il propagandista instancabile,  che attendeva la visita della pattuglia futurista nel suo paese, ov'era quasi solo a difendere,  sentinella  morta,  il movimento, osò una sortita in campo nemico con un audace mossa tattica, servendosi di un mascheramento, che proteggeva moralmente  l'avanzata.
Si era pubblicato allora allora  «l'Incendiario » del Palazzeschi,  ed ecco sulla terza pagina del quotidiano un articolo dedicato a «Luigi Capuana, sempre giovane» .  Il Maestro aveva infatti talune idee personalissime sulla funzione stimolatrice e quasi  precorritrice  della critica.
Pochi giorni dopo con grande meraviglia dello stesso autore dell'articolo, perveniva al giornale, col nulla osta per la pubblicazione, la lettera che pubblichiamo, quasi integralmente, e della quale il Marinetti fu entusiasta.

« Caro Manzella Frontini. Voi lusingate gentilmente la mia vanità chiamandomi in pubblico «sempre giovane». Grazie. Mi avete fatto ricordare di quando ero giovane davvero e un po' ribelle, come e quanto poteva permettermelo la mia indole tranquilla, alquanto scettica nonostante gli entusiasmi che mi spingevano a lavorare. Se ora l'età mi consiglia di tenermi in disparte, il ribelle di di una volta si compiace però di stare a guardare e ad ascoltare quel che fanno e dicono i giovani vostri pari; e soltanto il timore di sembrare ridicolo, come tutti i vecchi che hanno la velleità di mostrarsi galanti a dispetto degli anni, m'impedisce di mescolarmi alle vostre discussioni e di manifestare quel che penso intorno alle opere, versi e prosa, che le traducano in fatto.
Ma nell'intimità di questa lettera di ringraziamento posso prendermi la libertà di dirvi che la notevole spiegabilissima esagerazione del loro programma non m'impedisce di approvare nel giusto valore i Futuristi. Se avessi cinquant'anni di  meno,   mi  dichiarerei  uno  di  loro.
E evidente che essi chiedono cento per ottenere almeno venti ! Sono giovani di grande ingegno: e se fanno un po' di chiasso, questo dimostra  che intendono il  loro  tempo.
In un certo modo il Manifesto del Futurismo mi sembra una fierissima satira al pubblico distratto e alla pedanteria che vorrebbe continuare a baloccarlo con le vecchie formule retoriche, classiche o romantiche, non significa niente. 
Che Marinetti e i suoi amici siano dei matti da legare è tale enorme sciocchezza da non potersi attribuire saviamente neppure ai loro oppositori, Marinetti è un raro poeta, un fortissimo artista. Chi ha scritto « Roi Bombance » e « La ville Charnelle » dev'essere preso molto sul serio.
Buzzi, Cavacchioli, De Maria, Palazzeschi e gli altri, chi più chi meno, han dimostrato di voler tentare nuove vie, e fan prevedere che, presto o tardi, sbarazzandosi facilmente dell'esuberanza - chiamiamola così - giovanile, daranno geniali e notevoli frutti di arte elevata e sincera.
So che Marinetti e i suoi apostoli verranno a Palermo e, forse, a Catania. Credo che da noi non avverrà la indecente gazzarra di Napoli e di altri posti. 
Chi non combatte idee e uomini per partito preso, dovrebbe cavarsi il cappello davanti a questi coraggiosi giovani che hanno cultura ed ingegno da vendere. E, dopo tutto questo, lasciatemi invidiare la vostra  reale giovinezza.
Cordialissimi  saluti dal vostro
Aff.mo  Luigi  Capuana

Lo sbaraglio fu completo fra gli universitari, la vittoria passò ingagliardendo i tiepidi e convinse perfino coloro che per temperamento non avrebbero mai piegato il capo carico di morte formole  e  di sorpassati pregiudizi. La lettera del Capuana fu riprodotta dal Marinetti in migliaia di esemplari e divulgata in tutto il mondo.
Il lievito spirituale di quel movimento già dava sul suolo di Tripoli quella prodigiosa fermentazione, che sarà più tardi evidentissima nella falange del  volontarismo futurista del  '15.
G. Manzella Frontini

* Tratto da Catania rivista del comune 1955 - articolo gentilmente offerto da Teodoro Reale.







mercoledì 7 gennaio 2015

Giornale "Il Momento" - 1883 - fenomeno di straordinaria e vitale importanza nel processo di rinnovamento della cultura siciliana.



Un gruppo di intellettuali siciliani, dopo il 1870, sul fondamento di una sorprendente conoscenza delle lingue straniere,  anche le più lontane, si dette alla infaticabile traduzione di numerosi romanzi stranieri. Ne fa ancor oggi fede una serie di opere pubblicate a Palermo da "Il Tempo"; e si tratta di romanzi tradotti dal francese, dall'inglese,  dal tedesco,  dal polacco.
Venuti sempre più a contatto , con la moderna letteratura europea,  quei giovani palermitani parteciparono con ardore al dibattito sulla nuova cultura. E così, oltre ai lavori dell'Enrico Onufrio, non trascurabili sono quelli dell'Arcoleo, del Navarro della Miraglia e, soprattutto, del Ragusa Moleti.
Questo ultimo,  specie col suo saggio Il realismo  del 1878, venne a porsi al centro del dibattito sul verismo, preannunziando in certi casi, come già l'Arcoleo, la stessa tesi desanctisiana.

Lo sbocco naturale di tale fervido, inquieto, ambiente culturale, fu la fondazione, ad opera di un cugino del Ragusa Moleti, G. Pipitone Federico,  de Il Momento,  avvenuta nel 1883. Ed è, questo, fenomeno di straordinaria,  vitale importanza nel processo di rinnovamento della cultura isolana in quegli ultimi venti anni del secolo. Il giornale, che ebbe vita breve, si costituì come vero centro propulsore di energie sotto la bandiera di un preciso programma d'avanguardia,  ch'era la strenua difesa e propagazione ad oltranza del nuovo credo positivistica in filosofia e naturalistico in letteratura. 
Desanctisiani in estetica, naturalisti in letteratura, difensori tenaci dello Zola e del verismo italiano, gli entusiasti palermitani seppero raccogliere attorno a quel foglio i migliori ingegni dell'Isola. Oltre allo stesso gruppo dei fondatori - Pietro Silvestri e Giuseppe Pipitone Federico, con Ragusa Moleti ed Enrico Onufrio -, collaborarono al giornale il Pitrè, il Rapisardi, il Capuana, il Verga, il giovanissimo G. A. Cesareo,  Eliodoro Lombardi,  Luigi Natoli, G. A. Costanzo, Ugo Fleres, E. G. Boner;  ma anche scrittori e studiosi d'ogni parte d'Italia: il Mestica, il Dossi, il Di Giacomo, lo Stecchetti, lo Scarfoglio, Vittorio Pica,  Raffaello Barbiera, Mario Giobbe, Pompeo Molmenti, Filippo Turati. E sembra che lo stesso Zola abbia inviato qualche suo scritto.  
Il ribellismo di quegli ardenti intellettuali siciliani aveva,  in fondo,  trovato la più adatta collocazione. Ed è proprio intorno al gruppo de "Il Momento" che deve incentrarsi, oggi, l'analisi dello studioso della fortuna della cultura francese in quegli anni in Sicilia.
Si prenda, ad esempio, l'opera del Ragusa Moleti. Imbevuto di una profonda conoscenza della letteratura d'Oltralpe, fervente difensore dello Zola e della scuola naturalistica fin dai tempi del suo saggio sul realismo,  egli fu davvero, anche nella scelta degli autori francesi da analizzare, "ribelle dei ribelli". Percorso, com'era,  da "un soffio iconoclastica di violenta rivolta contro i mali del mondo", fu naturale, per lui, dare tutto il proprio contributo a quel foglio palermitano - "Il Momento" - sul cui secondo numero era apparsa, a mo' di epigrafe, l'effigie dello Zola.
Mentre attende, da un lato, alla traduzione del Murger, si imbatte nell'opera del Baudelaire, che subito lo avvince, e lo terrà legato a sè per vari anni.  Nel 1878, dopo uno studio approfondito dell'arte baudelairiana intera, pubblica un saggio - e si tratta,  molto probabilmente, della prima monografia dedicata da un italiano al poeta francese -,  nel quale è evidente la conoscenza diretta del Baudelaire "minore", cosa non del tutto frequente in quel tempo, quando tutta l'attenzione,  spesso morbosa,  era appuntata quasi esclusivamente sulle Fleurs du Mal, grazie alle quali il nome del poeta francese era entrato in Italia per merito dell'ambiente scapigliato milanese, e del Praga in particolare. 

Il Ragusa Moleti dà la sensazione di essere penetrato a fondo nella poesia dell'autore francese. Non disponeva, naturalmente, dei mezzi di cui oggi può disporre la critica, moderna, eppure seppe rendere tutta la magia di quella poesia, affascinando ancora oggi anch'egli, come già il Baudelaire, il lettore. E verso la conclusione del lavoro, investitosi quasi del ruolo ufficiale di difensore del grande artista francese, non riuscì a frenare una mordace frecciata contro l'incomprensione di quel genio da parte della critica italiana.  Va qui sottolineato,sia puro per inciso,  quanta all'esperienza baudelairiana sia da riallacciare, per certi versi, anche l'ultima produzione del Nostro. In Miniature e filigrane, ad esempio, testimonianza di un sincero grido di libertà e di eguaglianza sociale, Il Ragusa Moleti focalizza - in più di una occasione - la propria partecipe attenzione sulla condizione degli umili, o si rivolta con empito libertario contro le tiranniche istituzioni sociali. Su tutta la silloge spira, però, anche un senso drammatico della vita come morte, che fa molto pensare al Baudelaire.
L'analisi baudelairiana del Nostro si chiudeva,  comunque,  con queste parole:
"Ora Baudelaire, che, quando scriveva, sapeva i fatti suoi, coglie quasi sempre la forma del suo concetto. E' per questo che le sue poesie e le sue prose è impossibile tradurle bene; ci vorrebbe un altro artista dal valore presso a poco di Baudelaìre".
Evidente ammonimento, questo, a se stesso, se è vero che la prima edizione de Il Signor di Macqueda è del 1881, e che, quindi, al proprio romanzo il Ragusa Moleti pensasse già come a qualcosa più che un semplice progetto. Ma anche, singolare dimostrazione di modestia, che quelle prose, anzi quelle prose poetiche, e gli seppe mirabilmente volgere in italiano con fine gusto e notevole precisione di traduttore. Non seppe, insomma, resistere alla tentazione del l'impresa, che già dal '78, come s'è visto, sentiva nascere in se stesso, irrefrenabile. E gliene siamo grati, dal momento che la sua traduzione, scaturita dallo splendido testo baudelairiano, assurge ad autonoma forma artistica. Non va dimenticata l'importanza di questa fatica del Nostro come veicolo non secondario per la conoscenza del poeta francese in Italia, dal momento che, se non andiamo errati, la sua fu anche la prima traduzione italiana non solo di quell'opera, ma dell'opera baudelairiana in assoluto. E ci è sembrato significativo tirarla fuori dall'oblio in questa occasione, quando qui celebriamo - o cerchiamo di farlo - la vitalità della cultura siciliana in quegli anni.
E, d'altra parte, quello di Ragusa Moleti "non è un caso isolato: buona parte dei traduttori e delle traduzioni di Baudelaire - come è stato notato -, almeno fino al 1930, è meridionale (...)": fra quelle traduzioni, le "siciliane" occupano un posto non trascurabile.
Al Nostro e anche attribuibile - e ci par giusto rivendicarlo, ancora una volta, in questa sede - la prima traduzione italiana dei Paradis artificiels, sia pure in estratti: laddove, finora, quell'opera baudelairiana aveva avuto assegnato nel Chiara il sua primo traduttore.
Ma il redattore de "Il Momento" non fu interamente assorbito dalla febbre baudelairiana. Profondamente imbevuto, come s'è visto, di una buona conoscenza della letteratura francese, fu anche attratto dall'opera dello Huysmans,  cui dedicò, nel pieno della propria maturità,  un informato articolo.
Ma ancora su  Il Signor di Macqueda è  opportuno portare la nostra attenzione, come all'opera nella quale l'Autore seppe esprimersi  più compiutamente, trasferendovi il proprio bagaglio culturale e le proprie aspirazioni ideali.  
Il romanzo, troppo spesso trascurato,  risente da capo a fondo della profonda conoscenza che il Ragusa Moleti ebbe, tra gli altri, del Flaubert e dello Zola. 
Del canone realistico dell'impersonalità dell'arte, ad esempio, è pervasa tutta l'opera: tutto si svolge sul piano dei personaggi e mai è dato di rilevare, dietro di essi, la presenza del loro creatore.
Ligio a quei principi naturalistici in difesa dei quali combatteva un'aspra lotta dalle pagine de "Il Momento", Ragusa Moleti rappresenta i fatti, i personaggi, le loro passioni ed i loro sentimenti con assoluta imparzialità, con puro distacco flaubertiano. Come pure di stampo flaubertiano è lo studio minuto del particolare, il cui scopo precipuo è quello di servire,  quasi, da introduzione e da riflesso, al contempo, della introspezione psicologica dei personaggi: il lettore, attraverso la descrizione attenta di un oggetto, risale alla sensazione del personaggio, la avverte quasi, nel momento in cui questi collega il proprio stato emotivo con la realtà che lo circonda.
Nella sua opera teorica l'amico dell'Onufrio aveva puntualizzato che il compito dell'autore realista è quello di
" " (..) salire in soffitta, di scendere nei tuguri, di entrare nelle galere, nei manicomi, nelle caserme, di andare in campagna, di scendere nelle solfare, girare pei postriboli, di salire nelle barche e quindi rivelare al mondo la vita di sacrifizi, di privazioni, di dolore, che sono costretti a fare gli uomini, le donne, i bambini delle ultime classi sociali, e domanda un po' di giustizia, in nome del gran lavoro che essi fanno e che non ha compenso".
E sulla scorta di risonanze zoliane, sono numerose nel romanzo descrizioni naturalistiche dell'ambiente, fra le quali, mirabili, quella della vita del circo dietro le quinte, e quella del manicomio in cui è rinchiuso il protagonista, Gabriele Macqueda.  Nella stessa minutissima ed attenta analisi delle sensazioni fisiche che colgono i suoi personaggi e delle loro esperienze più intime, l'Autore procede con purissima tecnica naturalistica, diventando quasi un medico, uno scienziato che analizza con fredda imparzialità ciò che accade nell'organismo umano quando quest'ultimo subisce un forte impatto in presenza di certe esperienze sensoriali:  chi altri, in quel periodo,  seppe più fedelmente eppur sì originalmente far nascere in Italia un tale, piccolo gioiello di "esercitazione zoliana", che pure, nei suoi ovvi limiti,  assurge ad autonomo valore artistico? Non certamente la scuola veristica, della quale è noto il distacco dai canoni estetici del gruppo di Médan.
Il fatto è che - specie se si pensi che Giacinta è solo del  1879 e che I Malavoglia furono pubblicati nello stesso anno 1881  - l'autore de Il Signor di Macqueda s'era ispirato direttamente ai romanzieri realisti e allo Zola,   non attraverso le esperienze dei grandi conterranei. E che,  anzi, del naturalismo - assieme al Capuana e al Cameroni, al Pica e allo Zena - egli fu uno dei primi interpreti e portatori in Italia. Troppo a lungo questo merito non gli è stato riconosciuto.

Altro appassionato difensore dello Zola, fu Giuseppe Pipitone Federico, spesso trascurato anch'egli da parte dei critici.
Fondatore de Il Momento - come s'è visto - e infaticabile organizzatore di cultura, cugino e sodale del Ragusa Moleti, in lui la passione per il naturalismo francese si lega ad una vasta e profonda conoscenza di tutto - o quasi - quella letteratura:  Rabelais,  Ronsard, Morot, Montaigne, Diderot, M.me de Stael, oltre, s'intende, alla intera letteratura francese dello Ottocento fino ai "minori", si incontrano nei suoi scritti. Fu in cordiali rapporti di amicizia con illustri poeti, scrittori, giornalisti della seconda metà dell' '800 e  del primo '900, i quali, tutti, lo stimarono. Tra di essi:  Rapisardi. Capuana,  Verga,  Mario Giobbe, Vittorio Pica, Gabriele D'Annunzio, Edouard Rod e,  naturalmente, Émile Zola e Guy de Maupassant, il quale ultimo lo invitò a trasferirsi in Francia.
Affascinato dalla poesia parnassiana francese, il giovanissimo palermitano esordì come francesista con un notevole saggio sul Coppée,  che volle dedicare ad Angelo Sommaruga, col quale era in cordiali rapporti di amicizia.  Già dal - Preludio è dichiarata l'intenzione, di là dall'occasionale interesse per il poeta francese, di dedicarsi alla letteratura straniera come "(...) sorgente a cui dobbiamo rianimarci,  sorgente sconosciuta alla massima parte degli italiani, ma fresca, inesauribile, capace di rinnovellare il sangue che ci scorre tardo per le vene;  è una terra vergine che s'offre ai nostri sguardi coi suoi incanti, le sue attrattive (...)  essa, al pari di una fata, avrà possa, di trasformare l'arte italica".
E il ventitreenne Pipitone Federico, pur impegnato nell'insegnamento della letteratura italiana,  rimarrà fedele, lungo tutto il corso della propria attività critica, a quella sua giovanile vocazione.
Partendo da una convinta difesa della teoria dell'arte per l'arte, attraverso lucide argomentazioni e dovizia di esempi tratti direttamente dalle liriche del Coppée, nelle quali "(..) è sempre. - su per giù - lo stesso sentimento di malinconica reverie che pervade l'anima del poeta, ma non ci si stanca mai - com'egli afferma — a seguirne le forme flessuose,  i concetti gentili nei quali s'incarna", lo studioso palermitano giunge, pur ponendo alcune riserve, alla esaltazione entusiastica, anche se non idolatra, dell'arte del Coppée. Fu proprio attraverso questo suo studio che i parnassiani, fino a quel momento in posizione subordinata, nei gusti dei suoi amici, rispetto agli scrittori naturalisti, furono accolti nel fervido cenacolo de Il Momento, le cui pagine diedero loro diffusione nella cultura siciliana del tempo: il che, a ben pensarci, non fu merito secondario. L'interesse per i parnassiani viene sempre più precisandosi nel corso dell'anno seguente, quando, in un lungo articolo apparso sulle colonne de La Domenica Letteraria, venivano approfonditi i rapporti fra Leopardi e Sully Prudhomme. Tale amore per gli autori del Parnassi, d'altro canto, lo avrebbe poi accompagnato - come vedremo - per un lungo, lunghissimo periodo della sua attività.

L'altro saggio che confermò la naturale propensione del Nostro per la letteratura d'Oltralpe, fu quello sul vate del romanticismo, Victor Hugo, nato anch'esso, è facile pensarlo, nella stimolante atmosfera della redazione de Il Momento. Lavoro, codesto, che non avrebbe nulla di originale, neanche nella stessa scelta del soggetto, se si pensa allo straordinario favore di cui godeva allora l'autore di Les Contemplations. (...). Il Pipitone Federico compie una scelta precisa sul piano critico. E si tratta di una scelta in cui è già operante l'adesione all'arte moderna, al credo naturalistico. Contro gli idolatri da un lato e i ciechi detrattori dall'altro, il Nostro seppe sceverare le più in time qualità dell'arte hughiana, in un lodevole sforzo di obiettività scientifica, mentre dai fogli de Il Momento era già tutto teso a combattere sotto l'insegna del positivismo in nome dello Zola. Come s'è visto, l'animatore de Il Momento aveva già compiuto la scelta naturalistica. Dopo aver pubblicato sul periodico un lungo articolo su La Joie de vivre (1884), per il quale fu ringraziato dallo Zola. 
Con le Note di letteratura contemporanea,  in definitiva,  il Pipitone Federico viene a porsi  dopo i suoi precedenti studi,  nei quali,  da Stendhal a Zola,  tutta la scuola realistica e naturalistica era stata esaminata a fondo -- viene a porsi, dicevamo, fra le più interessanti figure di critici d'avanguardia di quel declinante secolo diciannovesimo. E sì vasta è la mole dei suoi studi, sì appassionante e vario l'arco dei suoi interessi, da meritare, anche nel ristretto campo di indagine di nostra competenza, un discorso ancora più ampio. (...)

 * Tratto da Cultura Francese in Sicilia tra '800 e '900 di G. Saverio Santangelo 



STORIA E CRONOLOGIA DEL <> Il 1° numero del “momento letterario – artistico – sociale” fu pubblicato il 16 Aprile 1883. Viene presentato come rivista quindicinale. Il responsabile dei primi 2 numeri fu Antonio Tornabene, a cui subentrò Giuseppe Allella. I primi 10 numeri vennero stampati dalla tipografia Lo Casto. Non esiste presso una sola biblioteca una collezione completa della rivista. Vi sono 3 collezioni, il cui confronto ha reso possibile la ricostruzione delle vicende editoriali del periodico e la stesura degli indici. Il nome è stato associato a quell’omonimo quotidiano milanese diretto negli anni ’50 del XIX secolo, dal patriota e giornalista siciliano Benedetto Castiglia. Il nome “Il Momento” contraddistingue molte riviste tra ‘800 e ‘900. Castiglia rendeva esplicita l’attenzione che il periodico avrebbe riservato alle coeve manifestazioni artistiche nazionali ed europee. La testata voleva aprire una finestra sul momento artistico europeo di quegli anni, pronta a dar notizia di tutte le novità che venivano prodotte. Era intenzione dei redattori del “Momento” informare su tutte le discussioni che agitavano il mondo culturale italiano, diviso tra naturalisti e oppositori di quel credo. I primi due direttori furono Pipitone Federico e Silvestri Marino. Il 1883 fu un anno positivo per il giovane quindicinale palermitano. Nel novembre dello stesso anno si assiste alla fusione del periodico <> con “Il Momento”, ma più che una fusione si tratta di una vera e propria incorporazione della prima da parte del secolo. Le città sedi di rappresentanza del “Momento” passano da 3 a 6 (Roma, Firenze, Genova, Torino, Catania e Messina). Momento: rivista d’arte e letteratura. Il 1884 perde quel mordente che aveva contraddistinto il primo anno di vita. Il febbraio 1884 è associato alla direzione Ragusa Moleti, già collaboratore sin dal 1° numero del periodico. Nello stesso numero si dà notizia di un nuovo cooperatore, Pietro Lanza di Scalea, futuro condirettore del periodico. Infatti il 5 Luglio del 1884 Pietro Silv. dà notizia dell’abbandono dei 2 cugini. Non si conoscono le vere ragioni delle dimissioni. Con il numero del 16 Agosto 1884, viene data la notizia della presenza di un nuovo condirettore, Pietro Lanza di Scalea. La rivista doveva accontentare tutti i gusti: dall’articolo di critica letteraria, alle novelline sentimentali per le fanciulline. Nel numero successivo viene inaugurata una nuova rubrica “Lettere aperte alle lettrici del Momento”. Vi è così il tentativo di mondanizzare il periodico palermitano, con l’intenzione di guadagnarsi una parte appetibile di pubblico; questo tentativo è stato fatto dopo l’abbandono da parte dei 2 cugini. Altra data è il Marzo 1885, in cui viene comunicato il ritorno alla direzione di Pipitone Federico. Inizia l’ultimo periodo di vita del “Momento”, che si concluderà nel Dicembre 1885. I gusti letterari del pubblico si stavano indirizzando verso le decadenti atmosfere dannunziane. Non era facile mantenere in vita un quindicinale culturale, dovendolo finanziare con gli abbonamenti dei lettori. Nonostante le difficoltà finanziarie, il Momento era riuscito a mantenere, anche nel 1885, una sua vivacità. La situazione precipitò a causa dell’epidemia di colera che funestò tutta l’Italia a partire dal 1884. Già nel numero del 16 Settembre 1884, la direzione annunciava dei ritardi nella stampa del numero seguente a causa del colera. Infatti il numero successivo uscì il 15 Ottobre 1884, cioè un mese dopo. A partire da questa data Il Momento non sarà più pubblicato con la stessa consuetudine. La situazione sanitaria a Palermo, divenne drammatica nel Settembre del 1885. La città venne isolata dal resto dell’Italia, per il colera, e quindi le vicende editoriali del Momento seguono l’andamento dell’epidemia. L’uscita di un numero a Dicembre fu l’ultima.