Francesco Paolo Frontini (Catania, 6 agosto 1860 – Catania, 26 luglio 1939) è stato un compositore, musicologo e direttore d'orchestra italiano.

«Bisogna far conoscere interamente la vera, la grande anima della nostra terra.
La responsabilità maggiore di questa missione dobbiamo sentirla noi musicisti perchè soltanto nella musica e nel canto noi siciliani sappiamo stemperare il nostro vero sentimento. Ricordatelo». F.P. Frontini

Dedicato al mio bisnonno F. P. Frontini, Maestro di vita. Pietro Rizzo

martedì 29 novembre 2016

"Federico De Roberto consigliere per forza" (per la sua candidatura)



L'esordio di Federico De Roberto nel giornalismo risale al settembre-ottobre del 1876, quando ancora quindicenne ma cronista diligente, nelle mani una copia a stampa del Diario delle feste di Catania per la traslazione in patria delle ceneri di Vincenzo Bellini, a cura del comitato presieduto da Francesco Chiarenza, inviò un resoconto ampio denso e brillante (corredato da numerose fotografie) all''Illustrazione Italiana, rivista nuova (in vita dal 1875), ma già bene accreditata. Nel 1880, diciannovenne, fu direttore per pochi mesi di un giornale quotidiano il Plebiscito, con sottotitolo «organo ufficiale per gli atti dell'Associazione costituzionale » (alla quale aderivano i monarchici catanesi). 

ritratto di De Roberto

Giuseppe De Felice fu anche lui giornalista e direttore precoce, quando nel maggio 1878, non ancora diciannovenne, volle dare nuovo slancio ad una vecchia, ed ormai asfittica, testata Giornale di Catania (in vita, pur con intermittenze, dal 1849). Poi, nel 1880, la collaborazione ad un periodico di rottura Lo Staffile, giornale ebdomadario, ma i suoi articoli non sono ancora impregnati di politica (si occupava di ricerche bibliografiche).
Inizia ora il trentennio, di cui parlavamo all'inizio, che vedrà man mano l'ascesa ininterrotta fino alla piena maturità: affermazione valida per entrambi. De Felice: consigliere comunale nel 1885, rieletto nel 1887, poi per alcuni mesi assessore comunale, nel 1889 consigliere provinciale (decaduto nel 1891), prosindaco per un quadriennio dal 1902, sulla cresta dell'onda — anche se con difficoltà per l'inchiesta Bladier sull'amministrazione comunale — al termine del decennio.
De Roberto: da direttore del Don Chisciotte, giornale domenicale (1881-1883), ai volumi di novelle e racconti, ai saggi, ai romanzi (I Viceré, del 1894), alla collaborazione lungamente agognata al Corriere della Sera dal novembre del 1896 ininterrottamente per l'intero successivo decennio.
Dal 1882, De Felice, fiero repubblicano, redattore dell'Unione, organo del Circolo repubblicano, inizierà un'azione di propaganda politica e di critica alle istituzioni, promuovendo alleanze strane, anzi strani connubi, iniziati nelle elezioni amministrative del 16 ottobre 1887, che lo porteranno in cinque anni alla Camera dei Deputati (1892), e nel 1902 alla conquista del Municipio di Catania. E polemica ad oltranza — gli autori mimetizzati dagli pseudonimi o celati dall'anonimato — anche con persone che non svolgono attività politica, ma sono con evidenza di segno opposto alla linea perseguita dall'organo di stampa.


Echi lontani spenti ormai da oltre un secolo, segnali deboli che cercheremo di amplificare. È da premettere che l'imminente inizio delle pubblicazioni del Don Chisciotte (direttore De Roberto, redattore Pietro Aprile di Cimia, editore N. Giannotta) fu annunziato in questi termini di valenza politica « Ne è direttore un giovane distinto per cultura, e per ingegno, che tenne per qualche mese, anche la direzione del Plebiscito. Ne sono collaboratori poi quasi tutti i segretari e vice segretari del'Associazione Costituzionale, di guisa che non può essere dubbio il suo colore politico» (Il Plebiscito, quotidiano, a. II, n. 32, Catania, 9 febbraio 1881, p. 3). Chiarissimo il discorso; se si aggiunge che accanto a De Roberto vi è il coetaneo Pietro Aprile,, barone della Cimia, esponente della predetta Associazione e ben presto emergente nel giornalismo e nella politica il discorso diventa completo. De Roberto aveva già dato alle stampe un volume di saggi critici Arabeschi (1883), e una raccolta di novelle La sorte, nel 1887.

L'attacco, fin dal titolo «I seguaci di Martoglio» (senior), è all'ultimo furore. Dopo un capoverso di insulti (non si tratta ovviamente di critica), la prosa continua con livore «Eppure cotesto volume ha avuto la sorte di essere trasportato, a cavalcioni di articoli alati e [...] smaccati, negli spazi siderei della letteratura; ed ilFanfulla, essendo di Lodi, le [...] medesime ha profuso a piene mani, perfino con vocaboli nuovi, coniati alla zecca del mutuo fregamento». Segue altro capoverso con riferimento al periodico e ai duelli «si mise a donchisciottare, ma non volle assumere mai la responsabilità delle sue provocanti trullerie» (Unione, a. Vili, n. 45, Catania, 20 novembre 1887, p. 3). L'articolo non è firmato.
L'occasione dell'offensiva antiderobertiana fu data dalla candidatura del medesimo a consigliere comunale caldeggiata dal quotidiano Il Corriere di Catania, di cui è diventato proprietario dal 1° gennaio 1887 il giovane Aprile di Cimia, allora ventinovenne (nato a Caltagirone nel novembre del 1858). L'articolista, Crisostomo, dopo avere declinato la proposta di •candidatura per il barone Aprile (« siamo autorizzati a dichiarare ch'egli non accetta la candidatura») così prosegue, con un elenco di nomi, fra cui spicca quello di Giovanni Verga «Tra i nomi nuovi di giovani eletti per patriziato, intelligenza e carattere, come il Principe di Biscari, il Barone Camerata, il Villarmosa, il Ferlito Bonaccorsi, il Verga, il Majorana, etc. ve ne ha uno, che non compreso in alcuna lista autorevole, lo raccomandiamo con maggior calore perché può rendere degli utili al paese, e forse, diciamo, un pochino più degli altri, perché più abituato alla vita pubblica: è FEDERICO DE ROBERTO» (il carattere maiuscolo è nel giornale che citiamo). Aggiungeva ancora un invito e una forte perorazione finale «Tutti coloro che volessero votare per l'Aprile, noi li preghiamo in nome di Aprile, a votare per il De Roberto. Oltreché essi, gli elettori amici nostri, non perderebbero il loro voto, darebbero anche, indirettamente, un segno di stima all'Aprile. E noi di ciò fin da ora li ringraziamo» (Corriere di Catania, a. IX, n. 242, Catania, 7 ottobre 1887, p. 2 «Commenti della lista del Circolo degli Operai»).

La sostituzione proposta non fu gradita a tutti e un quotidiano, l'indomani, contrastava fermamente la candidatura alternativa «Non conosciamo il sig. De Roberto, e quindi non possiamo discutere il suo nome, che dobbiamo anzi ritenere commendevolissimo, appunto perché presentato dal Barone Aprile. Non possiamo, però, né intendiamo accettare la sostituzione, perché il voto dato al Barone Aprile, quest'anno deve rappresentare la riconoscenza affettuosa di una intiera cittadinanza, la quale siamo certi vorrà rammentarsi di chi nel momento del pericolo stette sulla breccia» (il Telefono — Eco dell'Isola, rivista quotidiana, a. I, n. 72, Catania, 8 ottobre 1887, p. 3 «Per il Barone Aprile»).
Un cenno di ragguaglio sui risultati elettorali ci sembra interessante (le elezioni si svolsero il 9 ottobre 1887, prevalse la lista «Circolo degli Operai»). Il barone Aprile, nonostante la dichiarata repulsione per la candidatura, fu eletto con voti 461 (era stato eletto per la prima volta nelle elezioni del 3 maggio 1885); Federico De Roberto — nonostante le raccomandazioni di così autorevole padrino — ottenne solamente 62 voti di preferenza, collocandosi come 54° dei candidati non eletti.
Per le elezioni del 25 settembre 1910, per il rinnovo del Consiglio comunale, i materiali sono abbondanti e le testimonianze numerose. Una notazione preliminare: De Felice per la composizione della lista dei candidati adoperava una «tecnica» collaudata, sperimentata per la prima volta nelle elezioni comunali del 1885 e perfezionata nelle successive del 1887 e del 1888. Consisteva essa nel coinvolgimento di rappresentanti della borghesia e dell'aristocrazia, di professionisti ben noti e di altri ceti del commercio e dell'industria, con la diplomazia della persuasione e di volere valorizzare qualità finora sprecate e l'assicurazione data di una sicura elezione (l'invenzione della formula appartiene al giurista Vincenzo Gagliani, che l'applicò per vincere le elezioni del 5 aprile 1813, quando a Catania nelle prime votazioni la borghesia, alleandosi con una parte dell'aristocrazia, conquistò il Palazzo comunale).
Nell'estate del 1910 la coalizione defeliciana, che amministrava Catania dal 1902 (ovviamente con i rinnovi delle elezioni parziali), scricchiolava, anzi stava per naufragare. Il sindaco cav. Salvatore Di Stefano Giuffrida (eletto il 25 febbraio 1910), il 20 luglio repentinamente si dimetteva; il 21 luglio poneva la candidatura a consigliere provinciale nel Mandamento San Marco, in contrapposizione ai candidati defeliciani; nel medesimo giorno al Municipio si insediava il Commissario prefettizio cav. Saverio Castrucci: « La consegna degli ufficii gli venne fatta dal sindaco cav. Di Stefano Giuffrida» (L'Azione, quotidiano, a. IV, n. 197, Cat., 22 luglio 1910). Contemporaneamente una vibrata lettera aperta di critica al metodo di amministrazione imposto da De Felice, veniva inviata — e pubblicata dal medesimo quotidiano — dall'avvocato Enrico Pantano, prestigioso consigliere della maggioranza, che segnava il distacco e il passaggio all'opposizione (lo ritroveremo nella lista del «Blocco cittadino»).
Domenica 24 luglio si votò per i consiglieri provinciali e nei mandamenti San Marco e Borgo i tre candidati defeliciani furono sconfitti. Immediate, e inaspettate, il 21 luglio, le dimissioni da deputato annunziate da De Felice con un messaggio agli elettori (cui seguì un immancabile discorso).
Seguirono settimane convulse. Le trattative ed i colloqui per la ricerca dei sessanta candidati che formeranno la lista, che avrà la denominazione suggestiva di «Fascio democratico» rimangono ovviamente segrete. A noi interessano solamente le vicende della candidatura di Federico De Roberto.
Il grande manovratore è all'opera: De Felice riesce a prendere contatti con molti, ricerca uomini nuovi non compromessi con il passato, da unire ai vecchi per dare un volto rinnovato e nuova credibilità alla futura amministrazione. Le conversazioni, svolte sotto l'incalzare del breve tempo non sempre ottengono una risposta pronta e chiara. Per quanto riguarda De Roberto è possibile ricostruire le fasi dell'invito a candidarsi, della resistenza, del diniego e della repulsa, per mezzo delle lettere scritte e pubblicate a Catania e a Roma.
In quella inviata ad Alberto Bergamini, direttore del Giornale d'Italia, pubblicata dal quotidiano il 22 settembre, molti i dettagli interessanti con riferimenti a personaggi noti come il prof. Francesco Guglielmino e l'avvocato e docente Vincenzo Finocchiaro, e che rimane fondamentale per la comprensione dell'intero episodio. Riportiamo la parte centrale di essa.
«Invitato la prima volta dall'on. De Felice addussi tutte le ragioni che mi impedivano di accettare e lo pregai vivamente > di rinunziare al mio nome. Quelle ragioni ripetei prima all'avvocato De Cristofaro, più tardi al prof. Guglielmino perché gliele confermassero più efficacemente. Ciò non di meno partito per la campagna ricevetti una nuova visita dell'on. De Felice accompagnato dal professore Finocchiaro e dal dott. Rapisarda, durante la quale commisi un errore che confesso con la stessa ingenuità che me lo fece commettere, quello di sperare che sarei riuscito a liberarmi con una resistenza cortese. Per evitare l'equivoco prodotto da questo errore misi sulla carta la precisa espressione del mio sentimento in due lettere indirizzate al Finocchiaro e al De Felice». Le lettere furono recapitate tempestivamente, prima della pubblicazione della lista, ma non sortirono l'effetto voluto dal De Roberto (cfr. La Sicilia, quotidiano, a. X, n. 263, Catania, 24 settembre 1910, p. 1).
Nella lettera pubblicata nei due quotidiani, De Roberto accennava a «un piccolo manifesto agli elettori», che a Catania fu affisso «sulle mura» mercoledì 21 settembre: «Agli Elettori, alieno e lontano per indole e proponimento dalle lotte della vita pubblica, dichiaro di non poter accettare la candidatura cortesemente offertami. F. De Roberto».
Severo il commento del quotidiano sul metodo di coinvolgimento di persone nell'attività politica, dando atto del corretto comportamento del De Roberto, che «appena venuto a conoscenza che era comparsa la lista popolare col suo nome, non esitò a far la pubblica dichiarazione che abbiamo riportato e che mentre onora lui, ricade ad onta e confusione di coloro che da lui avevano avuto l'audacia di servirsi per il proprio tornaconto elettorale» (La Sicilia, a. X, n. 261, giovedì 22 settembre 1910, «Un uomo di carattere»).
Leggiamo ora la versione del Corriere di Catania: l'on. De Felice e l'avv. De Cristofaro si recarono a Zafferana Etnea, dove si trovava in villeggiatura la famiglia De Roberto. Lì iniziarono le ricerche di Federico, con l'aiuto del fratello Diego, che poi li accompagnò a Catania. Qui altre ricerche e telegramma finale di Diego a De Felice «Riuscito impossibile trovare Federico. Suppongo partito per Nicolosi». Non manca la raccomandazione finale accattivante «A questo punto, pur apprezzando la squisita modestia dell'illustre scrittore, esortiamo gli elettori a dargli testimonianza solenne, il giorno 25, dell'alta stima di cui Egli è degnamente circondato» (Corriere di Catania, a. XXXII, n. 259, 22 settembre 1910, p. 3 «La candidatura di Federico De Roberto»).
La collocazione nella lista, per l'ordine alfabetico, viene subito dopo «De Felice Giuffrida Giuseppe, socialista«, ma la qualificazione per Federico De Roberto molto distinta e unica «letterato apolitico e amantissimo delle cose di Catania» (Corriere di Catania, a. XXXII, n. 264, martedì 27 settembre 1910).
La lotta di De Roberto per evitare la candidatura, defatigante per le lettere e i telegrammi, gli incontri e le fughe diplomatiche, fu dunque vana. Uno dei motivi che lo spingevano a rifiutare (nonostante due viaggi a Zafferana di De Felice, e le esortazioni di Guglielmino e di Finocchiaro) era certamente il fatto che la lista del « Blocco cittadino » aveva come capolista Pietro Aprile di Cimia, deputato al Parlamento, amico fraterno da trent'anni.
Siamo ansiosi di conoscere i risultati elettorali, ormai a ridosso del 25 settembre, giorno della votazione. Ancora una volta risultava vincente la lista del « Fascio democratico », che prevaleva con voti 3.895 (la lista del «Blocco cittadino» soltanto 3.159 voti). De Roberto risultava il 48° ed ultimo eletto della lista, con a cifra elettorale individuale di 3.524 (De Felice, il più votato, otteneva voti 4.724, ossia ben 829 preferenze aggiunte; opiniamo che De Roberto fu depennato da 371 elettori, forse in seguito al rifiuto della candidatura). La Sicilia, del 27 settembre, attribuiva a De Roberto voti 3.887 (in questo caso sarebbe stato depennato da pochissimi elettori).


***

Ormai tutto doveva rimanere alle spalle ed essere dimenticato: il 3 ottobre successivo fu eletto sindaco l'ing. Giuseppe Pizzarelli (capo della massoneria catanese). Federico De Roberto non presentò le dimissioni da consigliere, anche se la sua assenza non risultò giustificata nella prima seduta; sappiamo che collaborò con l'amministrazione civica in qualche manifestazione d'eccezione (nel 1913 dettò una lapide commemorativa per l'anniversario della morte di Mario Rapisardi, voluta dal Municipo). E il suo nome illustre fu registrato anche nelle guide con questa sola qualifica «De Roberto Asmundo Federico, consigliere comunale» (Guida-Annuario Galàtola per la Sicilia Orientale, Catania, 1911, p. 161).
(La Sicilia, 1985) Sebastiano Catalano





domenica 27 novembre 2016

Salvatore Paola Verdura sommo civilista catanese.

Catania, in ogni tempo, ha espresso giuristi ed avvocati prestigiosi, che hanno onorato il suo Foro e la cui fama ha varcato i confini non solo della città ma della Sicilia. «Il foro di Catania in particolare non è inferiore al foro di Napoli, di Torino, e di Parigi, né nella scienza del diritto, né nella energia della difesa» (così, nel gennaio 1861, affermava nel discorso inaugurale dell'anno giudiziario il Procuratore generale avv. Gabriele Carnazza




Fra i grandi civilisti della seconda metà dell'Ottocento, un posto eminente occupò certamente Salvatore Paola Verdura (Catania, 1837 /20 luglio 1916). Ottenuta la licenza di procuratore nel 1858, a ventun'anni, fu attratto irresistibilmente dall'entusiasmo che destava — anche in Sicilia — l'imminente guerra contro l'Austria e fu, nell'anno successivo, tra i più infervorati nel corso delle manifestazioni patriottiche a Catania «il cui centro era il gabinetto di lettura Fanoj » (come ricorderà il Paola in una memoria — inedita — stilata quarantanni dopo verso la fine del secolo). Nel giugno 1860 lo troviamo a Palermo prendere parte ad una grande dimostrazione unitaria organizzata da Giorgio Tamajo e con le funzioni di segretario in una delle commissioni che preparavano il plebiscito. «Nel 1862, quando Garibaldi entrò in Catania feci il mio dovere di soldato nella Guardia Nazionale» (e durante il servizio avvenne l'incontro con Giovanni Verga, anche lui milite, e l'inizio di un'amicizia durata oltre mezzo secolo, fino alla morte del Paola: vedi « L'amico avvocato », La Sicilia, 25 gennaio 1981).
Diamo ora rapidi cenni sulla sua presenza nell'amministrazione comunale. Dal 10 giugno 1860, quando fu nominato con decreto del Governatore del distretto di Catania Vincenzo Tedeschi, componente del Consiglio civico, poi consigliere sempre rieletto fino al 10 agosto 1897 (ed assessore il 2 settembre 1874 e più volte dopo, ed ancora eletto in Giunta il 7 gennaio 1891), diede negli incarichi tutti prova di rara competenza e probità. Alla fine del secolo, lo troviamo presidente della commissione consiliare per la Circumetnea.

Il 26 gennaio 1861 conseguì la laurea (e la coeva iscrizione nell'albo degli avvocati) e quindi — dopo un periodo trascorso nella fucina del grande Filadelfo Faro (che venne definito «ultimo della pleiade degli insigni avvocati catanesi», e che nel 1884 — primo anniversario della morte — degnamente commemorò) —, ebbe inizio un'attività professionale di tale fulgore, che dopo un quarantennio fu definito il primo avvocato d'Italia. Nel gennaio 1875 (a seguito della legge 8 giugno 1874) gli avvocati catanesi elessero il loro primo consiglio e Salvatore Paola fu uno dei quindici componenti. Trentacinque anni dopo, nel 1910, fu eletto presidente dell'Ordine (il quinto della serie), incarico che mantenne per i sei anni successivi fino alla morte.
Le scarne notazioni che precedono non mettono appieno in risalto la statura del giurista e dell'avvocato, ma d'altra parte non mancano testimonianze, episodi, giudizi, espressi in vita o dopo la morte da personalità di primissimo piano. Abbiamo posto in risalto che Paola fu amico fraterno di Giovanni Verga, che ricorreva spessissimo ai suoi sapienti consigli ed aveva fiducia illimitata solamente in lui. In tutte le cause che si svolsero a Roma, Torino, Milano (per i diritti d'autore di «Cavalleria rusticana», anche se i patroni di Verga erano professionisti di quelle città, sappiamo dall'epistolario che il deus ex machina rimaneva Salvatore Paola, con le citazioni comparse e memorie che spediva da Catania. 

Lettera inedita di Giovanni Verga all' avv. Paola (per Malìa)

In una lettera — a tutt'oggi inedita — all'inizio delle vicende giudiziarie di «Cavalleria rusticana», Giovanni Verga esprimeva profonda delusione per la chiacchiera dei forensi (e va oltre adoperando spregiativamente « sproloquiavano ») e nel contempo riesce a mettere in buona evidenza la qualità di fondo > del Paola: la dialettica fine e sottile (rimarcata poi nella commemorazione del 30 luglio 1916, pronunziata da Gabriello Carnazza per incarico dell'Ordine forense):
«Milano, 27 maggio 1891 — O Paola! Anzi, o Turiddu Paola! Dove sei? dove eri ieri, mentre questi deputati ed ex ministri sproloquiavano delle ore per non dire nulla? Dov'è la logica serrata e stringente delle tue conclusioni, in luogo di questi volumi che nessuno legge e che è inutile leggere? [...] G. Verga».

Ed è ancora il Verga che riferisce, in una lettera del 1902 (che possiamo annoverare fra quelle di valore storico) inviata da Milano al Paola, un giudizio espresso dall'insigne giurista Emanuele Gianturco (nel 1901 ministro di Grazia e Giustizia):
«Milano, 16 ottobre 1902 — Carissimo Amico, l'altra sera, pranzando con Donna Elena Cairoli, seppi da lei, con gran piacere, che Gianturco in casa sua a Roma aveva parlato di te, con altri, come del 'primo avvocato d'Italia'. Il tuo nome cadde nel discorso a caso, e la Cairoli mi riferì le parole del Gianturco senza sapere affatto che io ti sono tanto amico (e neppure che io ti conoscessi); il che mi affrettai a dichiarare come puoi immaginare, perché dell'amicizia tua sono lieto e orgoglioso, e l'alta stima in cui ti hanno uomini come il Gianturco, e la fama che accompagna il tuo nome mi fanno piacere immenso.
Ti abbraccio tuo aff.mo G. Verga».

Catania e la Sicilia furono sconvolte dall'affare che ebbe per protagonista l'ex ministro Nunzi Nasi, accusato di peculato in danno dello Stato. E Catania si mobilitò: il 21 aprile 1907 con n comizio indetto dai partiti popolari e il 17 luglio successivo con una manifestazione di protesta per l'avvenuto arresto (oratore l'avvocato Giuseppe Simili). Ricordiamo ciò per due motivi: il caso giudiziario ebbe l'epilogo avanti la nostra Corte di appello (in sede di rinvio) e perché l'atto di appello a stampa («Sul diritto elettorale di Nunzio Nasi», Catania, Tip. del Popolo, 1913, pp. 33), presentato alla fine di gennaio, fu sottoscritto come primo difensore dal comm. avv. Salvatore Paola (e di seguito da ben quaranta avvocati catanesi, di cui sette docenti universitari).

Nonostante la fama e la deferenza della clientela altolocata, dei colleghi, dei magistrati, delle personalità politiche che lo ricercavano, non conobbe vanità e superbia: «Corretto, elegante e semplice nella conversazione, non parlava mai di cause e molto meno di successi; deviava, anzi, l'argomento» (così delineava il carattere e lo stile l'avvocato Salvatore Boscarino nell'ottima «Rievocazione» del 18 aprile 1936 al Palazzo di Giustizia).
E una consuetudine cara all'ultimo Verga viene ricordata da G. Poidomani, già vice prefetto di Catania, «sedeva al ' Circolo Unione ' con gli inseparabili amici avvocato Paola e prefetto Minervini». Ma la testimonianza e l'elogio più alto per l'avvocato provengono dalla Magistratura catanese: «Ebbe felice e fulmineo l'intuito, la visione chiara, netta, precisa della controversia, ed il suo parere conteneva la sentenza che inderogabilmente doveva chiudere il dibattito » (così il procuratore del Re Giovanni Binetti nell'Assemblea generale del 6 novembre 1916).
A un professionista eccezionale non poteva mancare un singolare privilegio: l'epigrafe sul marmo della sua tomba fu dettata da Giovanni Verga:

«Qui la salma / di / Salvatore Paola Verdura / e il cuore dei suoi / con la reverente memoria / di quanti ne conobbero / l'alto spirito e l'opera».
(La Sicilia, 21 luglio 1981) Sebastiano Catalano

martedì 22 novembre 2016

MARIO RAPISARDI POETA DELL'APOCALISSE

Il titanico creatore del poema Lucifero, il dissacratore di miti e di leggende, di santi e di credenze religiose, la cui potente fantasia nutrita di aneliti libertari raggiunge l'acme nel Canto decimoquinto con il trionfo di Lucifero e la morte dell'Eterno, conclude la vicenda di un luogo terrestre « [...] menre l'eroe discende sul Caucaso, ed annunzia a Prometeo la fine dell'impresa», e rivolgendosi infine al medesimo nell'ultimo verso del canto e del poema: «Levati, disse, il gran tiranno è spento!».



Non si direbbe, dopo l'exploit iconoclasta del 1877, che l'esordio poetico di vent'anni prima possa essere stato antitetico: il fanciullo, esile e timido, quindicenne — e «imbevuto, dalla puerizia, di cattoliche fiabe», come scriverà trent'anni dopo nell'«Avvertimento» ad una ennesima edizione del poema — aveva composto l'Ode a Sant'Agata, vergine e martire catanese (ispirata dalla festività e dalla devozione alla Patrona, nel febbraio 1859).
Per volere del padre, don Salvatore, patrocinatore legale, intraprendeva nel 1862 gli studi unversitari di Giurisprudenza (quando Giovanni Verga li aveva già abbandonati da un anno) per diventare avvocato e così ereditare la clientela paterna. La poesia e le pandette reclamavano dunque il suo tempo (ne concedeva molto alla prima e poco alle seconde). La Palingenesi (poema in dieci canti, Firenze 1868) gli procurò i primi riconoscimenti e i giudizi lusinghieri ed esaltanti (da quello notissimo di Victor Hugo a quello ignorato di Lionardo Vigo che, oltremodo entusiasta, inneggiava a Catania che ha un poeta-filosofo e stabiliva una similitudine con Vincenzo Bellini).

Naturale il dispiacere del padre, ormai certissimo di non vedere il figlio avvocato, che tuttavia un mese prima della morte — avvenuta a Catania il 15 gennaio 1871 — ebbe la gioia (e insieme la sorpresa) di apprendere che il ventiseienne Mario era stato chiamato, per titoli letterari, dal ministro della Pubblica istruzione Cesare Correnti con decreto emesso il 15 dicembre 1870, a dettare lezioni di Letteratura italiana nella Facoltà di Filosofia e letteratura (allora così denominata) del patrio Ateneo.
L'incarico nel primo quinquennio era precario, ossia rinnovato di anno in anno, e retribuito in maniera inadeguata ed insufficiente; e, quindi, la ricerca di un incarico di letteratura nel Liceo, su consiglio dell'amico Francesco Dall'Ongaro, letterato fiorentino. Il motivo vero della necessità di un'altra fonte di guadagno nell'autunno del 1871 — dopo il primo anno di incarico universitario — è il matrimonio già stabilito, e non lontano, con Giselda Fojanesi. La giovane maestrina fu raccomandata vivamente a Rapisardi, in una lettera del 23 aprile 1869, da Dall'Ongaro «Verrà probabilmente a Catania come maestra, una cara giovanetta Giselda Fojanesi. Dipende dal Consiglio comunale che non abbia impegni preventivi con altra. Se la mia nipote (nipote d'affetto) viene a Catania, voglio che trovi una famiglia amica nella vostra». Nei primi di settembre ebbe inizio il viaggio da Firenze, come scriveva da Firenze il 30 agosto 1869 Giovanni Verga alla madre: «[...] mercoledì mattina [...] mi metterò in viaggio colle signore Fojanesi e sarò a Catania sabato col treno della sera» (cfr. G. Raya, Bibliografia verghiana, Roma, 1972, p. 14).
Dall'ottobre successivo la Giselda insegnava in un educandato femminile della città, e dal 1870 era fidanzata con Rapisardi. I preparativi per l'imminente cerimonia nunziale e la partenza per Catania delle Fojanesi sono descritti dal medesimo Dall'Ongaro a Mario in una lettera dell'11 febbraio 1872. «Con quanto piacere avrei accompagnata fra le tue braccia la tua Giselda [...] Onde io l'accompagno co' miei voti e partecipo in ispirito al vostro contento. Ti scrivo queste righe, mentre la Giselda e la madre, e le mie donne si affaticano per apprestar la partenza».
Senza seguire i dettagli delle vicende ulteriori, diciamo che dal 1871, e maggiormente dal 1872, il peso gravante sulle gracili spalle di Mario si è perlomeno triplicato: la famiglia e il duplice insegnamento. Aveva, infatti, ottenuto dal novembre 1871 periodi di supplenze nell'anno scolastico 1871-72, e l'incarico annuale dal 1872-73 al 1874-75, di letteratura al Liceo «N. Spedalieri». L'insegnamento al Liceo lo abbandonò nel 1875, quando divenne straordinario di Letteratura italiana e gli fu conferito l'incarico di Letteratura latina. La poesia, inoltre, avviluppava la sua vita e richiedeva le più nobili energie intellettuali, da preservare e separere da quelle occorrenti per i compiti e le incombenze pur doverosi.
Nell'estate del 1876 il poeta era completamente assorbito in una complessa e gigantesca operazione di « assemblaggio » di ottave, sestine, quartine e terzine, fucinava, martellava e limava nelle ore notturne i versi — diventati man mano ben ottomi-laottocentosette — del poema Lucifero, a cui lavorava da ben quattro anni. Appunto dalla lettera di un amico fraterno apprendiamo che è del 1873 l'inizio della gestazione: «ho più fede nel suo Lucifero che nel discorso critico su Catullo, il quale non so veramente se le gioverebbe molto per conseguire una cattedra universitaria di Letteratura italiana» (Angelo De Gubernatis a M. Rapisardi, Firenze, 1 dicembre 1873).

Il 23 luglio di quel 1876 si svolsero a Catania (sindaco era l'avvocato Francesco Tenerelli) le elezioni amministrative per il rinnovo parziale del Consiglio comunale: da eleggere 14 consiglieri (il quinto annuale, aggiunti i deceduti e i dimissionari). Per il sistema elettorale allora vigente (maggioritario a scrutinio di lista), non vi erano liste precostituite da presentare entro termini prefissati.
Un settimanale dell'epoca: Gazzetta del Circolo dei Cittadini (che si pubblicava dal 1873 e vivrà fino al 1884), portavoce del sodalizio omonimo di professionisti, esponenti della media borghesia ed aristocratici, sistemato in locali eleganti della via Stesicorea, ritenne — di concerto con la «Società I figli dell'Etna» e con la «Società Operaia» di proporre una rosa o lista di candidati. Spiccavano fra essi Antonio Paterno marchese del Toscano, Francesco Tenerelli, Salvatore Di Bartolo, Mario Rapisardi poeta e docente universitario.
Un altro gruppo di candidati veniva proposto dal periodico La Campana, con sottotitolo « Organo del circolo cattolico catanese di S. Pietro», sorto nel 1875 e di chiara matrice clericale. Esponente di questa «lista» era il cav. Giuseppe Paterno Castello di Biscari e una nutrita schiera di professionisti. Le urne furono favorevoli ai candidati appoggiati dalla Campana e di essi furono eletti ben dodici. Dei candidati liberali, patrocinati dalla «Gazzetta», solamente due. E Mario Rapisardi? Di essi risultò il 7° dei non eletti, ottenendo ben 326 voti. Notevole quotazione per un candidato che non ha mosso un dito per farsi votare. Non vi furono, in questa prova elettorale, reazioni del Poeta in opposizione alla candidatura, proposta certamente senza preventivo avviso.
Il carattere difficile ed instabile del Poeta (le crisi esplosive dettate dall'ira si alternavano alle crisi depressive di tipo malinconico, che lo separavano da tutti in claustrale isolamento), gli rendeva la vita ancora più pesante nella scuola, nei rapporti con la stampa (di cui diremo in prosieguo) e di fronte alle candidature, non ricercate ma subite.

Rapisardi aveva già pubblicato Il Giobbe, trilogia, nel 1884, e nel 1886 era in pieno fervore per la raccolta poi denominata Poesie Religiose. Era uscito da un biennio di tormento e di angoscia, iniziato alla fine di dicembre 1883, allorché scoprì la relazione di Giselda con Giovanni Verga, ed attenuato dopo l'incontro e il conforto di Amelia Poniatowski, nuova compagna fino alla morte. I valori dell'amicizia intaccati e corrosi dopo quel trauma; ma nei confronti di due: Calcedonio Reina («Calcidonio, l'amico onde più gode l'animo mio [...]») e Niccolò Niceforo, lontano dalla città ma sempre vicino con la parola scritta, conservò la concezione quasi sacrale dell'amicizia. Un grande amico rimase Giovanni Bovio, docente e deputato.
In quell'atmosfera austera di lavoro, chiuso l'artiere fra i meccanismi del suo laboratorio non più artigianale, tutto era bandito. Nel mondo esterno, nella primavera del 1886 si parlava dell'imminente scioglimento della Camera dei Deputati, che fu poi sciolta il 27 aprile, e delle candidature. Da più parti si avanzò la candidatura di Mario Rapisardi. La proposta per la circoscrizione di Trapani, partì da un gruppo di Marsala con alla testa i giovani fratelli Federico e Vincenzo Pipitone e forse sollecitata o, più verisimilmente, sottoposta ed approvata da Giovanni Bovio, che in tal senso scriveva a Mario da Napoli il 4 aprile 1886 «Portano a Marsala la tua candidatura. Pipitone ti scriverà: lascia fare, non guastare le nostre speranze. A Montecitorio un tuo discorso sarà satannico».

Ma il Nostro non vuol sentirne della candidatura, nonostante le esortazioni dell'amico Bovio. E, per il tramite della stampa amica, comunicava la sua decisione irrevocabile: «Gratissimo a codesta egregia commissione elettorale, che ha proposta e raccomandata la mia candidatura, devo senza indugio dichiarare, che la debole salute, l'insufficienza degli studi, e l'indole mia alienissima da negozi politici mi vietano assolutamente accettare l'onorifica proposta». La dichiarazione apparve nell'Unione defeliciana del 9 maggio, n. 20 (con titolo «Mario Rapisardi non vuol essere deputato»), e reiterata nel n. 21 dell'11 maggio.
Le elezioni si svolsero il 23 maggio e il responso delle urne non fu favorevole alla lista che possiamo definire di sinistra, ma il Poeta — lontano dall'epicentro della lotta — ebbe un ottimo piazzamento con il secondo posto, dopo il marchese Ruggero Maurigi, deputato uscente. Qualcosa di nuovo dovette accadere, dalla dichiarazione di rifiuto alla giornata elettorale, se una diecina di giorni dopo, il 4 giugno 1886, inviava un messaggio entusiastico «Agli elettori della provincia di Trapani». Così esordiva «Raccogliendo 6.260 suffragi sul mio nome, e non ostante la mia pubblica e non certo ritrattabile dichiarazione di non potere assolutamente accettare la candidatura, voi avere provato, che la Democrazia di codesta nobile provincia [...] è degna di vincere, e vincerà». In realtà, dopo la fase di revisione, i voti risultarono un centinaio di più, cioè 6.369. Di questa candidatura, non voluta ma subita, rimane un residuo attivo ossia la composizione poetica «Per la mia candidatura» inserita nel volume Poesie Religiose, pubblicato a Catania nel 1887.
Da Trapani ritorniamo a Catania, dove negli anni successivi altri organi di stampa propugnarono ancora due volte la candidatura di persona che non voleva proprio saperne. A Catania il 10 novembre 1889 si doveva votare per il rinnovo dell'intero Consiglio comunale. Erano presenti diverse liste, proiezioni di altrettanti orientamenti politici ben diversificati (lista liberale progressista, lista democratica capeggiata da Giuseppe De Felice Giuffrida, lista dell'associazione monarchica).
Un periodico La Pietra infernale, con sottotitolo « Giornale custico, frizzante, anticancrenoso», sorto a metà del 1889, nel n. 17 del 2 novembre, presentava nella prima pagina «una lista spoglia di colore politico» e inseriva, fra gli altri, al 38° posto « Rapisardi prof. Mario » (e ripubblicava i 48 nominativi nel n. 18 del 6 novembre). Veloce e puntuale, naturalmente, il rifiuto del Poeta, affidato ad un periodico novissimo La Lotta, «Gazzetta elettorale», che nel n. 3 del 5 novembre 1889 riportava una dichiarazione ispirata da Rapisardi e titolata « I buoni si dimettono». Ecco la parte centrale: «[...] assolutamente ha desiderio di non essere scritto il suo nome in nessuna lista della città; sol perché egli vuol essere lasciato completamente ai suoi studi e all'arte. Anche se venisse eletto da qualsiasi partito, egli non solo non andrebbe una sola volta al Consiglio comunale, ma l'indomani della sua elezione rinunzierebbe recisamente».
Anche il d'Artagnan, il notissimo settimanale diretto da Nino Martoglio, nel supplemento al n. 29 del 25 luglio 1895 — in vista delle elezioni amministrative del 28 luglio — non rinunziò a proporre «la lista del d'Artagnan», e inserendo «Rapisardi prof. Mario» che occupava il 41° posto. Questa volta nessuna reazione.
Una disamina completa dei rapporti con la stampa catanese (e dell'influenza sulla stampa) rivelerebbe un aspetto assai interessante, con acquisizione di nuove conoscenze ed ulteriori collegamenti; tuttavia, essa ha bisogno di un'indagine di ampio respiro e di spazio adeguato, in quanto tali rapporti coprono un arco di quasi mezzo secolo. E la diversificazione nell'ambito di essa ci consente di distinguere: collaborazione con taluni quotidiani e molti periodici, la stampa amica e su posizioni ideologiche affini, e — infine — le testate che sono la trasposizione delle opere principali, ormai famose, a veicoli di diffusione del pensiero rapisardiano. Dopo quest'ampia premessa non possiamo che operare per sintesi e per settori.
La collaborazione alla Gazzetta della provincia di Catania, «Ufficiale per l'inserzione degli Atti amministrativie giudiziari», trisettimanale, che si pubblicava dal 1867, è documentata da una composizione titolata «Versi», dedicata a Francesco Dall'Ongaro, apparsa nel n. 116 del 29 settembre 1869.
Nel maggio 1870 a Catania, dalla trasformazione del settimanale omonimo (o continuazione, con titolo ridotto, del precedente) era sorto il quotidiano Gazzetta di Catania (« Si pubblica tutti i giorni meno il domani delle feste»), su tre colonne, di formato molto ridotto pari a un quarto della pagina del nostro quotidiano La Sicilia, diretto dall'avvocato Nicolò Niceforo, l'amico fraterno di Mario. E la collaborazione di M. Rapisardi vi fu (la collezione ai nostri giorni è molto lacunosa), se leggiamo una lunga recensione all'opera poetica Il Tasso di Sant'Anna (Catania Tipografia E. Coco, 1870) di Lucio Finocchiaro, poi avvocato illustre e deputato di Paterno dal giugno 1904 all'ottobre 1909 (anno V, n. 22, sabato 28 gennaio 1871, p. 2). E così ne L'Italia Artistica (anno I, n. 1, Catania, 26 gennaio 1872), fra i collaboratori letterari troviamo M. Rapisardi e Luigi Capuana. Ritroviamo la sua firma in calce al sonetto « Febbraio» nel Don Chisciotte (anno I, n. 8, Catania, 3 aprile 1881), diretto dal ventenne Federico De Roberto.
E collaborò anche a molti altri periodici, a La Frusta, « Giornale democratico», con un pezzo su Giordano Bruno (anno I, n. 3, 3 luglio 1885), alla rivista Arte con un sonetto (fase. 7-8 del 1885) a L'Etna, «organo dell'Associazione radicale», con «Il canto della ghigliottina» tratto dal Lucifero (anno I, n. 2, Catania 10 gennaio 1892). Altri periodici si occuparono di lui e dell'opera sua, come Il Piccone, settimanale, che nel supplemento letterario dedicava uno studio critico all'ode «Per Nino Bixio» (anno II, n. 1, 5 gennaio e n. 2 del 28 gennaio 1891), o come Per il Popolo, periodico socialista, che nel suo primo numero, in apertura, rende onore al Poeta dell'Umanità e riporta il programma delle onoranze del gennaio 1899 (anno I, n. 1, 22 gennaio 1899). L'Unione, defeliciana, vicina al Poeta, riporta in molti numeri unici dedicati al 1° Maggio versi suoi («Mattinata», versi di M. Rapisardi in «Numero unico 1° Maggio 1893 »).
Non erano però tutte rose, nel senso che molti erano i giornali che lo attaccavano e lo punzecchiavano e lo infastidivano, particolarmente in certi periodi della sua vita, se fu spinto a dedicare nel Canto VIII del Lucifero due ottave a « La babilonia delle gazzette»: «Che d'oro ingorde e a chi più paga addette/Ebber dal prezzo lor nome gazzette».
Un gruppo a sé stante nel vasto panorama delle riviste, è costituito dalla stampa che si ispirava al suo pensiero, mutuando man mano da una sua opera la testata, additandolo come profeta e caposcuola. Nel 1884 — Rapisardi ha appena quarantanni — la prima serie di Lucifero, «rivista scientifico-sociale», «tipografia Nazionale, in fol. di 4 pag. » (la scheda fu compilata dal bibliografo Orazio Viola nel suo Saggio del 1902, ma oggi non troviamo traccia di essa nelle Biblioteche della città).
Nell'ultimo decennio del secolo furono tre le riviste all'insegna rapisardiana. Giobbe, «Politico, letterario, teatrale» (anno I, n. 1, 27 giugno 1891), che nel «Programma» si ispira al positivismo di Augusto Comte e a M. Rapisardi, che a sua volta «ispirato a questi grandi princìpi, scrive l'immortale suo poema il Giobbe, vasta concezione che esprime l'arte, la scienza e la politica moderna». Dando vita al settimanale, la redazione, costituita da un gruppo di «riconoscenti discepoli», «invia all'illustre cantore del Giobbe un affettuoso saluto».
Nel 1894 ancora Lucifero, «rivista politico-sociale», che visse nel biennio 1894-1895. Della seconda serie rimane, purtroppo, un solo numero: anno II, n. 2, 7 aprile 1895 (Biblioteca Civica e Ursino Recupero). Infine una rivista di ampio respiro, in vita dal novembre 1898 al novembre 1900, che usciva con assoluto rispetto della periodicità quindicinale: Palingenesi, « rivista letteraria», diretta da Antonino Campanozzi, pubblicista, poi avvocato e nel 1909 deputato, vissuto fino al 1960.
La rivista pubblicava, in anteprima, prose e poesie di M. Rapisardi, inediti di Giovanni Bovio, ma era aperta ai contributi di esponenti di estrazione diversa, come i due sonetti di Gabriele D'Annunzio ospitati nel n. 7 dell'agosto 1900 (così come plaudiva, nel maggio 1899, alle «Onoranze a Gabriele D'Annunzio», dedicandovi due pagine di adesione).

Siamo all'ultimo decennio di vita. Rapisardi si trascinava stancamente, al punto che per la malferma salute deve interrompere, e poi cessare, le lezioni all'Università; sicché dal 1903 fu nominato un supplente, in persona di Giovanni Melodia, palermitano. La domanda, con la richiesta del supplente, doveva essere presentata dal docente al preside della Facoltà entro i termini stabiliti. All'inizio dell'anno accademico 1904/05 Luigi Capuana, Preside della Facoltà di Lettere e filosofia, con biglietto del 30 novembre 1904, ricordava garbatamente rivolgendosi con il «Lei» accademico al docente: «Illustrissimo Professore, La prego di sapermi dire se Lei riprenderà quest'anno il corso regolare delle sue lezioni; o se la Facoltà deve provvedere alla supplenza. Con profondo ossequio».
Era trascorso già il biennio di aspettativa, il massimo consentito dalla legge per gravi motivi di salute, e non era possibile trovare in sede un espediente valido per oltrepassare i limiti imposti dalla normativa vigente. Al ministero della Pubblica Istruzione erano orientati a pensionare il Poeta per raggiunti limiti di età ma nel 1905 l'intervento energico dell'amico on. Giuseppe De Felice Giuffrida e dell'on. Edoardo Pantano valse a scongiurare il pensionamento anticipato, sicché il Rapisardi potè conservare la titolarità della cattedra (con stipendio ridotto), fino alla morte (avvenuta durante l'anno accademico 1911/12).
Nessuna sorpresa, quindi, sull'immediata adesione del Poeta alla richiesta di De Felice per un contributo, anche minimo, da pubblicare nel quotidiano da lui diretto, in occasione del 1° Maggio 1910. «Roma, 24 aprile 1910. Illustre Amico, le sarò grato e riconoscente se vorrà mandarmi un verso, una frase o una parola, pel numero del 1° Maggio del Corriere di Catania. E la ringrazio».
Nell'ultimo anno di vita riceveva ancora qualcuno, ma ciò avveniva sempre più raramente. L'ultima visita nel ricordo di Giuseppe Villaroel, allora poco più che ventenne: «L'ultima volta che lo vidi era infermo da tempo. Affondato nella poltrona, con una coperta sulle gambe, pigolava. Cèrea la faccia smagrita, grigi e radi i capelli lunghi riversi sulle spalle, scarne e ossute le mani. La Poniatowski (l'affettuosa compagna che lo assisteva) entrò piano piano, gli pose sul tavolinetto, ingombro di libri e carte, una tazza fumante; e scomparve. 'Come state, maestro'. 'Parliamo d'altro ', disse, [...] » (G. Villaroel, Gente di ieri e di oggi, Rocca San Casciano, 1954, p. 78).
Nel dicembre del 1911 l'aggravarsi della malattia fece temere imminente lo spegnersi della lampada della vita, sempre più fioca; ma la morte sopraggiunse nelle prime ore del pomeriggio del 4 gennaio 1912. I funerali, con la partecipazione di una folla immensa, avvennero in una giornata apocalittica ed indimenticabile di quel gennaio; riportiamo lo svolgersi di essi nella «ricostruzione» pittoresca e surrealistica di Antonio Amante (allora Antonino Rapisarda, dodicenne): «I funerali ebbero luogo in un pomeriggio da cataclisma; soffiava un furioso vento; la pioggia cadeva torrenziale; la città era allagata d'acqua di cielo e di mare; sardine e passeri venivano raccolti, morti o storditi, in Piazza del Duomo; la salma del Poeta, adagiata sulla carrozza del Senato [...] andava dondolandosi alla mercè delle raffiche nel Corso Stesicoro zeppo di popolo bagnato fradicio e in lagrime».

« Lucifero si è scatenato » commentava la plebe pia; e gli atei rispondevano in coro: «È la natura che si veste a lutto per la perdita di un sì inclito figlio». «[...] e fu al cospetto di tanto sinistro spettacolo, d'Apocalisse, che composi il mio fatidico sonetto, [..] » (A. Amante, Figlio del Sole, Milano, 1965, p. 463).

 Sebastiano Catalano (La Sicilia, 1984)

sabato 12 novembre 2016

Celebrazioni per il centenario della morte di Luigi Capuana

Malìa - aspettando che qualche "buon santo" si decida a riproporla in Sicilia, volendo anche a Bologna.............. :) prima che io muoia.



Celebrazioni per il centenario della morte di Luigi Capuana -Teatro Sangiorgi

- Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università degli Studi di Catania - E.A.R. Teatro Massimo Bellini - Società di Storia Patria per la Sicilia Orientale

"Letteratura e musica al tempo di Capuana"
Introduzione
Maria Rosa De Luca e Rosalba Galvagno
Concerto
Giuseppe Senfett, pianista
musiche di Francesco Paolo Frontini
Letture
Angelo Tosto
Catania 11.11.2016

"la storia di Malìa" Letture di Angelo Tosto


Giuseppe Senfett in fantasia per pianoforte dell'opera Malìa.



venerdì 21 ottobre 2016

Malìa


Malìa è un'opera in tre atti di Francesco Paolo Frontini, su libretto di Luigi Capuana.

La prima rappresentazione avvenne al teatro Brunetti (oggi Duse) di Bologna, il 30 maggio 1893.



Malìa ha questo grande pregio indiscutibile, di essere una fonte preziosa alla quale si può attingere, se si vuole conoscere veramente l'anima musicale siciliana, di cui Francesco Paolo Frontini è il più degno rappresentante.
Piantai un fiore nel mese d'aprile,
Nel maggio mi sbocciò rosso avvampante ;
Quel fiore siete voi, donna gentile,
Fioriste nel mio cor, donna galante.
COLA - atto I scena V
L'ultimo decennio del secolo diciannovesimo — definito per antonomasia la primavera della nuova arte musicale italiana — passa oggi quasi inosservato.

Quella certa stabilità che allora pareva dovesse conservare l'arte musicale italiana fino alla meravigliosa evoluzione verdiana, sboccò tutto a un tratto in un verismo provinciale che, secondo valutazioni errate, avrebbe dovuto essere il punto di riferimento di una nuova concezione dell'arte e quindi di una nuova estetica musicale.

L'influenza mascagniana aveva fatto passare quasi inosservato l'apice della ascensione artistica diGiuseppe Verdi, perchè il « fattaccio » di cronaca quotidiana aveva cominciato a stendere un velo di incomprensione sul significato altissimo dell'ultima parola verdiana.

La divergenza verista affiorata improvvisamente sul decadentismo ottocentesco, trovò contro la sua spinta iniziale una corrente opposta nell'impressionismo che già aveva cominciato a far capolino, riuscendo poi a travolgere anche quel po' di Wagnerismo rimasto latente, malgrado l'infiltrazione incontenibile e la base solida che si era ormai costruita in Italia.

Cosicché all'inizio del ventesimo secolo vediamo scomparire non solo la parentesi verista, ma anche il pericolo teutonico a base di leitmotiv e di pesantezza sonora.

La conseguenza fu naturalmente questa, che l'ultimo slancio di ispirazione del genio di Verdi non trovando motivo di paragone con la nuova concezione musicale dell'ultimo decennio non completamente sviluppata ma allacciandosi al giocondo spirito rossiniano, rimase senza eco, mentre la nuova corrente che faceva capo a Mascagni di Cavalleria scompariva completamente nel giro di pochi anni e con essa, venivano anche a mancare i tentativi dignitosi di Giordano, di Cilea, ecc.

Ma il periodo, per quanto di breve durata, ebbe allora frutti insperati e conserva tuttora, dopo il trapasso dei tesori nascosti.

Il verismo sulla scena aveva fatto accapponare la pelle a quella parte di pubblico italiano meno adusato alla violenza del carattere e più incline alla irrealtà sdolcinata, cosa del resto che è nella stessa essenza dell'arte musicale.

Ma nelle regioni meridionali dove l'elemento ideale è tutto intessuto di tragicità e di violenza, il verismo trasportato sul palcoscenico, centuplicava la sensazione della realtà, riuscendo a trascinare e a conquistare la massa.

E se si riflette che l'anima popolare del mezzogiorno canta per istinto, per natura, per necessità dello spirito, ben si deduce che un'arte basata su elementi melodici, folkloristici e passionali è forse l'unica che risponda alla comprensione di quel popolo.

Arte regionale, ne conveniamo pienamente, ma arte nel senso assoluto della parola, arte che sa scegliere i sentimenti più reconditi, che sa dire una parola propria, che sa trascinare.

Pensavo a tutto questo rileggendo quel mirabile finale, secondo di Malìa la bella opera di F. Paolo Frontini, la scena cioè in cui tutti gli elementi tragici, passionali, idealmente amorosi e superstiziosamente violenti, culminano nella maledizione estrema al simulacro della Madonna, trascinato sotto le finestre di Jana dal popolo devoto.

Grido infernale e di dannazione, schianto angoscioso di follia insana contro la fede immensa che sovrasta sul cuore dei popolani, muti dinanzi al mistero della Divinità.

Scena di verismo crudo, brutale, che è però fatale conseguenza di passione soffocata, annientata dalla inesorabilità del destino, che si accanisce contro un'anima fragile, sensibilissima.

La musica coglie appunto il senso più dolce della tragedia umana e descrive il tumulto delle passioni in un canto che si snoda a sussulti e a singhiozzi e a frasi larghe di disperazione e di violenza in cui però predomina sempre il cuore.

Il popolo siciliano è unico nell'offrire questo strano contrasto di dolcezza tragica e violenta !
C'è forse bisogno di ricorrere al pletorico, all'assordante, a tutti i mezzi di cui dispone la scienza per descrivere il dramma che si compie in un minuto?

L'anima siciliana si ribella alla confusione: semplice, lineare, tanto nell'intrecciare un idillio quanto nel concludere una partita « d'onore », ha bisogno solo di chiarezza e di comprensione.

L'arte deve essere la sua, i canti devono essere i suoi, l'espressione deve dire tutta la forza del sentimento che si nasconde nel cuore per il quale sentimento non ci sono finzioni, ne restrizioni, ma deve svolgere puro e semplice Verismo.

Ecco perchè il fortunato tentativo mascagniano di portare sul teatro di musica il rapido dramma diGiovanni Verga trovò salde e profonde radici nel mezzogiorno, dove parve sollevare d'un tratto un'ondata di passione ardente.

Ma la concezione frontiniana, se si riallaccia per un momento al tentativo verista, si distacca profondamente, come essenza e come idealità, da tutto ciò che di caduco e di convenzionale si trova inevitabilmente in questo genere.

Per capir questo, bisogna partire da un punto di vista completamente diverso di quello di coloro i quali trovarono una facile via di ispirazione in una espressione artistica, che sembra a prima vista accessibile anche ai più refrattari.

La descrizione della vita vissuta e l'estrinsecazione dei sentimenti che si agitano, può suggerire è vero, mezzi facili di espressività artistica ma trascina spesso al convenzionalismo volgare e insufficiente per assurgere a dignità di arte; convenzionalismo del resto, che rimane confinato in un vicolo cieco senza speranza di espansione e di conquista.
Ma nell'arte di F. Paolo Frontini, oltre alla sincerità evidente di una ispirazione non contagiata da influenze discutibili, abbiamo elementi tali di coloriti regionale e slanci di passionalità tutta siciliana, da farci considerare la sua Malìa non alla stregua di altre opere dello stesso genere ma, presa isolatamente, come il prodotto più spontaneo di un'arte tipicamente genuina.

La semplicità dei mezzi di espressione è la sola che potesse mettere in rilievo tutta la forza di ispirazione, che si rivela in una linea ininterrotta di melodicità veramente sentita; l'elemento folkloristico, di cui è tutta imbevuta quest'opera d'arte aggiunge al pregio della spontaneità un valore intrinseco come esempio tipico di arte regionale, e il dramma della superstizione e dell'amore accentua quel senso di umanità che sulla scena ogni tanto non fa male.

E' inutile cercare nella musica di F. Paolo Frontini la dissertazione, la ricercatezza studiata, la pedanteria accademica, la confusione, la stiracchiatura fatta coi denti.

Tutta la sua produzione, dai piccoli componimenti per pianoforte all'«opera», reca un'unica impronta.

La fonte di ispirazione è una sola, come unico diventa il mezzo di tradurre in espressione sonora il senso ultimo della propria spiritualità.

Il tragico e l'idilliaco sboccano sempre in frasi melodiche che traducono l'affanno e la calma. 
La concitazione è melodia, come è melodia l'amore. I sussulti nervosi, isterici, non diventano pesantezze armoniche o pletoricità orchestrali: contrasterebbero non solo con la natura dell'artista ma sarebbero in contraddizione col folklore siciliano.

Malia, nella sua veste semplice e tipica trascina alla meditazione e, per chi sente scorrere nelle proprie vene tutto il calore del sangue generoso, par che il profumo di zagara si espandi nell'aria come per mitigare la nausea della caducità delle cose di questo mondo.
Ma c'è l'ammonimento severo, ed è questo, che se l'arte di Scarlatti o di Vincenzo Bellini diventò arte nazionale, anche l'opera folkloristica può offrirci un motivo di evoluzione e un modello sincero di espressione spirituale popolare.

Se non fosse per tutto quanto e stato detto avanti, Malìa ha questo grande pregio indiscutibile, di essere una fonte preziosa alla quale si può attingere, se si vuole conoscere veramente l'anima musicale siciliana, di cui F. Paolo Frontini è il più degno rappresentante.

Nella evoluzione che si compie ineluttabilmente, soltanto l'oblio è imperdonabile nelle cose belle



giovedì 26 maggio 2016

"GARIBALDI A ROMA" del giovane Mario Rapisardi ed.1862




— E tu Roma sarai! — Me'l disse Iddio
Là su le vette a l' immortal Parnasso ;
In un turbine avvolto m' apparìo ,
E il fulmine fremea sotto al suo passo.
— Colui lo vuol, che l'onde avverse aprìo,
Che Gedeòne armò d' Orebbe al sasso!—
E pe' fianchi del monte irti, e le chiome
Si fece un tuono, e mugolò il suo Nome.
— Deh! ma quando sarà l'ira sopita,
Quando si spezzerà l' indegno avello,
E Libertà di lagrime nudrita
Sul Quirinale avrà trono, ed ostello ?
Quando chi diede a Italia allori, e vita
A l'Italo potrà dirsi fratello ?—
E irato il ciel tuonò. Su le fugaci
Penne de'venti intesi—Adora, e taci! —
E tacqui, ed adorai. Levossi un nembo
Allor per l' etra tempestoso e nero,
E vomitò da lo squarciato grembo
Un' Arcangelo in forma di guerriero.
D'un crociato Vessìl vestiva un lembo,
E di folgori avea spada, e cimiero.
Venne, vide la tomba, e il Campidoglio,
E a l'Italia gridò—Questo è il tuo soglio! —
E la Lupa ululò per l'aer cieco;
E l'indegna affrettò ferita il volo;
E fuggì, come nube orrida, seco
Di fameliche arpìe lungo uno stuolo.
S'udì allor su le cento ale de l' eco:
— Surto è Quirino, ed è possente E' solo! —
E fu un' alba per tutto; e umile e pio
Un canuto gridò —Pietro son' io ! —
                                                           Agosto 1862.

Tratto da 
ed. Crescenzio Galatola 1863 - con dedica autografa dell'autore al nobile letterato catanese Gaetano Ardizzoni.     (raro)

martedì 8 marzo 2016

"Chanson Sicilienne" di Giuseppe Senfett, tratto da Album de morceaux favoris di Francesco P. Frontini.

è disponibile l'album "Chanson Sicilienne" di Giuseppe Senfett, tratto da Album de morceaux favoris di Francesco Paolo Frontini.


1) GONDOLA BRUNA
2) PAGINA D'ALBUM
3) SERENATA ARABA
4) MENUET
5) RETOUR AU VILLAGE
6) CHITARRATA SICILIANA
7) CAPRICIEUSE
8) CHANSONNE SICILIENNE
9) CONFIDENCE AMOUREUSE
10) DESIR D'AMOUR
11) ULTIMO CANTO
12) BERCEUSE   
 qui



domenica 24 gennaio 2016

Introduzione allo studio della letteratura italiana discorso letto nella R. Università degli studi di Catania dal prof. M. Rapisardi 1871

Il concetto che della scuola aveva Mario Rapisardi è molto diverso da quello che hanno i più, che scambiano l'insegnamento con un qualunque mestiere.

Egli pensava che la scuola è un istituto di massima importanza nella vita pubblica, che essa deve essere fucina di valori morali e palestra di educazione delle giovani generazioni, riteneva che la scuola non può essere estranea alla vita, se di essa non si vuol fare un esercizio di espiazione ovvero un museo di fossili.



I.
Chi vuol cominciar bene, incominci da Dio. Adottiamo il precetto da buoni credenti, e coroniamo di rose e di mirto gli altari inconcussi della nostra divinità.
Il nume che invochiamo non si chiama Jéova o Sabaòtte, Eloa o Brama, Osiride, o Giove ; non si chiude nei misteriosi tabernacoli di un tempio; non si asconde nei gelosi recessi del firmamento; non abita i monti o le foreste circondato dalle tregende di Teuta, o assordato dai timballi di Bacco. Va libero e sublime per le vaste regioni dell' aria e della luce, e all' aria ed alla luce si mesce, ed è luce ed aria dell' anima e della vita; spazia pei campi della terra e domina popoli ed età: — vario sempre ed uguale, debole a un tempo e onnipossente esso agita e dispone le universe cose della natura, scuote e commuove l'urna delle nostre sorti, e regge ed intreccia il filo secreto di tutte le umane azioni. Voi l'avete già indovinato : esso si chiama 1' Amore.
« Omnia vincit amor, et nos cedamus amori ! » Come potremmo noi ragionar dell'Arte, senza trarre gli auspicii dall' Amore, questo divino generatore dell' Arte, e primo ed onnipossente artista dell' universo ? — Voi lo sapete, o Signori : l' anima umana è come un cembalo chiuso : il pianista dell'anima è l'Amore; esso sveglia i sentimenti e le facoltà nostre come l'aria sveglia le virtù dei fiori ; e non solamente li sveglia e li prova come l'artefice amoroso il suo caro stromento, ma li modifica altresì e li corregge, e le anime più schive riduce al sentimento del Bello e al culto divino della Verità.
Perocché l' Amore, come irrequieto desiderio dell' assoluto ed eterno mediatore fra lo spirito e la natura, non può, per essenza sua, altrimenti manifestarsi se non come un vuoto indefinito ed immenso che s'apre nell'anima e nella natura, come una innata e necessaria contradizione fra il mondo corporeo ed il razionale. Cosicché mentre si mesce come potenza consciente ed ordinata nelle incontaminate regioni dell' ideale, egli soffre e gode, ride e piange con l'umanità ; è cieco ad un tempo e veggentissimo, è istinto insieme e coscienza, è finito ed infinito al punto istesso, e tiene fra le mani una misteriosa catena, il cui primo anello si perde nell' estasi luminose dello spirito, e si sprofonda l'altro nelle torbide voluttà della materia.
Or siccome egli desidera o di conoscere, o di contemplare, o di realizzar l'assoluto, ed è religione, arte, o filosofia, secondo che egli crede, pensa, o sente ; così la ragione, il sentimento e la fede costituiscono il triplice campo su cui si esercita la sua potenza; e la religione, l'arte e la filosofia la triplice destinazione di tutte le umane facoltà.

II.
E simili a tre virgulti nati dallo stesso tronco, cresciuti sotto la stessa temperie di cielo, alimentati dalle stesse rugiade, intrecciano e confondono le radici e le frondi, ingombrano ed usurpano lo stesso spazio di terra e rubano al sole lo stesso raggio di luce; la religione, la scienza e la l'Arte hanno fra di loro di tali attinenze e connessioni nell' ordine razionale, si alterano e si modificano in guisa nell'ordine storico, che non si può contemplare ed investigar 1' una senza incorrer naturalmente nell'altra; non si può determinare e circoscrivere il campo di questa senza descrivere, o rasentar per lo meno i domimi e le regioni di quella.
Nel mondo orientale, per esempio, la religione assorbisce la vita. La filosofia non è che lo studio della natura e degli attributi di Dio; l'Arte la gigantesca e bizzarra manifestazione dell' infinito. E l' arte, la scienza, lo stato, la civiltà, la libertà, e la personalità umana tutto viene annientato dinanzi l' inerte e malinconica contemplazione dell' assoluto.
In Grecia al contrario: la religione diventa la creatura e l'ancella dell'Arte. Giove esiste finché sa prestare immagini al pittore, allo scultore, al poeta. Omero, Zeusi e Polignoto facevano senza saperlo la causa della religione. Che importa che Mercurio sia il protettore dei ladri e si faccia messaggero d'amore? Egli è snello e leggiero come un uccello; i suoi splendidi talari percorrono il cielo e la terra con la rapidità del baleno ; le sue forme sono eleganti e leggiadre e si prestano mirabilmente alle concezioni dell' artista: Fidia lo scolpisce, la Grecia lo adora. Perchè ricordare che i sacri penetrali d' Aniatunta e di Pafo siano talvolta polluti dal furtivo abbracciamento delle sacerdotesse di Venere; che Venere istessa presieda alle intemperanti voluttà dei suoi devoti, che essa sia debole ed imbelle da tollerar le ingiurie dei mortali e fuggire spaventata e ferita dinanzi al selvatico sdegno di Diomede? Ella è sorta candida e fresca dalle feconde spume del mare; il suo cocchio di madreperla tirato dalle innamorate colombe dell' Erice scivola leggero leggero sulla tersa e trasparente superficie dell' acque; le Grazie intrecciano le candide rose di Cipro alle morbide a-nella delle sue chiome, ed ella saetta col raggio delle sue pupille tutto ciò che vive nella terra e nel cielo.
« Te dea, te fugiunt venti, te nubila Coeli « Adventumque tuum, tibi suaveis daedala tellus « Summittit flores, tibi rident aequora ponti, « Placatumque nitet diffuso lumine Coelum.
Che importa infine che Aspasia sia una cortigiana ? Essa è bella, e Socrate va ad apprender da lei i delicati lenocinii della parola, e a dischiuder l'anima alle serene contemplazioni della bellezza. Chi domanda se Frine abbia fatto traffico del suo pudore ? I suoi giudici umiliano la fronte severa innanzi alle sue mirabili nudità; le sue forme bellissime si ritraggono nelle tele e nei marmi dai più famosi artisti del tempo; ella merita un posto nel tempio di Delfo : Astrea si è fatta serva di Venere; la bellezza si adora nel tempio istesso della Verità.
Cosicché, mentre nell' India e nell' Egitto gli uomini si studiarono con ogni mortificazione di innalzarsi fino alla Divinità, i Greci vollero a ogni costo che i loro Numi lasciassero l'Olimpo per assistere ai loro giuochi, alle loro cene, ai loro sagrificii, partecipar dei loro godimenti, delle loro debolezze, delle loro sventure. Alle piramidi d'Egitto e alle catacombe d' Elefanta, s'oppose il Portico e il Partenone; al Mahabarata l'Iliade, alla dottrina dei Veda la filosofia di Platone. - Ma tornò la stagione che la fede dovea riassorbire la scienza e la vita. Sulle rovine del mondo Romano erasi piantato il simbolo d'una croce : il gemito dei martiri era uscito dal seno delle catacombe di Roma.
E come ai tempi antichissimi di Pittagora e d'Empedocle la filosofia avea preso, il no-me di teurgia, e la verità della scienza ebbe mestieri del manto dell' aruspice e del sacerdote per esser inculcata ai contumaci mortali, così dileguata dopo il mille, la stolta paura dell' ultimo giudizio, la scienza, volendo pur tornare all'antichità, non seppe altrimenti liberarsi dall' incubo delle nuove credenze che dandosi in braccio ad una nuova foggia di filosofare; sciagurato fornicamento della scuola e di Dio: due autorità invece d'una: quella di Cristo e quella d' Aristotile.
Come poteva l'Arte non risentire gli effetti di quel mostruoso connubio ? La scolastica invase le sue regioni ; la poesia s'addormentò fra le acute sottigliezze degli Arabi per esser più tardi svegliata dalla procace serventesi dei Provenzali ; l' architettura rivolse al cielo il suo sesto acuto, innalzò la cima dei suoi campanili come per portare a Dio la voce più vicina della preghiera; e per uno scambio di parte assai singolare, chi seppe adoperar bene o scalpello e la squadra, scriver poemi ed alluminar cartapecore meritò d'essere assunto alle prime dignità ecclesiastiche : 1' arte di pinger tele, e di scriver versi diventò un ramo della liturgia.


III.
Ma l'Arte non potea viver lungamente nelle scuole e nei chiostri : essa non si compiace di riposo e di calma, non s'alimenta per natura sua di silenzio e di solitudine, ma vive e soffre e s' agita nella società.
Per questa e non per altra ragione si è considerata sempre come un apostolato ; per questo ha avuto i suoi persecutori e i suoi martiri, è stata chiamata col santo nome di religione, e sacerdoti ed istitutori di civiltà sono stati detti i poeti e gli artisti, i quali educando per mezzo dei sensi il pensiero, temperando le opinioni mediante gli affetti, hanno evangelizzato il bello ed il vero in tempi e fra popoli ad ogni bellezza avversi e nemici d'ogni verità. A studiar dunque 1' arte completamente sarà d'uopo investigar non solamente i rapporti e il legame, che essa ha potuto avere con le istituzioni sociali, ma il movimento che ha impresso alle nazionalità delle genti, e il ministerio ch'essa ha esercitato di fronte agli ostacoli di tempo e di luogo, e le lotte sostenute col pregiudizio e con la schiavitù, e le misere condizioni a cui 1' hanno talora obbligata o la falsa protezione dei principi o la maligna lusinga della popolarità.

IV.
Or perchè 1' Arte sia veramente sociale, ed eserciti una visibile influenza sui nostri destini, bisogna anzi tutto che sia vera. Ep-però è mestieri che essa attinga ispirazione dalla natura, e tragga argomento dalla realtà della vita.
Studiando il reale, noi sfuggiremo a quel falso e malinteso manierismo, che vorreobe ridurci alla semplice ed immediata espressione dell' ideale e tutto il bello riporre nella spiritualità; come penetrando nei recessi misteriosi dello spirito sapremo sollevarci dalla gretta imitazione della realità. L' Arte,' come l'umana natura, partecipa insieme del finito e dell' infinito. E se l'anima sua è l'idea, la forma è la sua naturale e necessaria sensibilità. Da ciò scaturisce che il culto della forma non è studio di pedanti, e che la perfezione della creazione artistica risiede nell' e-satto contemperamento dell' espressione e del contenuto.
E siccome lo stato naturale dell' uomo è la società, e l' umana personalità solamente si completa e si svolge nello stato sociale, così l'Arte ha da studiar l'uomo negli uomini, investigar negli uomini, e non nei libri, le tendenze, le aspirazioni, i costumi, i vizii e le virtù d'una nazione e di una civiltà. Il (...)
del tempio di Delfo sarà il motto della nostra bandiera.
Non rivolgeremo soltanto lo sguardo sulle orme impresse dalle generazioni mortali sulla faccia della terra, ma spingeremo il volo dell'anima attraverso i veli dell' avvenire; non canteremo la nenia sui trapassati, ma intuoneremo l'inno della redenzione. A questo patto noi saremo degni della nostra missione, divideremo i dolori e le speranze dell' epoca nostra, riusciremo insomma ad una vera e civile utilità.

V.
Nè l'utilità  dell' Arte è semplicemente morale.
A voler porgere orecchio a certi pregiudicati detrattori delle arti liberali, noi dovremmo vergognarci di attender seriamente allo studio di esse e di sprecare il nostro in gegno e la nostra fatica intorno ad un futile e quasi fanciullesco esercizio, in questo secolo segnatamente che tutto il lustro e la gloria sua ritrae addirittura dalle macchine, e dagli internazionali commerci ogni ricchezza ed ogni prosperità
Si parla degli Spartani, che non vollero sentire nè d'arti, nè di lettere, e i loro mobili fabbricavan con l'ascia, secondo le prescrizioni di Licurgo, e ogni merito della parola facean consistere nella concisa espressione del necessario. S'invoca l'autorità di Platone, il quale, non a caso, volle dalla sua repubblica bandire i poeti, razza di superbi e di vagabondi che vivono nell' ozio o nella mollezza, e deviano le menti degli uomini dall'esatto apprezzamento della serietà della vita. Ma noi proveremo che le Arti risvegliando il senso del bello, educando il gusto del popolo, giovano mirabilmente all' industria, abbelliscono le nostre manifatture, danno rinomanza alle nostre mode, ordine e varietà alle nostre vie, ai nostri edificii, ai nostri giardini.
Che 1' Attica il suo massimo splendore e la massima ricchezza ritrasse dall' Arte ; dall' Arte acquistarono reputazione e valore gli antichissimi figulini d' Etruria, i grafiti tosca-nici, le pietre dure di Roma, i vasi di Arezzo e gli alabastri di Volterra, i vetri soffiati di Murano e i mosaici di Venezia.
Che un quadro insomma, una scultura, un poema, non è, come volgarmente si dice, un valor morto ed improduttivo ; che gli artisti e i poeti non sono dei consumatori soltanto, ma dei produttori; che essi non producono esclusivamente dei valori morali, ma dei materiali, non solamente gentilezza di costumi e progredimento di libere istituzioni, ma delle cifre rispettabili. Che le gallerie di Roma e di Firenze non danno meno d'una fabbrica Qualunque di Manchester e di Lione, e le ditte Michelangelo Raffaello e C. danno forse qualcosa di pi delle speculazioni più ardite di qualunque borsaiuolo del giorno (Dall'Ongaro).

VI.
L' Arte dunque è bella, è vera, è sociale, è utile.
Ma se l'incarnazione del bello nel vero suppone una serie di evoluzioni e di sforzi, che noi diremo intrinseci e primitivi, e concernono l'impulso dell' idea infinita verso la sua coerente e determinata esteriorità, così quando l' espressiene è trovata e vuole inculcarsi nel campo della vita reale, essa non può non venire in collisione con tutti i pregiudizii e le colpe sociali, e tanto più troverà ostacoli da sormontare, e battaglie da sostenere quanto meno la società, nella quale si svolge, sarà ordinata secondo le norme naturali, e le leggi razionali del diritto.
Io non cercherò quindi ingannare ed illudere le giovani menti intorno ai triboli della nostra carriera; nè dissimulerò come l'esilio e la sventura, e l' abbandono dei mortali e la povertà siano spesse volte la ricompensa del più generoso ed incorrotto sacerdozio dell' Arte.
Ma dal seno della solitudine e del dolore, dall' invidia stessa o dall' indifferenza degli uomini sorgerà pur sempre il raggio d' una speranza, il sorriso d'una consolazione, la certezza d' un gaudio o d' un riposo. Alle contese ed invidiate contemplazioni del Bello, alle vigilate cure di realizzarlo nel mondo terrà sempre dietro quella dolce e serena fiducia nella nostra coscenza, che mai le anime gentili non abbandona; e ai dolori della miseria e delle infermità, ai sacrifica per l'arte pazientemente e con forte animo tollerati, renderà piena e solenne giustizia il tempo e il pentimento dei mortali e la gloria del nome e la ricchezza della fama avvenire:
« Solve metus ; feret haec aliquam tibi fama salutem !

VII.
E la società, giova bene sperarlo, andrà sempre più migliorando le sue condizioni, e con essa miglioreranno le condizioni e le sorti degli uomini di lettere e degli artisti. I quali non saran più costretti a viver derelitti e meschini, o a cercar un aiuto e un riparo nella protezione dei grandi : bivio funesto e non meno pericoloso per tutti; da poichè se la miseria affatica gli animi e isterilisce gli affetti e la fantasia, e pochissimi sono coloro che sanno resistere alle sue tremende agonie; la protezione infiacchisce ed umilia gl' ingegni, stempra il carattere e corrompe il cuore, ci toglie la coscenza degli altri e di noi, c' incatena alla menzogna, ci prostituisce nella servitù.
Noi non cercheremo dunque la protezione della ricchezza e della potenza, nè ci ostineremo per questo nella povertà, come quelli che siamo convinti, che gli agi e le sostanze dignitosamente acquistate ed usate con animo temperato e prudente, anzichè invilire la nostra missione, giovano più che altro alla indipendenza del nostro istituto, alla libertà delle nostre opinioni e alla sdegnosa condotta della nostra vita.
Noi non crediamo che la povertà abbia ad essere la miglior palestra del filosofo e il retaggio fatale dell' artista, anzi stoltissimo di tutti gli uomini abbiamo sempre tenuto Diogene, avvegnaché tutto il pregio e le consolazioni dell'umana filosofia non consistono nell' astenersi dai piaceri della vita, ma sì nel modo di saperli padroneggiare; e sostenere con animo abitualmente impassibile i disinganni e le avversità sia molto più agevole per avventura che non sia il rivolgerle a nostro morale avvantaggio e il trarne argomento a generosi ammaestramenti, e a fortezza d' animo ed incitamento a virtù.

VIII.
Scendendo poi ad un ordine più ristretto e ravvicinandoci particolarmente allo studio dell' arte letteraria, noi non potremo esentarci dal dimostrare la naturale attinenza fra le arti tutte, di cui quelle della parola sono una singola espressione e un aspetto. Un' espressione sì ed un aspetto, ma il più complessivo per avventura e sintetico. Poiché la poetica, come più libera ed immediata manifestazione dell' assoluto, abbraccia e comprende le principali modalità delle altre arti e può offrire contemporaneamente al pensiero lo spettacolo dei momenti diversi dell' intuito : il passato e il presente, il tempo e lo spazio, l'avvenire e 1' eternità.
Quando la letteratura degli studii superiori e delle università fu voluta ridurre ad un superficiale ed ozioso esercizio di rettorica e d'umanità, bastava esporre più o meno diffusamente le regole del bello scrivere, annoverare con più o meno di scrupolo le figure così dette di parola o di pensiero, leggere o commentar Petrarca a documento incontestabile della loro patavinità, invocar l' aiuto del P. Segneri o del P. Bartoli (padre sempre, già si intende), masticar qualche verso latino d'Orazio a foggia d'agnus dei, e impartire infine la , santa benedizione a solenne remissione dei peccati di pensiero o di parola, come le loro figure, che gli scolari avean potuto commettere fra una tentennata di capo ed un sonoro sbadiglio.
Per noi, o signori, lo studio della letteratura è tutt' altro. Io mi sarei vergognato di salir questa cattedra, se non avessi assunto con me stesso l'impegno di dimostrarvi, come la letteratura non sia semplice studio di forma ma di concetti, non di soli libri, ma di uomini, non maestra di lambiccate eleganze e di provocanti civetterie, ma solenne istitutrice di popoli ed esempio di virili costumi e documento infallibile di civiltà.
Per la qual cosa, mentre noi rivolgeremo le nostre cure all'investigazione delle forme differenti delle arti della parola, non trasanderemo di studiar l'armonia che tutte le obbliga ed affratella ; mentre discorreremo i principii e la storia gloriosa dell' arte nostra, noi andrem ricercando le più o men visibili influenze esercitate dalle antiche letterature e dalla lingua greca e latina sull' indole della nostra lingua e sullo spirito della nostra letteratura; mentre studieremo le glorie e gli errori, le vergogne e i trionfi del nostro passato, disporremo l'animo e l' ingegno alle più strenue battaglie dell' avvenire.

IX.
Or siccome lo studio delle diverse forme letterarie, s'incontra non solo ma s' intreccia intimamente con la storia dell' Arte, così noi combineremo la storia della nostra letteratura a quella delle differenti manifestazioni di es-, sa: coordineremo la storia delle grandi, produzioni artistiche a quella dei principii regolatori del bello ; uniremo sotto la medesima categoria nomi ed opere di diversi tempi e scrittori, e lasciamo volentieri a tutti altri la gloria dei sincronismi e delle biografie. Dovremo noi forse accettare il metodo di coloro, i quali traendo esclusivamente da una storia tutti i loro tipi, o formulando senza il soccorso di nessuna storia delle astratte e vaporose teorie, vorrebbero incatenare il genio alla loro autorità; vero letto di Procuste su cui si vuole adattare e circoscrivere questa creatrice e possente e veramente divina parte di noi, che si chiama la fantasia? — Io ve lo dico sin d' oggi, o Signori, ad onor dell' Arte e di me. 
Noi non riconosciamo altri tipi, altre leggi, altre teorie fuori di quelli che lo studio del vero ci detta: altra guida fuorchè il nostro gusto. Accettiamo gli ammaestramenti che la storia ci inculca, ma prima e sola autorità, il nostro cuore ! Noi non siamo qui per imporre tirannidi e freni al pensiero, ma per renderlo libero e indipendente secondo la sua natura. Accettiamo l'Arte sotto tutte le forme; ammiriamo il bello dovunque lo troviamo : nell'astro che sorge e sul mare che geme ; nel bacio dell'amore e nell'addio della morte; nel chiaro azzurro dei firmamenti e nella cupa solennità degli abissi. Qualunque voce, qualunque oggetto, ogni gemito dell' anima e ogni sorriso della natura, tutto ciò in somma che trovi un riscontro nel nostro pensiero, che muova una fibra del nostro cuore, agiti una penna della nostra fantasia, trovi e stabilisca rapporti fra le, destinazioni degli esseri e le loro apparenze, ritragga il perpetuo dualismo fra le cose dell' anima e della natura, tutto ch'è stato e potrà essere oggetto dell'Arte, e tutto formerà oggetto delle nostre indagini, del nostro studio, del nostro amore. Dai terribili clangori della tromba d' Omero noi passeremo alle tranquille armonie della zampogna di Teocrito e di Sannazzaro; dall' urlo disperato dei dannati di Dante al patetico lamento del romito di Valchiusa ; dalla bestemmia di Fausto e di Manfredo agli amori innocenti della Messiade; dalla placida rassegnazione di Pellico e di Manzoni alla disperata e sublime ironia del Leopardi.

X.
So che avrò molti ostacoli da sormontare, parecchi pregiudizii da combattere, e che gli studi forse, non il coraggio mi mancherà. So che i tempi sono manifestamente forieri di grandi riforme; che l'epoca nostra benchè transitoria lascerà di grandissime tracce e profonde nel seno della nuova civiltà; che l'Arte ha grandi battaglie da combattere, solenni destini da compiere, nuove persecuzioni forse da sostenere, ma il trionfo e la gloria non ci fallirà. Ond' io non voglio nè posso dissimularvi, o Signori, la dolce e profonda commozione dell'animo mio, da che m'è dato in questi momenti solenni di venir conferendo con voi quelle idee e convinzioni ch' io ho potuto formarmi di quell' Arte santissima, a cui, lo sapete, vado superbo d' aver consacrato, e sono ancor disposto di consacrare, le mie cure, i miei pensieri, gli affetti più cari della mia vita:
« Dum memor ipse mei, dum spiritus hos reget artus ! »
Voi non troverete prababilmente nei miei discorsi nè quella ricca suppellettile d' erudizione, che facilmente illude, e troppo facilmente s'acquista, nè quel fare solenne e quasi apostolico che con tanta leggerezza si assume e si vuol sostenere con tanta serietà. Vi par-lerò franco e sincero, smetterò, se è possibile, tutto ciò che possa sentir di didattico e di precettivo; non pretenderò d'insegnarvi l'Arte, ma spero però di farvela amare. Perocchè allo studio coscienzioso delle serene e civili discipline del bello è anzitutto bisogno d' intenderci e di affratellarci ad attinger rispettivamente coraggio contro la spregiata indifferenza dei tempi e gl' ingiusti rigori degli uomini e della fortuna. Ond' è ch' io invoco sin d' oggi, non solamente la vostra attenzione e la frequenza vostra, ma il vostro coadjuvamento e l'affetto vostro. Esso mi è di mestieri per esprimervi senza veli ed ambagi tutto ciò ch' io ho saputo sperimentare dell'Arte in quel tanto d' esercizio che ne ho avuto; e per valermi di quella franca ed onesta imparzialità che l'indole mia liberissima mi impone, e la libertà dei tempi e l'avvenire dei nostri studii.
. Stretti in tal modo nell' intemerato amore del bello e del vero, noi moveremo la guerra a tutti coloro che pretendono dommatizzare la legittimità dei loro istituti; sfideremo le folgori dei tanti pontefici massimi che si arrogano il diritto d' inculcare la loro letteraria infallibilità; disprezzeremo il diritto divino dei loro rabescati diplomi ; combatteremo insomma l'assolutismo sotto qualunque forma; cacceremo l'arte italiana dalle Accademie e dalle Scuole, come Gesù ebbe a cacciare i mercanti dal tempio.
Lo ripetiamo dunque, o Signori. Un completo perfezionamento letterario non si potrà mai ottenere, quando si voglia restringere i nostri studii ad una vuota esposizione delle regole del comporre, a un' arida descrizione delle forme letterarie, ad una analisi pedantesca e grammaticale, ciò ch' è sintesi miracolosa di pensiero e di civiltà. Da questo inesatto e grettissimo esclusivismo, dal pregiudizio sciagurato di allontanar l'Arte dal vero, di scompagnarla dalla vita reale, di ridurla a semplice rudimento o a patrimonio esclusivo di pochi, è venuto nascendo quello sconcio deplorabilissimo in cui è incorso il ministerio della letteratura, quella piaga vergognosa di tutte le arti moderne, e la negligenza e il disprezzo in che sono cadute.
Io fremo ed arrossisco a pensarlo. Noi troviamo pittori ignoranti e talvolta analfabeti costretti a trarre le loro ispirazioni dal più laido fondo della realtà; maestri di musica che non sono in grado d' intendere il melodramma che pretendono rivestir d'armonie; incisori che altra cosa non sanno che il mestiere di tagliare il rame ; scultori che ardiscono tuttora incarnare le loro ibride concezioni sotto le rancide forme della vecchia o della nuova mitologia; che scolpiscono Veneri bagnanti e Cristi discesi dalla croce mentre gl' Italiani vanno ad affrontar la mitraglia di Porta Pia, e Re Guglielmo il Conquistatore ordina di bombardare la capitale del mondo civile !