Francesco Paolo Frontini (Catania, 6 agosto 1860 – Catania, 26 luglio 1939) è stato un compositore, musicologo e direttore d'orchestra italiano.

«Bisogna far conoscere interamente la vera, la grande anima della nostra terra.
La responsabilità maggiore di questa missione dobbiamo sentirla noi musicisti perchè soltanto nella musica e nel canto noi siciliani sappiamo stemperare il nostro vero sentimento. Ricordatelo». F.P. Frontini

Dedicato al mio bisnonno F. P. Frontini, Maestro di vita. Pietro Rizzo

domenica 29 gennaio 2017

Nino Martoglio

disegno di Gandolfo

 Spadaccino, dongiovanni e moschettiere, Nino Martoglio, nel periodo della mia giovinezza, ebbe fama torbida e movimentata a Catania, quando sopravvivevano ancora usanze e pregiudizi borbonici, e le signore uscivano in cabriolet, con gli ombrellini a merletti, e i cavalieri mostacciuti fulminavano logge e terrazze con gli occhi, e gli amanti si nutrivano di baci soffiati al vento sul palmo della mano. 
Allora, guardare dentro un cortile, fermarsi sotto un balcone, premere col braccio il braccio di una rosata fanciulla poteva costare la vita. 
Era il tempo in cui padri, fratelli, mariti assumevano il compito protettivo dell'integrità, non solo fisica, sibbene morale e mentale della donna; era il tempo delle mutande a fil di caviglia e dei costumi da bagno con le calze e le scarpette. 
Nino Martoglio cantava gli occhi delle more venditrici di arance e di gazose, le sartine del popolo, le belle alle finestre dietro i vasi di basilico; e aveva motivi delicati e nostalgici, non senza un remoto lievito di arguzia; ma non era soltanto il lirico degli idilli umbertini; era altresì il vivido colorista degli ambienti e dei costumi locali, giocondo ironizzatore dell'ingenuità e della fantasia popolare In questo risentiva un po' del genere, allora in voga, dopo la « Scoperta dell'America » del Pascarella e i quadretti napolitani del Di Giacomo.
Le sue scenette parodistiche degli « 'mbriachi scienti », dei « Civitoti in pretura », dei « Nimici salariati »,' della « Triplici allianza » rieccheggiavano i poeti vernacoli già celebri in terraferma; e, un po' di qua un po' di là, si avvertivano in aria movenze trilussiane o barbaranesche. 
Ciò nondimeno il mondo martogliano è schiettamente insulare. 
Nuovo era egli, e di piglio e di tono, nel singolar modo di esprimersi o di trattare il gergo o di dar mordente e vita al color del luogo. 
Il suo impasto espressivo è tutto umoroso di siculo fondiglio: e più si avvantaggia, nell'icastica dei tipi e dei personaggi, quanto più si avvale, nel rendere la drammatica comicità del temperamento e del carattere siciliano, di una sua inimitabile e irripetibile contaminazione del dialetto vòlto in lingua e della lingua trasferita in dialetto. 
Qui fu veramente maestro e Musco apprese da lui il giuoco. 
I paladini di Nino Martoglio parlano per metafore grottesche (la durlidana di Orlando col solo vento « arrifriscava l'aria »), la sua « criata sparrittera » è fervida di sintesi caricaturali deliziose (« ogni tantu tei -porta a so mugghieri — tutta '.mpupata ccu 'idi cornocchiali — ca pari ca a scupriri l'amisferi ti), i suoi ubbriachi scienti sono vividi di sdottorante ignoranza:

« la luna nesci quannu è scuru fittu 
e iu sparagna, supra l'ogghiu a grassi; 
u suli nesci a 'gghiornu; cchi nni fazzu? ».



Citiamo a memoria. Non stia, dunque, il lettore con le pinze pronte.
A Catania il Martoglio iniziò la sua attività giornalistica fondando e dirigendo un settimanale satirico: il D'Artagnan. 
In una cittadina che, allora, si giaceva in pace, sobria e pudica, entro la cerchia delle antiche mura, come la Firenze di Cacciaguida, questo  coraggioso  ed esplodente  ebdomadario suscitò allarmi e scalpore. 
Martoglio non era l'uomo degli eufemismi e delle perifrasi. 
Attacchi, polemiche, indiscrezioni, mottetti, allusioni, satire pullularono in quel diabolico foglio, dove le parole erano sempre sostenute con la punta del fioretto o con la lama della sciabola. 
Duelli a rotazione dovette affrontare il Martoglio in quegli anni. 
Ma egli li trattava e li considerava come piacevoli varianti delle sue giornate.  
Una ferita al polso, un taglio sulla mano, una piccola incisione sulla spalla o sul viso erano logici e normali infortuni del mestiere. 
Alla fine di uno scontro,   o illeso,  o fasciato leggiadramente, il fiero Nino usciva a passeggio per la via Etnea, alto, dritto, con tanto di barbetta petulante, focosi gli occhi,  adunco il naso, ampia la fronte, forte il labbro. 
La gente si torceva di rabbia e di paura; e le donne andavano in estasi per il poeta dolce di pensieri e ardimentoso di braccio. Infine, altro non era che un romantico spaeasato, un po' moschettiere, un po' ciranesco:

« Nica, Nicuzza mia, Nica d'amuri 
e Nica ti chiamai... ».

Come nei drammi rostandiani   cerca un nome alla sua donna. Come nei drammi rostandiani canta sotto i veroni con una mano sul petto e l'altra su l'elsa.
Questo stato di cose non può durare. Un increscioso incidente gli leva contro l'opinione pubblica
I nemici ne approfittano per liquidarlo anche nel campo della sua operosità giornalistica. Deve cedere il D'Artagnan ad altri e far fagotto.

Si trasferisce a Roma, cambia vita, mette casa, prende moglie, abbandona la musa. 
Musco più volte l'aveva sospinto a scrivere per il suo repertorio. E venuto il momento propizio. Ormai bisogna smetterla con i lirismi e con le avventure pericolose. Il poeta sente già il peso degli anni, dei figli, della famiglia. Si dà al teatro ed è la sua fortuna. Ma Catania gli resta sempre nel cuore. Vi ritorna più volte e più volte riappare lungo le vie della città con quella sua barba a spatola, impettito e altero, in bombetta grigia.
In uno di questi approdi insulari un suo figliuolo si ammala di tifo. Ricoveratolo in ospedale, i genitori lo assistono assiduamente. Martoglio, tuttavia, è costretto a viaggiare. Va e viene da Roma. 
Nell'ala del fabbricato, ove ha stanza il degente, c'è un ascensore in costruzione. Quando si dice il destino ! Una notte Martoglio si leva, innanzi l'alba, per avviarsi alla stazione e si avventura, al buio, per le corsie, fidando nel suo istinto di orientamento. Imbocca il corridoio, apre una porta. È quella dell'ascensore. Il baratro lo inghiotte. Nessuno se ne accorge. Il salto dalla vita alla morte è spaventoso e fulmineo.

*di Giuseppe Villaroel ed.1954



sabato 28 gennaio 2017

EMILIO PRAGA



Povero Praga! Oggi si fa ancora del chiasso attorno alla sua tomba, si agitano i campanellini e si battono le mani al richiamo della sua memoria e si tenta di soffocare, coll'applauso, l'ultima bestemmia che potrebbe uscir di sotterra. A lui vivo si porse il tributo dell'imprecazione e della calunnia — la sua anima fu punzecchiata a colpi di spillo — furono derisi i suoi affetti — fu inzaccherata di fango la sua aureola di poeta. Gli uomini seri si degnarono financo di sputare nella sua ultima  tazza   d'assenzio.
Ma al giorno d'oggi il vento spira cattivo per tutti coloro che in arte adoperano la squadra e il compasso e hanno il cuore imbottito di lardo e le vene ricolme di siero — per tutti coloro che vanno a passo di lumaca; col capo chino,  per non inciampare nei sassi — e domandano alla maggioranza dei grulli la casacca ad usum delfhini - e misurano co lo sguardo il cammino prima d'andare innanzi - e accostano di continuo al naso una boccettina d'essenze per non venir meno lungo la via. 



Al giorno d'oggi la bohème letteraria ha presa la sua rivincita; essa è rientrata nel mondo a tamburo battente e a bandiere spiegate — può spendere due soldi per tenere gli stivali inverniciati e venti lire per portare un cappello nuovo — è ammessa nei ginecei — rispettata dai parrucconi — applaudita dalla folla — e man mano va conquistando la posizione coi suoi volumi in elzevir.
Povero Praga! Anch'egli lo voleva il suo volume civettuolo ed elegante; e, parlandone cogli amici, non sapeva esprimersi bene e muoveva le mani come se accarezzasse una statuetta greca. Quasi quasi egli presentiva questa piccola rivoluzione in elzevir!

Nondimeno non c'è ancora da fare molte illusioni. La mia divagazione un po' azzurra sulla nuova èra che si va schiudendo per l'arte, serva di conforto ma non accenda troppo la fantasia di coloro che fanno presto a correre in groppa a mille seducenti chimere. La Bohème è eterna e nel suo grembo si ascondono e si asconderanno sempre i disillusi e gl'impotenti — coloro a cui manca il terreno sotto i piedi, quegli altri che tentano invano di strappare una scintilla dal cervello insugherito. La posa qualche volta soffoca in sul nascere dei giovani  ingegni che sognano il poema o il romanzo dai banchi del liceo. La posa spessissimo apre delle vie che hanno la funesta attrazione dell'abisso. E allora al poeta, al pittore, al musicista sfuggono il ritmo, il colorito e l'armonia e i loro pretesi capolavori fanno ridere la  gente!
Questa benedetta posa che noi rimproveriamo acerbamente ai droghieri arricchiti e ai farabutti in guanti gialli lasciamola stare al posto che merita. L'arte scevra d'artificio e di convenzionalismo e i suoi militi devono avere per essa un culto sincero, senza quei fronzoli che luccicano al sole ma che poi in sostanza sono calta dorata. Preferisco il calice di legno dei primi papi che celebravano la messa nelle catacombe, ai calici tempestati di gemme della basilica vaticana. Il povero Praga che beveva dell'assenzio e bestemmiava alla vita, sapeva scrivere anche il Canzoniere del bimbo e le Memorie del presbiterio. Quel tipo d'angelo avvizzito non osò mai far tacere nell'animo quelle note d'affetto che bastano a caratterizzare i suoi sentimenti e i suoi ideali da  tanti bistrattati.
Nei suoi versi infatti s'indovina l'uomo insieme al poeta. È proprio una rivelazione quella sua lirica spontanea senza veli e senza ipocrisie. Una rivelazione di patimenti e d'angosce, di gioie e di desideri — uno strano e confuso miscuglio di risate e di lacrime, di bestemmie disperate e di sogghigni beffardi — una musica stupenda che colpisce il pensiero e penetra nel cuore. Nei versi del Praga c'è l'arte e c'è la vita — quella folla di pensieri che albergarono nel cervello del cantore di Bella e di Serafina, quante volte hanno albergato nel nostro  e lo hanno  vellicato  come la ca rezza  d una  mano gentile  o lo  hanno sconvolto  come le  chiome  d un  bosco  fra  cui sibila il vento!

È proprio di certi uomini il far vibrare tutte le corde dei sentimenti — di quegli uomini che s'avventano alla vita baldi e speranzosi, pieni di cuore, d'ingegno e di fede, e che della vita vogliono assaporare le ebbrezze senza i dolori, e della gloria i trionfi senza gl'inciampi, e dell'arte i fascini senza gl'insulti e le amarezze — e vogliono andare innanzi, colla fronte sempre alta e la pupilla sempre gaia — e ad ogni difficoltà si turbano e cadono nell'affanno e si afferrano ad ogni oggetto colla disperazione del naufrago e giungono al termine della loro carriera moralmente suicidi, fisicamente affranti — se per caso un lembo di cielo si scopre al loro sguardo, esso lo salutano come l'ubbriaco che vede spuntar l'aurora, dopo aver passata la notte nell'orgia.  Ma oramai del Praga non rimane che l'artista. Non turbiamo più la pace di quel povero morto. Noi sappiamo anche di Praga che bordellava avvinazzato a notte; ma sappiamo anche di Praga che si fa prestare da un amico due lire per regalarle ad una povera mendicante affamata e tremante di freddo assieme a due figliuoletti. Noi sappiamo di Praga che parlava di suo figlio coll'entusiasmo febbrile di una giovane sposa — noi sappiamo di Praga che sognava perennemente una casetta  in campagna,  mezzo nascosta tra gli alberi ed allietata da primavere e da canzoni. Sicché nelle Trasparenze, insieme allo scetticismo che ribocca da una Camera ammobiliata, insieme all'acre voluttà che spirano i versi Alla Sultana, insieme al mezzo cinismo delle Veglie, abbiamo anche In Pace, Il bimbo malato, A Enrico Iunk. È proprio allora che si manifestava un altro Praga; il Praga che amava i bambini, la pace, il cielo sereno, i vecchierelli, la campagna, la solitudine, tutto  quanto  possiede  il  fascino  del  puro  ideale.

Amo   sedermi,   quando   spunta   il  sole
Fra queste blande  aiuole,
Nel   silenzio   infinito.
Nella  pace  profonda
Che  il buio  orbe  circonda.

E nel Bimbo malato

Bimbo,  non  tossir più!   Son  tanti e  tanti
Gli error di questa vita!
Perché farmi tremar come un pusillo?
Dormi, guarisci, la coltre è pulita,
Tepida   è  l'aura   e   tutto   è  pace   intorno...
Sai che per te vo' comperar domani
Un famoso  gingillo?

La poesia A Enrico Iunk è una delle più belle delle Trasparenze :

Della  città, madre d'inganni e toschi
Sei stanco, amico, e aneli ai verdi boschi
E a un pò d'acqua corrente;

A  un po'  d'acqua corrente in cui si specchia 
La   ricciuta   fanciulla oppur la vecchia 
che  ti   guarda  ridente.

Aneli   alla  mestizia  solitaria 
Per   cui   l'arte   respira   insieme   coll'aria 
Coll'aria  imbalsamata!

Vuoi della vita frivola l'oblio 
E da lontan già senti il brulichio 
Di un'allegra borgata!

Di  una  borgata  allegra  e faccendiera 
Dove   si   ciarla   da   mattina  a  sera 
Di   cento   mila   cose;

Dove  a  ogni  angol di  muro  il sol rischiara 
O  ombreggia  qualche imaginetta  cara: 
O   bimbi,   o   cenci,   o   rose.

Dove il paffuto oslier li accoglie umano, 
E la   cuoca  stringendoti la  mano, 
Par  che  un bacio  ti  scocchi.

Dove ti sveglia all'alba il bue che mugge 
O la  giovenca,  che il figlio che sugge 
Contempla   coi   grandi  occhi.

Questo Praga, ch'è sì buono e sì affettuoso, non insultatelo, per dio!   e s'egli dice

quest'etica Musa 
Che  m'apparve  matrona ed era ganza, 
Che   il  poema  promise ed ora  ricusa 
Perfino   una   romanza.

lasciatelo bestemmiare senza arricciare il naso. Povero giovane, non aveva torto!

Come dissi più sopra, si giudichi l'artista — l'uomo si lasci in pace. Quella pace ch'egli sospirava nei suoi versi, l'ottenne là, nel cimitero di Porta Magenta, dov'egli in vita, soleva spesso recarsi insieme a Tarchetti, l'instancabile visitatore di tombe. — Lasciatelo in pace; egli nemmeno vi disturba più coll'incomodarvi a leggere un solo rigo d'epitaffio. Sulla sua fossa non si legge neppure il suo nome e cognome. Vi è solo incastrata una croce di ferro — il lugubre simbolo della sua vita che lo perseguita fin laggiù, nell'eterno nulla...
Povero  Praga!



***
Il volume di versi inviatomi dall'editore Casanova vale proprio la pena di svolgerlo e di leggerlo attentamente.   Sono  i  versi   di  un poeta lombardo, notissimo per suo ingegno e le sue sventure divenuto celebre  dopo morto, e della cui bizzarra indole, della cui fine tristissima e immatura s'è tanto e si diversamente  parlato.
Voi sapete già ch'io accenno ad Emilio Praga di cui il Casanova aveva pubblicato un postumo volume di versi, le Trasparenze, e ristampato le Penombre, cupo e forte canzoniere, e stampato anche le Memorie del presbiterio blando romanzo, che il Praga lasciò interrotto e scucito, e che si prese la briga di finire, curandone l'edizione, un altro scrittore, amico di Emilio, anima squisitissima di artista, oggi morto — Roberto Sacchetti.

Il volume che adesso ci presenta il Casanova — Tavolozza — al quale precede uno studio biografico di Ferdinando Fontana intorno al poeta lombardo — è il primo volume di versi che avesse pubblicato il Praga, allora  ventenne,  ricco  e  felice.
Ricco! ecco la grande e magica parola. Giacché, questo bisogna dire anzi tutto: Emilio Praga cominciò ad essere infelice allorquando nella sua casa finirono le agiatezze. Di gracile corporatura, di salute un po' cagionevole, sensibile, voluttuoso, animo delicato e ingegno fine di artista, il nostro Emilio viveva bene dipingendo paesaggi, scrivendo versi, viaggiando ignorando  affatto le  difficoltà  e le asprezze della vita
La Tavolozza, da lui pubblicata a vent' anni fa fede di tale suo benessere.  Da codesto libro, infatti,  spira come un'aura di giovanile freschezza e di tranquilla felicità. Il poeta canta le cose belle e i miti affetti, canta qualche volta gli umani dolori, ma da uomo che non conosce gl'intimi recessi della sventura, senza bestemmiare, senza disperarsi, come farà in seguito in qualche tetra lirica delle Penombre. La Tavolozza, infine, è un canzoniere gentile di un gentile poeta. E a Milano, a quel tempo, piacque. Emilio Praga frequentava i salotti eleganti, e le signore stesero la mano inguantata al giovine artista, che rompeva la tradizione degl'Inni Sacri e delle liriche dal rumoroso decasillabo, ed i cui versi mandavano fresche folate di letteratura francese — di quella letteratura che aveva già illuminato di fugaci bagliori il trono borghese di Luigi Filippo.
Ma la felicità di Emilio Praga durò poco. A ventidue anni egli perdette il padre, ricco industriale, che possedeva una florida conceria di pelli a pochi chilometri   da  Milano.
Poco tempo dopo, l'industria delle pelli fu colpita da una crisi, e la fabbrica dei Praga andò in rovina. Ed il povero Emilio, in un attimo si vide a tu per tu con  le mille  difficoltà   della vita.
Tutto il rimanente si comprende. Emilio Praga non era nato per lottare, e in quella sua lotta asprissima soccombette. La sua debole fibra si spezzò ai primi urti. Ed egli cadde, cadde irremissibilmente, per non più rialzarsi, il suo cuore fu dilaniato dall'angoscia, il suo intelletto offuscato vide il mondo e gli uomini attraverso un grigio velo densissimo, e la sua musa ub briaca  d'assenzio, suggerì spesso alle nemiche labbra dell'infermo poeta la bieca rampogna o il lugubre inno nella  desolazione.
Ma, in mezzo a tanta tetraggine di vita e di pensiero, quante volte il suo animo si schiuse dolcemente al sorriso! Allorché la sua mente snebbiavasi dei fumi del verde liquore, com'egli tornava ad essere il buon Emilio, l'amico dei bimbi e dei vecchi, il poeta sospiroso della pace idillica e degli odori freschi dei prati!
Conducetelo un po' in campagna, di buon mattino, ed il suo animo esulta in quella festa di fiori, di profumi e di canti. Parlategli un po' del suo bambino e nel suo occhio  stanco  tremola  una  lacrima  di  tenerezza.
È appunto per questa sua istintiva bontà d'animo, che qualcuno, rievocando gli ultimi anni della sua vita privata, ha voluto difenderlo ad ogni costo, gittando magari qualche parola amara sulla moglie del poeta, una buona signora, che a certo punto, si vide costretta a separarsi  dal marito.
Or io non posso seguire codesti difensori in tale scabrosissimo compito; io non difendo, né accuso Emilio Praga; solamente dico ch'egli mi desta commiserazione. Ma non posso ammettere il panegirico ad ogni costo. Non posso vilipendere una povera signora, la quale a certo segno disdegnò la compagnia di un poeta, che a notte tarda, ritornava in casa ubriaco, e, annaspando nel letto coniugale, bruttava di vomito la moglie.
Sono tristi verità, dolorose a dirsi — ma valgono almeno a calmare gli artificiali entusiasmi di qualche inesperto letteratucolo, che vuol fare della scapigliatura a buon mercato, e chiama volgare pregiudizio tutto ciò che la società ammette come onesto, come doveroso, come gentile.
Le chiacchiere son belle a farsi dinanzi a un tavolino da caffè, col sigaro in bocca, in mezzo a un crocchio di amici che ti danno ascolto; ma i fatti son fatti. Sta a vedere che un poeta, solo perché è poeta, può permettersi di essere un porco. Sia porco finché gli piace,  ma lontano  mille  miglia  dalla gente pulita!
E questo non lo dico io soltanto; lo dicono tutti coloro che hanno un briciolo di buon senso. Ferdinando Fontana, amicissimo di Emilio Praga, nel suo studio biografico premesso alla Tavolozza, inveisce contro i falsi boemi, adulatori ad ogni costo della memoria dell'infelice poeta lombardo; ed il Fontana fa bene; e, tanto per mettere le cose a posto e placare cotesti entusiasmi a freddo, ricordando gli ultimi anni del Praga, accenna al ludibrio del talamo nuziale insozzato bestialmente, alla « depressione del senso morale fino al punto di riscuotere del denaro per conto d'un amico (che patisce la fame) e andarlo a sprecare in una notte... e l'amico crepi! fino al punto di amare teneramente e di cantare meravigliosamente il proprio bambino, e poi di cadérgli al fianco, ubbriaco fradicio sulla pubblica via ».
Ed  il  Fontana, che fu intimo del Praga ed abitò qualche tempo insieme a lui, può discorrerne con piena coscienza di causa. Anzi, se volete saperla intera, quel vago accenno ad un amico che patisce di fame si riferisce al Fontana medesimo, ed al seguente aneddoto che  adesso vi  racconterò.

Il Fontana ed il Praga abitavano insieme, lottando contro la miseria che li assaliva spietatamente. Lavoravano come negri per guadagnare qualche soldo: insomma,   una  vita   infame!
Una notte, vegliando fino all'alba, erano riusciti a finire un libretto d'opera, che, per un magro compenso, avevano promesso ad un editore. Ci avevano lavorato entrambi, e, nella speranza di quel po' di denaro, si erano rassegnati a rimanere tutta la notte a stomaco vuoto.
l domani di buon'ora il Praga esce col manoscritto, promettendo di tornare subito coi quattrini. Il Fontana resta in casa ad aspettare — ed aspettò tutto il santo giorno. La sera, tardissimo il Praga ritornò ubbriaco da fare schifo e...  con le scarselle vuote.
Notate:   trattavasi   dell'amico   affamato!
Ma lasciamo questo doloroso argomento. Io però non mi pento di averlo trattato; anzi insisto su ciò che ho detto, perché è bene che la verità si sappia, e intera, anche a costo di vedere svanire qualche entusiasmo che bolle di soverchio. Le peripezie della vita mi hanno insegnato ad andare un po' cauto e di non lasciarmi far trascinare troppo facilmente dalle lusinghiere parvenze.
E adesso lasciamo stare l'uomo, e torniamo al poeta, la cui Tavolozza io ho riletto con piacere e interesse grandissimo. Certamente da qualche anno in fatto di poesia si è progredito non poco, e la forma della lirica italiana ha andato riacquistando quella pulitezza e quella grazia e quella eleganza e quella concisione a cui non eravamo più abituati; sicché riesce più notevole nelle liriche del Praga il lor maggior difetto: la scorrettezza. Nondimeno quanta ispirazione, quanta freschezza,   quanta  ingenuità   di  poesia!
Sentite, per esempio, questa prima strofe d'una bella  lirica:   Il poeta ubbriaco:

Datemi un nappo, datemi dei versi; 
Le imposte aprite, entrino i venti e il sole; 
Quanti fantasmi nel cervel dispersi! 
Che musica di forme e di parole!

Il lettore finisce per sentirsi un po' ubbriaco anche  lui. 
E sentite queste altre due strofe d'im'altra bellissima poesia, I pescatori notturni. Par di leggere dei versi del Carducci :

Portan  la   vela  lacerata  ai  venti, 
Come  stendardo  che in battaglia errò; 
Portano   remi   e  canapi   stridenti. 
Che il nerbo delle braccia affaticò;

E nella  tolda  silenziosa  e  bruna 
Restan   le   lunghe   notti   ad   aspettar, 
Ad  aspettar   sotto   la   fredda   luna 
Che  il  pan  dell'indomani  apporti  il  mar!

on è vero che sembrano versi del Carducci? Ma il Praga li scrisse nel 1860, e a quel tempo Enotrio era presso che ignoto.
Ciò che prova? Prova che se il Praga fosse vissuto ancora, avrebbe dato più splendide prove del suo grande ingegno di quelle che gli riusci di dare. Ma egli invece preferi di morire poco dopo i trent'anni, bruciato dall'assenzio.   Tutti  i  gusti  son  gusti!

* « La Meteora »,  Cagliari,  4 marzo   1878.  E. Onufrio

lunedì 23 gennaio 2017

GIROLAMO RAGUSA-MOLETI "ribelle dei ribelli"

Girolamo Ragusa-Moleti (1851 - 1917), nato a Palermo il 14 gennaio 1851.
Scrittore e rinomato giornalista, collaborava per le riviste più autorevoli.
Direttore della R. Scuola Tecnica di Palermo.

Profondo conoscitore della letteratura Francese, sostenitore d’Emil Zola e della scuola naturalistica fin dai tempi del suo saggio sul realismo, fu, anche nella scelta degli autori francesi da analizzare, "ribelle dei ribelli", Percorso, com'era, da "un soffio iconoclastico di violenta rivolta contro i mali del mondo", fu naturale, per lui, dare tutto il proprio contributo a quel foglio palermitano - "Il Momento" - sul cui secondo numero era apparsa l'effigie d’Emil Zola.

Accostatosi all’opera di Baudelaire, che lo terrà legato a se per vari anni, nel 1878, dopo uno studio approfondito della letteratura baudelairiana, pubblica un saggio - e si tratta, molto probabilmente, della prima monografia dedicata da un italiano al poeta francese.(...)


Qualche volta lo si vede guizzare come un pesce per le vie di Palermo, — furioso, affrettato, quasi ansante — con un mozzicone di sigaro fra i denti, col cappello a sghembo, con i capelli che gli scappano a ricci ed arruffati sulla fronte e sulle tempie, con la cravatta che ad ogni suo movimento di braccia e di spalle gira sul collare, per la semplicissima ragione che egli non vuol mai sottometterla alla tirannia d'uno spillo...

Ragusa è vano di due cose: dei suoi denti bianchi e delle sue pupille nere. Quelli occhioni neri, grandi, espressivi sono lo specchio di ogni sentimento che egli prova, ed esercitano — mi dicono — molto fascino sulle signore... Ma io non voglio entrarci... e me ne lavo le mani.

* * *
Quando Ragusa non corre e sta fermo a discorrere, è raro che non si metta a ridere. Ride spesso, ride sempre — quando non è annoiato, s'intende — ride anche quando le sue tasche sono all'asciutto. Lo si potrebbe chiamare  l'uomo  che  ride...
Una   lettrice   m'interrompe   per  esclamare:
— Ride per farsi  vedere i  denti!
Ecco   qua:   potrebbe  darsi,  ma  non  lo  credo.
Comprendo benissimo che se Ragusa avesse i denti neri non riderebbe tanto di frequente — ad ogni modo non supponga la mia signora lettrice, che l'autore delle Solite Storie difetti di cuore. I romanzieri cuore ne hanno sempre a bizzeffe. Ragusa, dopo di aver canzonato un individuo o ricamato la burletta sopra un libro, sa contemplare con occhi scintillanti un tramonto, sa inebbriarsi dei profumi di zagara e di gelsomino — sa parlare di noia, di scetticismo, di nulla — sa maledire alla vita.
Appartiene al secolo — ecco tutto.
Taluni lo chiamano il pazzo : lui lo sa e si mette a ridere.


* * *

Giovanetto amò i piaceri e il bel tempo, mandò a carte quarantotto lo studio e gavazzò per qualche tempo nel  mestiere  di   scapestrato.   Si  fece  cavaliere  errante delle donne... facili... molto facili — e siccome questo apostolato... galante a Palermo si sostiene a furia di sciabolate, Ragusa seppe fare onore alla sua lama e le sue sei o sette ferite che ha seminato sul corpo ne fanno una testimonianza chiara e lampante.
Un bel giorno Ragusa s'innamorò...
Ma  lasciamo  parlare  lui  stesso,  nelle  Solite  Storie
__ giacché dovete sapere che, nei suoi romanzi, Ragusa
ha la stessa abitudine di Miirger e sotto gli abiti di Giorgio Biondini spesso s'indovina l'autore.
Ma  non  divaghiamo.
«— La fantastica testolina (è un brano delle Solite Storie) quella sera non si fece però vedere. Biondini credeva per la paura di pigliare un catarro, ma invece era stato il babbo, un don Leonardo qualunque, che l'avea persuasa che non c'era decoro a fare un romanzetto con un asino e un rompicollo. Aveva forse torto?... La fanciulla che era già una donnina e sapeva fare i suoi conti, fece sapere quel giudizio paterno a Giorgio, aggiungendo che una fanciulla perbene deve essere ubbidiente ai voleri dei parenti. Leggendo quella letterina scritta in un foglietto liscio, ambrato, a Giorgio erano salite in viso le vampe della collera; pensò un momento, quindi mormorò fra i denti stretti: Non sarò più   né  un  asino  né  un  rompicollo.
Quanto agli amici, fece brigata nuova; anzi, per meglio dire, nei primi tempi della sua conversione, non vide più nessuno. Si chiuse in casa dicendo: 'Studiamo!' Ma studiare è una bella parola; a questo mondo si può studiare cose infinite, e so che, scoperta la vocazione, indovinato se stesso, non ci vuol altro che seguitare giorno per giorno e qualche cosa spunterà. Ma il nodo sta appunto nello   indovinare codesta sciarada della vocazione.
Fare una ventina di versi laidi non vuol dire essere nati con l'estro in corpo, né sciogliere un problema alla lavagna, e restar pensieroso davanti una pignatta che bolle o un fulmine che casca, vuol che si sia un Archimede, un Walt o un Volta. Pure Giorgio non era giovane da tirarsi indietro, e cominciò a studiare senza metodo, senza sistema, assai il giorno, più assai la notte, tanto per formare l'abitudine ». Questo brano delle Solite Storie che io ho riportato è una specie di autobiografia dell'autore, al quale porgo i più sentiti ringraziamenti perché m'ha risparmiato la  fatica  di  riferire  un  tratto  della  sua  vita.

* * *
Ma non è completamente vero che egli siasi messo a studiare «senza metodo, senza sistema». Non tralasciando di acquistare delle cognizioni in fisica, nelle scienze naturali e in economia, egli si diede particolarmente e con una specie di amore rabbioso agli studi letterari e filosofici — s'impegnò ad imparar bene la lingua sul vocabolario, sulle antologie, sui capolavori dell'arte — sudando a riempire risme di carta, di periodi, di modi, di frasi, di proverbi — scervellandosi per imparare a scriver bene ed in lingua italiana — avvezzando l'orecchio al ritmo dei versi per scrivere versi egli  pure.
Di filosofia egli studiò principalmente quel periodo che per noi ha più importanza —' e che incomincia con Renato Cartesio e termina con Arturo Schopenhauer.  Si nutrì di questi studi severi — analizzando uno per uno quei sistemi profondi — imbevendosi di quelle dottrine che hanno saputo scandagliare le ultime latebre del pensiero umano — imparando ad amare quei sommi che trascinarono dinanzi alle loro cattedre intere generazioni. Giorgio Hegel lo ammaliò sopra tutti, del suo sistema ne conobbe il sofisma, ma ne comprese la grandezza e tutt'ora se ne pasce cogli ardori d'un innamorato...
Hegel! Hegel! Quante volte insieme a Ragusa mi son messo a discutere il sistema del grande caposcuola e a un certo punto entrambi ci siamo scongiurati a vicenda di troncare la discussione se no chissà se non saremmo terminali  col prenderci a 'pugni.
Per me Kant, Hegel, Schopenhauer sono grandi atleti del pensiero umano — per loro ho un culto sincero e profondo — a loro ho ricorso e ricorrerò sempre adoperandoli come ginnastica della mente. Dall'altro lato comprendo benissimo quanto piccino e tisicuzzo sia il materialismo ai nostri giorni, ma esso mi convince sebbene ancora debole e barcollante — mi convince perché lo sento in me medesimo nella mia vita, nei miei sentimenti, nelle mie aspirazioni —. mi convince perché è frutto dei risultati della scienza — mi convince per il concetto  meccanico  col  quale  considera  la  natura.
Ma l'autore delle Solite Storie imbevuto di Hegel fino al midollo dell'ossa, si burla del materialismo che non ha saputo varcare il Rubicone della coscienza ed interrogato  a  quale  sistema  appartenga,  risponde:
—  Che  sistema!   nessuna  dottrina  mi  convince;  io sono  scettico.

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Ragusa — un avanzo dei rompicolli di Mentana __

ora s'infischia della politica e scambia tanto la destra che la sinistra per un pugno di mestieranti. Quei paroloni vuoti, altisonanti — che gli ambiziosi grandi e piccini mettono innanzi come biglietti d'ingresso che li conducano a Montecitorio — lo fanno ridere. Per lui — che ha tanto studiato il pensiero umano sulle pagine dei filosofi — la lotta per la vita non si traduce che in una lotta dell'egoismo, infarinato d'un po' d'orpello per illudere i gonzi. È per questo che egli va altero di quell'ironia che sparge a manate nei suoi versi e nelle sue prose e che — secondo lui — dev'essere uno dei meriti  principalissimi  dei  lavori  d'arte.

* * *
Ragusa è lavoratore ma non è sgobbone.

Pubblicò l'anno scorso le Solite Storie — novella che piacque moltissimo e di cui scrissero con somma lode la «Perseveranza», il «Sole», l'« Illustrazione Italiana», il «Diritto», l'« Opinione», e gli altri principali periodici d'Italia, Si ammirò la sua lingua purgata,  il suo stile vivace, ironico, spesso  quasi nervoso — e in quelle centocinquanta pagine di romanzetto s'indovinarono lo scrittore e l'artista.
Le Solite Storie furono una buona promessa, che l'autore non ha punto l'intenzione di mandare a gambe in  aria. 
— e in quelle centocinquanta pagine di romanzetto s'indovinarono lo scrittore e l'artista.
Le Solite Storie furono una buona promessa, che l'autore non ha punto l'intenzione di mandare a gambe in  aria.
La signora Lilli e il Mal di nervi sono infatti due romanzi che faranno un bel grido e che il Ragusa ha scritto  in  pochi  mesi.
—- E quando si pubblicheranno?
—- Non saprei.
—  Manca   forse  l'editore?
—  Che editore! l'editore c'è anzi ce ne son due che attendono l'uno La signora Lilli e l'altro il Mal di nervi, ma l'autore non  è  ancora  disposto...
—  A  che  cosa?
—  A  correggerli,  a  rileggerli.
—  Perché?
—  Perché s'annoia.
Né più né meno. I due romanzi non attendono che la cosidetta limatura, ma Ragusa ha lo spleen degli artisti. È capace di stare un mese lavorando come un cane, e un altro mese...  sbadigliando  come un turco!
Ad ogni modo queste mie parole valgano almeno ad infondergli un pò di spiritaccio, e a fargli riprendere in mano i suoi manoscritti che a quest'ora sono polverosi come una cartapecora antica!
Io l'ho paragonato ad un turco — or si rammenti egli che attualmente i turchi non  dormono — e prova ne siano i telegrammi che l'agenzia  Stefani ci regala ad un soldo la sera.

* * *
Ragusa è anche poeta. I suoi versi sono originali nel concetto e nella forma —. riboccanti ora d'ironia, ora di sentimento — essi non seguono la falsariga di nessun poeta, ma rammentano lo studio dei grandi poeti. Vi s'indovina l'autore che ha studiato Heine e Baudelaire — sebbene né l'uno né l'altro vi appariscano; — vi s'indovina il filosofo senza sistema; e l'uomo senza ideale determinato — vi si scorge il linguista che conosce la proprietà dei vocaboli e il poeta che ha lottato colle difficoltà del ritmo.
Delle poesie del Ragusa non se ne sono pubblicate che quattro o cinque — le altre dormono sotto la polvere che vi hanno accumulato l'ala del tempo e lo spleen...   turco  dell'autore.

* * *
Ragusa ha delle caratteristiche che lo rendono originale.
Egli va altero dei suoi studi filosofici e dei suoi studi di lingua. La filosofia egli la crede un mezzo necessario per comprendere l'arte e per saperla esprimere — e vieppiù si riafferma in questa sua opinione nello scorgere la vacuità di studi di certi scrittori moderni che nei lavori badano più alla forma che alla sostanza — e almeno badassero veramente  alla  forma!
Ragusa ha 26 anni, è professore di storia e letteratura ed è ammogliato — una caratteristica che nella vita d'un uomo è certo la più interessante. Veste sempre di nero, non beve vino ed ama la campagna... sebbene il lusso d'una villeggiatura — ahimè! — è rimasto finora per lui un pio... desiderio; ma non importa: aggiratevi ogni dopo pranzo per le campagne della Conca d'oro e vedrete la figura di Girolamo Ragusa Moleti designarsi fra gli alberi ed il fogliame.
L'autore di Mea culpa è franco, nemico dell'ipocrisia e della posa.
Ha molti conoscenti, ma pochi amici — è generoso, riconoscente e paga puntualmente i debiti — quando ne ha.
Fra i poeti francesi preferisce Musset — tra gl'inglesi Byron — tra i tedeschi Heine — tra gl'italiani, dopo Dante, preferisce Giusti, che porta sempre in tasca — le poesie, s'intende... non il poeta...
Ha certe espressioni preferite che lo caratterizzano meglio. Quando deve parlare di qualcuno che non gli va a sangue, esclama: — Che imbecille! Un libro cattivo lo giudica a questo modo: — Che porcheria! E quando qualcuno assume la posa d'uomo serio egli dice ridendo:  — Ha messo su la pancia.

* «La Farfalla», Cagliari, 3 giugno 1877. E. Onufrio





sabato 21 gennaio 2017

LA «VITA DEI CAMPI» di Giovanni Verga



La vita dei campi è un ideale gaio e sereno, e, da che mondo è mondo, molti lo han sognato, e continuano a sognarlo. E pur bello avere un po' di terra al sole, lungi dalla città, sopra un colle ridente; e, in mezzo agli alberi, lieta di primavera e di fiori, una casetta bianca, d'onde non si ascoltano che canzoni d'uccelli e muggiti di buoi, sparsi nella campagna lontana. Ivi non t'inseguono la ciarla molesta e il pettegolezzo maligno, che si sprigionano dal lastrico delle vie cittadine:


il fattore sta a discorrerti del buon tempo e del ricolto, della festosa vendemmia e della pioggia che manda il buon Dio. E, da Teocrito a Gessner, quanti hanno cantato  questo   dolce  ideale!
L'Arcadia, anch'essa, se ne impadronì e lo sfruttò a suo talento. Mise in mostra pastorelli e ninfe di porcellana, e li fé ciarlare come in un salotto elegante; fece scorrere fiumi di latte; piantò, incorniciati dai suoi orizzonti di cobalto, alberi ingrommati di miele, e carichi  di  frutta  d'oro.
L'Arcadia non è la vita; e quindi è la negazione dell'arte. Le campagne del suo cosmorama sono oleografie francesi da cinque franchi la dozzina. Giacché la vita rustica, come la medaglia, ha il suo rovescio; ed è un rovescio ben triste, sapete! Sono razze affrante di fatiche e di abbrutimento, emaciate dalla terzana, avvilite dal servaggio, che vivono e soffrono alla luce del sole. E Verga, nei suoi bozzetti, ritrae questo triste lato della vita campagnola; egli penetra negli animi di quei poveri villici, e li presenta nella loro semplicità rozza e ignorante, nelle loro passioni stupide e forsennate.

* * *
Conobbi Giovanni Verga, tre anni fa, a Milano. Me Io presentò una sera, in galleria, Felice Cameroni, il brillante appendicista del « Sole », buono come un angelo, ma meno bello del diavolo. Dopo quella sera, con Verga ci rivedemmo sovente, al Biffi, dove sino a tarda notte si stava a discorrere, fumando. E non eravamo soli; ma una piccola colonia di siciliani a dirittura. Si ciarlava, per lo più, di arte e di donne. Auteri raccontava storielle scollacciate. Navarro dava anche lui i suoi giudizi, ma da uomo di mondo, che ha corso la cavallina, e non si lascia sedurre se non da profumi nuovi e squisiti, che producano dolci vertigini. Scontrino ammiccava qua e là furbamente, e ricamava la sua burletta su tutto e su tutti. Capuana non lo si vedeva mai. Qualcuno, nella brigata, fece intendere che egli passava la sera rubando cuori di crestaie e di servotte, sui pianerottoli delle scale; ma, in nome dei suoi capelli bianchi, respingo l'atroce calunnia. Giovannino Avellone veniva qualche volta a romperci le scatole con la sua eloquenza concitata e chiassosa di avvocato penalista...

Verga, di giorno, rimaneva in casa, a lavorare. A quel tempo scriveva un romanzo, Padron Ntoni, di cui adesso ho visto annunziata la prossima pubblicazione sotto un altro titolo: I Malavoglia. È un bozzetto della vita peschereccia, che gli ha costato stenti e fatiche, e che farà un bel rumore, ne sono sicuro. Spesso andavo a trovarlo in quella sua graziosa stanzetta di piazza Scala; e il suo tavolo era sparso di pagine, piene di zampe di mosca, cancellate, corrette, rifatte. Giacché egli, innamorato dell'arte, prova tutti gli sconforti dell'artista, che, nella sua plastica nervosa, non è mai contento di sé. Oggi scriveva una pagina che lo riempiva d'esultanza; domani un'altra che finiva per lacerare rabbiosamente: erano queste ultime le sue giornate bianche, com'egli  usava  chiamarle.
La sera poi la passava al Biffi, insieme agli amici. Qualche volta recavasi alla Scala; e lo vedevo dalla platea, tutto eleganza e sorriso, che andava qua e là, da  un palchetto  a l'altro  della  haute.
E la vita dorata fu, una volta, l'argomento dei suoi romanzi: Eros ne è una prova. Adesso Verga volge il suo sguardo nero e profondo pel paesaggio dell'isola nativa, che tanto si presta ai colori della sua tavolozza. Esso non è il paesaggio napoletano, pieno di luce e di chiasso, dove le fanciulle, belle, discinte, intrecciano folli danze, in faccia al mare, al suono di tamburelli e di nacchere; ma è calmo, molle, sereno, e vi ascolti la mesta canzone, tremolante nella vasta solitudine incendiata dal sole. È come un torpore di Arabia che avviluppa quei selvaggi presepi. Ed è là che Giovanni Verga incontra i suoi pastori e le sue contadine, che soffrono tormenti d'inferno, e ardono alla fiamma di pazzi amori.

*  « Capitan  Fracassa »,  14 settembre  1880. E. Onufrio




venerdì 20 gennaio 2017

«IL GIOBBE» DI MARIO RAPISARDI

Ma che ! " Voi solo — gli scrive Arturo Graf dopo la lettura del " Giobbe „ — in mezzo a tanta sciatteria e vigliaccheria tornate pur sempre con la mente ai grandi dolori, alle grandi lotte, alle faticose fortune dell'umanità, e tessete il verso di lacrime e di grida di ribellione e di canti di trionfo. Lasciate i rospi diguazzare e gracidare nella pozzanghera: lasciate che sputino la bava ond' hanno pieno il corpo! Il poeta d'Italia siete voi. Anzi, non pure d'Italia, ma un poeta voi siete dell'umanità; e coi dolori e con le speranze della umanità a cui li avete sposati, rimarranno i vostri versi, quando di quelli degli altri sarà spenta perfino la memoria „



Esaminando tutta l'opera poetica, che nel corso di circa vent'anni è venuta fuori dalla mente del Rapisardi, rilevasi tutto il travaglio del pensiero moderno in questi ultimi tempi. 
Sui canti della Palingenesi (primo lavoro poetico del catanese) aleggia un'alta idealità divina. Fra le malinconiche strofe delle Ricordanze si asside la triste ombra del dubbio. Prorompe, in seguito, il Lucifero, forte e audace poema del razionalismo, combattimento contro le parvenze e i fantasmi di cui era sgombro da poco l'umano pensiero. Ma ecco che, dopo tanta rovina di idoli, sparisce anch'esso l'ultimo idolo, che è Satana: la sua vita è brevissima; esso non rappresenta che un periodo passeggiero di facile rivolta, anzi  non esprime  che un  altro  grido  di  vittoria.
Sopraggiunge un nuovo e grande ideale: la scienza.

Il poeta vi si abbandona interamente, consacra il suo ingegno agli studi positivi e scientifici, rinsangua la sua mente già esausta di ogni ideale, e, illudendosi per avventura che la scienza possa essere elemento di fede, nella foga del suo nuovo amore, traduce il poema di Lucrezio Caro.
Adunque, fino a questo punto, il poeta ha percorso tutta la grande orbita del pensiero moderno.  Egli è stato teista, scettico, razionalista, positivista.  Il suo canto si è innalzato fra le azzurre idealità di Mazzini, di Quinet, di Victor Hugo; cadendo poscia da tant'alto, ha aleggiato sui campi della desolazione, tutto assorto come in una visione leopardiana. 
Poscia, inebbriandosi della abbagliante luce di magnesio, che mandavan le torce de' razionalisti, il Rapisardi lanciò anch'egli il suo dardo contro il debellato Olimpo. 
Seguì indi, come abbiam detto il periodo del sano e vital nutrimento: Spencer, Darwin, Stuart-Mill, Buchner, Feuerbach, gli forniscono il cibo agognato, ed egli, dopo sì lauto pasto, parve acquetarsi nel sereno soddisfacimento della scienza.


E adesso ecco venir fuori il Giobbe. Che cosa è dunque  questo  Giobbe?


Tre anni or sono, essendosi il Rapisardi accinto da poco a codesto poema, così brevemente piacevagli esprimermene il concetto: — Dopo l'epopea del diavolo, l'epopea   dell'uomo.
Dunque il Giobbe è il poema dell'uomo. Ma non basta.

Il Giobbe è il poema dell'uomo, pensato e scritto da un poeta che dell'uomo e delle sue sorti è conscio, che dell'umana sapienza è consapevole, e la cui mente è libera da qualunque idealità.
Il Rapisardi è stato teista, scettico, razionalista, positivista; e positivista rimane tuttavia; ma la scienza per lui non è fede, è esclusivamente conoscenza : egli dunque guarda i destini degli uomini e delle cose con la malinconia  serenità   del  chiaroveggente.
Hanno detto che il Giobbe sia il poema del dolore: il Rapisardi medesimo, illudendosi intorno all'opera sua, ha espresso tal pensiero in una breve prefazione. Ma questo dolore non è elemento estetico o sentimentale del poema; non scaturisce nemmeno da esso, o, se verso la fine in qualche modo vi alita, ha un tal carattere di subiettività e di fugacità che non lo si può chiamare parte inerente all'organismo del poema, che, essendo come un epilogo dell'opera umana, esprime le idealità fatali e meccaniche delle varie generazioni attraverso i secoli.

*
Esaminando il Giobbe, ancor questo è da notare: delle tre parti in cui dividesi il poema, la prima è affatto disgiunta dalle altre. Dirò anzi: il concetto sostanziale del poema svolgesi nelle ultime due parti. La prima parte è storica, è drammatica, è esclusivamente lavoro d'arte. Il poeta toglie dalla Bibbia la grandiosa figura di Giobbe, e, seguendo il testo biblico, la tratteggia ampiamente e splendidamente.
Solo quando giunge al punto delle famose lamentazioni, egli nella figura del patriarca incarna tutta l'umanità, e dalla bocca del vegliardo par che prorompa l'alta voce de' secoli.
Impadronitosi di questa figura di Giobbe, il poeta se ne serve per accompagnarla attraverso il faticoso procedere del pensiero umano, e, volendo scegliere un periodo che a noi personalmente interessa e la cui storia è completamente nota, egli svolge tutta la grande orbita del pensiero e della civiltà cristiana nel suo splendore, nelle sue battaglie, nelle sue sconfitte e nel suo decadimento, venendo fino alla morte dell'ultimo idolo, cioè di Satana, ed entrando poscia nel trionfale splendore  del  rinnovamento scientifico.
E la terza parte è tutta consacrata a questo grande e nuovo ideale del positivismo. E il poema, che nella prima parte è drammatico, nella seconda è allegorico, con molto ma debole elemento drammatico e con abbastanza di lirico, nella terza parte è affatto didascalico, o, per dir meglio, scientifico.
Nella prima parte il poeta è dominato dall'opera d'arte; nella seconda e nella terza è il concetto sostanziale che lo  conduce.
Verso la fine, Giobbe non è pago del grande sapere fornitogli dalla scienza; vuole andare più in là, si mostra scontento, vorrebbe rompere i limiti all'uomo assegnati  dalle  leggi   di   natura.   In  conclusione   Giobbe rappresenta  l'uomo  ormai  sciente,  non più  soggiogato da verun ideale, e che racquista la propria individualità. Questo è il Giobbe.


E  l'opera   d'arte?

Il Rapisardi, è noto, è grande artefice di versi, e, nel dar vita e forma ai suoi fantasmi d'arte, ha un'impronta di originalità incontestata. Nella seconda parte l'azione è varia e rapida; molte delle laudi e delle odi che vi son frammiste riescono interessantissime; il canto de' goliardi è come un allegro raggio di sole che balza fuori dalle mistiche tetraggini medievali, in cui si è dibattuto  per  lungo  tratto  il  poema:

O fanciulla che languida giaci 
Fra  le piume,  e sognando  sorridi, 
Il  ciel  suona  di  canti  e  di  baci, 
Freme  il bosco  d'amplessi  e  di nidi:


O fanciulla,  son rapide l'ore 
Della  gioia,  a  te  mormora  il  rio; 
Sorgi,  vieni,   ti  dice  il  cor  mio; 
O  l'amore,  l'amore,   l'amore !


Nella terza parte, sebben didascalica, tutta la gran vita della natura è così largamente ed epicamente tratteggiata, che obliasi affatto l'aridità dell'argomento, per tener  dietro  co'  sensi  innamorati  a  quella  larga  onda d'armonie.
Ma, sopra tutte, notevole è la parte prima. Ivi c'è il dramma, muovonsi figure umane, campeggiano sentimenti e passioni umane ; e per conseguenza c'è la vita, e la grande arte sfavilla. Con minuziosa maestria son descritti i vasti possedimenti di Giobbe:

.........Il vagabondo

Arabo  avventurier,  che  con la lercia 
Famiglia  e  col  destrier  fido  e  il  camello 
L'orme  inseguiva  della   sua  fortuna, 
Consistere  vedea  sui   verdi  colli 
Come un'immensa  candidezza,  e  tosto 
Riconoscea le innumerate gregge 
Di  quel  felice,   onde  suonava   il   grido 
Per   ogni   terra   orientale...


Rabbrividente per verità di colori e di immagini è la descrizione della morte degli animali colpiti dalla lue. Dolce e soave è la figura di Sara; bella e fiera quella di Zilpa. Spirano una fraganza tutta orientale le canzoni  di entrambe.  L'una dice così :

Ho  pregalo  pregalo,  e   il  ciel   s'è  aperto, 
E n'è disceso un giovine signor: 
D'erbe  si  copre l'arido deserto, 
Un   limpido   ruscel   corre   tra'   fior.

Neri ha i capelli come gran di pepe,
Ha  gli  occhi  di  gazzella   il  mio  fedel;
Il mare e il monte hanno i suoi campi a siepe,
I  padiglioni suoi levansi al ciel.

.......................
Bello è il mondo, ma bello anche è il mio core, 
Come  il sole il mio cor di  fiamme è pien: 
Resti  il sole  ed  il mondo  ara  al Signore, 
Regno   ed  ara   d'amor  solo   il  mio   sen.

Un vero quadretto di genere è la scena domestica in casa di Sara, con quella caratteristica figura di Anna, la vecchia nutrice. Questa Anna sembra veramente una figura dipinta da Giacomo Favaretto: il poeta la tratteggia minutamente, con intelligente maestria di coloritore. Guardate ad esempio questi graziosissimi tocchi di pennello. La vecchia Anna corre, e, nella corsa, perde un  zoccolo:

Sgusciato   nella   corsa  erale  un   grave 
Zoccolo,  ond'essa a questo ed a quel fianco 
Preso   e  tratto   a  ginocchio   il  grigio  sajo, 
Sul  pie  mal  fermo   balzellon  venia, 
Come  gallina  che correndo al cibo 
In  arruffato  canapel s'impigli.

Veramente epico è quel brano delle lamentazioni di Giobbe, dove, per la bocca del patriarca, favella l'umanità. Vorrei riportarlo per intero se le esigenze dello spazio  in  un  foglio  politico  non  fossero  veramente  ti ranniche. Io rimando gl'intelligenti alla lettura di tutto il poema.
Intorno al quale dirò solamente questo: esso segna nel campo filosofico l'ultima meta a cui l'umano pensiero, dopo tanto travaglio, artisticamente o scientificamente possa pervenire. L'arte s'è rivestita dell'ultima e nova idealità moderna dandole forma e drappeggiamento epico. I posteri, nello studiare l'agonia di questo nostro secolo strano e tormentoso, guarderanno certo a quest'orma artistica lasciata dal Giobbe. E se tale orma  sia  stata  lieve o  profonda,  essi  li  diranno.

* « Giornale di Sicilia », 8 febbraio 1884. E. Onufrio




LAUDA DI SUORA  - dal "Giobbe"
Musica di F. P. Frontini

Amore, amore non dammi riposo,
Amore, amore il mio seno ha corroso; 
Alzar le ciglia, e guardarlo non oso
Quel Dio pietoso, che me volse amare.

O santa piaga del lato di Cristo,
Da che al tuo sangue il mio pianto s'è misto,
Il paradiso dell' anima ho visto,
Al cui conquisto mi voglio affrettare.

Con le mie mani tremanti t'attingo,
Con labbra smorte ti bacio, ti stringo,
Del tuo colore quest' anima tingo,
E più la spingo e più vuol penetrare.

Il sapor dolce, la grata fragranza
Più sempre accende la mia desianza;
O mia dolcezza, mia sola speranza,
Mia sola amanza, in te vommi mutare.

Amore, amore, amor solo, amor santo,
Deh! com'è dolce morirti da canto,
Com'è suave distruggersi in pianto, 
E in un mar santo di luce affogare!