Francesco Paolo Frontini (Catania, 6 agosto 1860 – Catania, 26 luglio 1939) è stato un compositore, musicologo e direttore d'orchestra italiano.

«Bisogna far conoscere interamente la vera, la grande anima della nostra terra.
La responsabilità maggiore di questa missione dobbiamo sentirla noi musicisti perchè soltanto nella musica e nel canto noi siciliani sappiamo stemperare il nostro vero sentimento. Ricordatelo». F.P. Frontini

Dedicato al mio bisnonno F. P. Frontini, Maestro di vita. Pietro Rizzo

giovedì 23 marzo 2017

EVOLUZIONE E PESSIMISMO - Lettera al Prof. Enrico Morselli




Illustre signor professore,


Ciò ch' ella scrisse in un fascicolo della sua non dimenticabile Rivista di filosofia scientifica e che io leggo ora dopo tanto tempo, intorno al "Pessimismo ed Evoluzione"del Trezza, e l'accenno benevolo ch'ella fa alla graduale emancipazione del mio spirito e alle opere mie, che questa emancipazione riflettono, mi porgono la grata opportunità di manifestarle come io l'intenda circa all'importante questione cosi splendidamente agitata e a modo suo risoluta dal pensatore veronese: non per la speranza di recare in essa alcun lume, ma per la necessità, in che le sue parole mi han messo, di chiarire l'intento dei miei ultimi lavori, delle Poesie religiose in ispecie, da lei benignamente citate, come quelle che segnano la mia redenzione dal pessimismo e l'acquetamento dell' animo mio nella contemplazione e nella rappresentazione serena del vero.

Ecco : se per pessimismo ella intende quello sistematico dello Schopenhauer, e quello sentimentale del Leopardi, io non solo me ne sono liberato, ma non saprei dire in coscienza se l'abbia mai pienamente sentito e in quale delle mie opere abbia esso lasciato una traccia. Secondo me, il pessimismo, di cui oggi si parla tanto, come conseguenza necessaria delle nuove dottrine, non è da confondere con quello del filosofo tedesco ; il quale guidato in ogni sua speculazione dal preconcetto di accordare tutte le dissonanze della natura, della storia e della coscienza in un sistema, riuscì a darci una costruzione (e chi può negarlo ?) ingegnosa e geniale in molti particolari, ma assolutamente metafisica nell'insieme ed assurda. Quella famosa, volontà necessaria, che finisce con l'affermazione della propria libertà nell'annientamento di sé stessa, e la conseguente glorificazione dell'ascetismo, considerato come la più alta espressione della saggezza, della perfezione e quasi della santità, vera dello spirito umano, tolgono alla dottrina schopenhaueriana il diritto di concorrere scientificamente alla soluzione dei grandi problemi che travagliano le menti contemporanee.
Il pessimismo che sgorgherebbe dalle teorie nuove non ha nulla di comune con esso. Anche accordando alla felice ipotesi darwiniana il valore d'una legge universale, noi non possiamo certamente risolvere con essa il problema delle origini, né spiegarci in modo positivo e sodisfacente il dolore e la morte, duplice sfinge, che dilania fra le tenebre il povero spirito umano. Pretendere coi positivisti che la ragione, riconosciuta la propria impotenza, rinunzi per sempre alla ricerca dei principi dell'essere ; asserire, che il regno del mistero, o come dicono, dell'Inconoscibile, sia per rimaner sempre inconcusso ed intatto agli assalti audaci del genio e alla paziente indagine scientifica, è una contradizione patente a quella stessa legge d'evoluzione, ond'essi s'impromettono tanti miracoli. Ma pur concedendo che il dominio dell' Ignoto sia come il territorio delle pelli rosse, per valermi della similitudine del Fauerbach: si vada, cioè, restringendo sempre più agli avanzamenti continui della civiltà ; e che sì possa un giorno scoprire una legge che ci spieghi i primordi dell'universo, chi può lusingarsi, che una verità di tal fatta sia per liberare gli spiriti dalla tristezza, onde li fascia il tetro spettacolo del cotidiano dissolvimento di tutte le forme ?

Forse il dire che l'individuo soggiace alla morte, ma la specie se ne libera e si perpetua, perchè della conservazione e della propagazione della specie ha cura precipua, anzi unica, la natura, basta a consolarci del dissolvimento di tutto ciò a cui presentemente è legata la nostra esistenza?

Bella consolazione davvero ! O che cosa è la specie, di grazia ? Esiste essa forse altrove che nel cervello dei filosofi classificatori ? Nella natura io non vedo altro che individui. Or finché la vita è una individuazione, il pensiero una funzione, la coscienza una stratificazione: finché la morte è il disgregamento di quelle parti, onde il pensiero, la coscienza e la vita ebbero principio e nutrimento, e da cui trassero la mutua forza e l'armonia indispensabile a ogni lor menoma operazione, l'idea di un tale disgregamento, fosse pure scompagnato da qualsiasi dolore fisico, getterà sempre un profondo sgomento nelle menti più nobili e generose. E questo sgomento pullula spontaneo dalla concezione meccanica dell' universo, dalla conoscenza, cioè che la vita non è altro che un gioco dell'essere nell'infinito.  Certo un si fatto sentimento non dà campo a fantasmagorie ed allucinazioni religiose, a miti oltramondani, ad abdicazioni vigliacche ; esso può anzi esaltare in sé stessa la mente del pensatore, generare quasi un'ebbrezza dell'anima, dando luogo a pensieri ed immagini sublimi, quali han saputo darceli qualche volta i filosofi geniali come lo Schopenhauer e i poeti divini come lo Shelley, ma chi può negare, che codesto sentimento indeterminato versi su l'anime più libere un'ombra di profonda malinconia e smarrisca in un labirinto inestricabile i cuori più forti e le menti più sagge? Come sperare che se ne liberi il pensiero moderno, se non ne andarono esenti neppure i Greci, che furono di noi più gagliardi e più sani, e meno di noi penetrarono nelle cose?

Nè giova dire, che la legge dell'evoluzione, presentandoci l' uomo in una perpetua ascensione da carne a spirito e armonizzando sempre meglio i moti del pensiero con quelli del mondo universo, ci redimerà finalmente dalla tristezza, che nasce dalla considerazione del male e della morte quali condizioni indispensabili della vita. Se l'uomo sarà sempre un composto di ragione e di sentimento, egli non potrà mai tanto uscir di sé stesso da rassegnarsi alla distruzione di quelle forme, a cui sono intimamente legate le funzioni, gli affetti e gli ideali della sua vita. La ragione gli proverà che le sue ansie son vane; che la sua smania d'immortalità è ridicola : che non giova nelle fata dar di cozzo; ma l'indole sua, ch'è il resultato necessario d'una lenta elaborazione a traverso i tempi, i climi, le razze, lo spronerà pur sempre a scavalcare il limite fatale, a spezzare la porta adamantina, ad assediare d'interrogazioni dolorose la sfinge marmorea che siede indifferente sull'immensa piramide edificata con le ossa di mille generazioni nel1'interminato deserto. Forse m'inganno: ma questo dissidio fra la ragione e il sentimento, contro cui tanti filosofi della nuova scuola avventano le frecce più acute della loro dialettica, quasi a bicipite mostro generato da stolte religioni e da falsi metodi educativi, a me sembra radicato nelle viscere stesse dell' essere umano, mi pare anzi effetto necessario d'una legge universale: giacché non arrivo davvero a comprendere un attività e quindi una manifestazione qualunque della vita, senza resistenze ed attriti, senza quelle fluttuazioni e discordanze, onde risulta la universale armonia, e che sole rendon possibile la conservazione e il perfezionamento degli esseri. Ora, se la scienza non dee contravvenire alle leggi della natura: se l'educazione può formare abiti nuovi, non creare novelle facoltà, qualunque spiegazione si tenti del doppio problema, noi non giungeremo probabilmente giammai a mettere d'accordo il bisogno sempre crescente di felicità con la considerazione della indifferenza indeprecabile della natura nella produzione e nella distruzione delle sue forme. Per ammettere la possibilità d'una tal conciliazione è necessario supporre che lo svolgimento incessante del genere umano giungerà finalmente a sopprimere e cancellare dai nostri organi tutte le eredità sentimentali non solo, ma ad atrofizzare gli organi stessi destinati all' acquisto e alla elaborazione dei sentimenti : a distruggere insomma una parte, non dirò se la più bella o la più brutta, ma una parte necessarissima alla interezza armonica dell'essere umano.

Come potrebbe la ragione, fredda e crudele vincitrice, governare più la vita, senza il sentimento, entità intermèdia fra la sensazione e il giudizio, che serve ad armonizzare nell' uomo i due estremi della vita sensitiva e della vita razionale ? Data come possibile una si strana vittoria, le fonti stesse del pensiero rimarrebbero congelate, esaurite le forze produttrici della coscienza: l'anima umana cadrebbe in quello stato di raffreddamento a cui giungono man mano i corpi celesti, e la povera ragione vittoriosa sarebbe condannata a regnare sopra un deserto di pomici. Se questo è pessimismo, mio riverito signore, io ero già pessimista, quando scrivevo il Giobbe e pessimista sono anche adesso, dopo le Poesie religiose. Ma questo pessimismo, giova ripeterlo, a me non sembra punto metafisico o sentimentale. Giobbe non rinnega la scienza, non dispregia la vita : egli chiede solo al sapere quella pace, che prima ebbe chiesto a Dio, poscia a Satana, ma sempre invano ; e che dovrebbe, secondo lui, derivare dalla conoscenza piena della verità. La quale, fosse pur trista e terribile, non lo spaventa: egli ha sete inestinguibile di essa: vi si affogherebbe dentro ; questa è la sua debolezza o la sua virtù :

Dove 
Mi fosse inferno il vero, io vi starei : 
Il paradiso del beato errore 
Lascio agli stolti ed a' pusilli.

Quello che più lo tormenta è l'insufficienza del suo sapere:

Io sento 
lo sento pur, che pago esser non posso : 
Mirar ti vo', posseder tutta.

egli dice a Iside. L'impazienza di strappare alle labbra della dea impassibile la parola suprema della vita e di riposare finalmente nel seno della verità, lo spinge a varcare le colonne segnate come termini ai voli indomabili del suo spirito.
Non è forse questa la storia perpetua del pensiero umano ? La tristezza desolata di Giobbe proviene dalla riconosciuta disuguaglianza fra il bisogno d'illimitata perfezione e libertà, ond'è travagliato il suo animo, e la ristrettezza miserevole dei mezzi scientifici per soddisfarlo. Deve egli rassegnarsi ? No : gli parrebbe rinunziare alla parte migliore di .sé stesso : alla sua perfettibilità. Onde il problema apparso primamente al suo spirito, provato dalla sventura, non che trovare una qualsiasi risoluzione, si propone alla fine del poema con tragica insistenza. 
E questo prova, se non m'inganno, che le ipotesi più o meno felici nel campo delle scienze fìsiche e morali, e le leggi più ardue rapite dal genio umano al seno misterioso dell essere, possono per qualche tempo appagare gli spiriti più insaziabili, adagiarli in un tal quale riposo, accenderli magari di subiti entusiasmi, quasi fosse in lor potere finalmente la chiave dell'universo; ma l'avidità smaniosa di sempre nuove ricerche ritornerà presto a turbarli ; il pensiero cresciuto di nuove forze, lusingato dalle
recenti vittorie, si getterà animoso per altre vie, tenterà più difficili erte, affronterà enigmi più terribili, sfonderà più gelosi misteri ; riposerà novamente per qualche tempo, e ricomincerà poco dopo il suo tempestoso pellegrinaggio. Il quale se dovesse un giorno aver termine in una quiete e beatitudine universale, io non intenderei più l'evoluzione, nè la scienza, nè la vita. L'idea di questo perpetuo travaglio del genere umano può non essere, anzi non è davvero consolante, se si considera il-nostro bene supremo come un che di stabile e d'assoluto, impossibile ad essere raggiunto e posseduto tutto in una volta da tutto il genere umano. 

Deve perciò l'uomo querelarsi femminilmente delle illusioni perdute, maledire la natura, proclamare la nullità di tutte le cose, profondarsi e cristallizzarsi nella stolta rinunzia di tutto ciò che il mondo può dare a nostra consolazione ed a nostra salute ? La differenza del mio pessimismo da quello di tanti altri sta per l'appunto qui. Il male e il dolore ci attraversano le vie della vita ; la morte dissolve il laborioso tessuto della nostra coscienza individuale, disperde in atomi impercettibili un organismo che ospitò il pensiero, che si credette e fu veramente lo specchio della Natura, il prisma della storia, il tabernacolo dell'Ideale. E che perciò?

Finché ruggendo pugni, giovin leone il dritto            
Oscuro al volgo e da'monarchi irriso,                        
E tra le fiamme e il sangue del prometèo conflitto,        
Vergine Libertà, splenda un tuo' riso ;

Finché tra' naufragosi vortici del mistero
V'è una Sfinge che tacita seduce,
Fra' granitici errori una gemma del Vero,
Negli anfratti del core un fil di luce ;

Finchè una fede in petto, al Ver le ciglia fisse, 
Bella è la morte e nobile il cimento,
O Vita, eterna Circe cui solo doma Ulisse, 
Al tuo magico reguo ecco io m'avvento!
(Poesie religiose. Ballata).

Si, perchè la necessità della vita c' impone l'obbligo di combattere le forze malefiche, ond'è infestata la selva della terra; di adoperare l'ingegno, l'industria, le armi che la natura ci ha dato per diradare e vincere gli ostacoli che si frappongono al nostro benessere, per aver la prevalenza nella lotta cotidiana, per ascendere l'erta dell'Ideale, per proseguire questo crescente fantasma fin dentro agli orti incantati dell'Utopia e incarnare a poco a poco nella realtà gl'iridescenti miraggi, ond' ei si rivela agli eletti. Così, a modo mio di vedere, la conoscenza profonda dell'essere, ancor che fonte inesauribile di tristezza, non ci prostra in un abbandono codardo, non annienta in noi l'energie della vita: ci stimola anzi a valerci armonicamente delle nostre facoltà ; ad esercitare nel limite prescritto ciò che diciamo la volontà per aggiogare al nostro carro le forze ribelli della natura e governarle e dirigerle al nostro meglio ; ci apre il cuore al compatimento e all'Amore dei nostri simili non solo, ma di tutti gli esseri destinati a vivere e travagliarsi nell' infinito : ci rende veramente uomini, ch'è quanto dire esseri morali, consapevoli di sé e delle circostanze, atti a conquistarsi un posto al banchetto dei forti, e conseguire quel summum bonum, onde può essere abile una coscienza destinata a dissolversi in poco e sparire nella universale fluttuazione dell'essere.
Questo dicono in sostanza le Poesie religiose: e questa, se non erro, è la parola ultima della scienza moderna. Dopo tante negazioni e distruzioni è tempo ormai d'affermare e d'edificare qualche cosa. La baracca delle religioni storiche si sfascia, ma l'edificio morale, la religione vera ed universale, s'innalza splendida su basi positive ed umane. La pace che mal si chiede alla pompa di lussureggianti dottrine, non si può altrimenti ottenere che per la conoscenza del proprio dovere e per la coscienza d'averlo compiuto: d'avere, cioè, adoperato, secondo le leggi universali della vita e nella misura richiesta, tutte le nostre forze, in ordine al miglioramento fisico e morale dell'esser nostro e dei nostri simili. A formare in noi questa coscienza deve anzi tutto concorrere la scienza dell'educazione. Non essendo da porre in dubbio che motivo d'ogni nostro movimento o fine d'ogni nostra azione è il vantaggio, tutto si riduce a educare in noi il concetto dell'utile, a modificarlo cioè man mano che i bisogni si moltiplicano, i sensi s'ingentiliscono, il capitale morale si accresce, l'orizzonte morale si slarga. Ogni sentimento umano a me par simile a un raggio, che tanto più si dilata e diffonde, quanto più s'allontani dal centro di projezione. L' amor di sè, che si manifesta così gagliardo nell' uomo primitivo, da non fargli neppur sospettare, che la vita d'un suo simile valga qualcosa di più della sua più grossolana sodisfazione, si viene a traverso la storia dilatando e purificando a segno da giungere al concetto altamente morale che il nostro vantaggio non può assolutamente scompagnarsi dal vantaggio di tutti gli altri esseri, e che il sommo bene dell' individuo consiste appunto nella relativa felicità del genere umano. Onde la carità o l'altruismo, come dicono, non è in sostanza altro che l'amor di sè nel più alto e sublime grado della sua espansione.


O Carità, per te sconfitta cade
L'ira che sul confin torbido eretta
Incaina le genti, e d'empia clade
Le messi infetta.

Disserransi al tuo piè gl'invidi chiostri,
Che alle genti, alle specie un dio prescrive;
Ecco, scevra di vincoli e di mostri
Iside vive.

Sconfinasi la terra, apresi il polo
S'avvivan gli astri al tuo soffio fecondo.
E d'una sola forza e d'un cor solo
Palpita il mondo.

O di luce e d'amor fonte infinita.
Per te santo è il dolore, utile il vero;
Solo per te dell' universa vita
S'apre il mistero.
                            Poesie religiose. Charitas

Altro le direi, illustre professore, ma questa lettera è già troppo lunga; e certe cose non vogliono esser discorse alla leggera. Nè mi sarei attentato di metter bocca nella rilevante questione trattata con sì nobile entusiasmo dal Trezza, se Ella con autorità pari alla benevolenza non mi avesse citato ad esempio di mente colta ed illuminata, son sue parole, che si accosta senza pregiudizi e senza sentimentalismi alla severa ma consolante filosofia dell'Evoluzione, lo ho creduto dover mio confessarle fino a che segno codesta filosofia a me sembri consolante e con quali intenti mi sia ingegnato di rappresentarla nell'arte mia; se non che temo non aver detto abbastanza nè assai chiaramente per farmi intendere.
Supplisca Ella al mio difetto, e mi abbia per suo

                                                                            Obbl.mo
                                                                           Mario Rapisardi.




* ed. Nerbini 1906 (Giobbe)



martedì 21 marzo 2017

"Il ritorno del figlio nel sogno"

Testo di Gesualdo Manzella Frontini pubblicato sul quotidiano di Roma Momento Sera del 4 novembre 1954; vi si ricorda il figlio Ardengo morto in guerra nel sottomarino Corallo nel dicembre 1942. "Un testo struggente, bello, bellissimo".

Gesualdo e il piccolo Ardengo

IL RITORNO DEL FIGLIO NEL SOGNO

Io ero entrato nel sogno quando il mio figliuolo era ancora per via, ed ecco, stava davanti la nostra casa, ma s'era poi fermato in una vasta piazza perché la casa non c'era. Io vedevo infatti la madre in cucina e altri in altri posti, come in separate stanze scoperte, dalle mura certo di vetro, trasparenti: non erano stanze.
Egli veniva incontro a me. 
Insolitamente chiuso quel suo volto ch'era stato sempre chiaro e aperto al sorriso: solo una viva fiamma d'oro, come non mai solare: erano i capelli mossi dal vento o forse da una carezza di dita invisibili.
Aveva le mani in tasca, mi sembrava meno alto e camminava lento quasi strisciava sul pavimento i piedi, ch'erano coperti dagli ampi pantaloni marinari che si afflosciavano in basso, oltre le ginocchia, come sacchi. Sul bavero della giubba da un solo lato due stellette.
Ci abbracciammo, stretti. Egli non diceva nulla, io gli carezzavo il volto e le mie mani erano trepide o agitate, come volessi fissare i tratti riplasmare nella memoria i particolari.
Gli dissi — e lo guardavo per un momento distaccandomi da lui —"Stai bene, caro, ma è strano, mi sembri più piccolo, meno alto».
Egli non rispose, ma sollevò le ampie campane dei pantaloni, dispiegandone le pieghe, poco, e li fece ricadere subito, con un gesto di pudore. 
Erano apparse per un attimo due scarpe di riposo, mal ridotte, quasi due pantofole di pelle sciupata e irrigidita dalla salsedine.

Poi disse: "non ho più i piedi per navigare, papa".
Ma non lo disse con parole, ma io tuttavia intesi. 
Lo abbracciai ancora e lo stordivo, che dentro di me risuonavano, come in un auditorium capace, vibrazioni metalliche, le sillabe appena pronunciate.
« Faremo degli arti nuovi, né alcuno si accorgerà di nulla. Tanto tu devi forse correre? 
Andrai piano. Riprenderai la tua statura, sei bello figlio, come prima sei bello e sei sano, stai tanto bene con la divisa fuori ordinanza ».
Egli mi guardò serio poi mostrava il volto più aperto e sorrideva e gli si illuminavano gli occhi leonati.
Disse: «A Taranto i marinai d'una tradotta si divertivano e sogghignavano perché io andavo piano e strisciavo i piedi sul marciapiede della Stazione. E cantavano una canzoncina di scherno. Sono salito nel vagone. Non capivano ch'io ero un ufficiale, vestito così come sono, in malo arnese veramente. Tirai fuori il mio cronometro », fece l'atto: io rividi il cronometro infrangibile e impermeabile che gli avevo regalato al suo primo imbarco avventuroso nel grande sottomarino, e mi era apparso felice del dono inatteso, m'aveva baciato, figlio mio. Poi continuò: « se fra dieci secondi non mi avete chiesto scusa dell'offesa.. Come mi avessero riconosciuto per una improvvisa illuminazione, due o tre per tutti biascicarono: ci perdoni, signor Tenente ».
« Erano bravi ragazzi, sono tutti bravi ragazzi i marinai, e volevano aiutarmi a ridiscendere. Io non volli perché dovevo mostrare di essere in gamba. E sai, papà, quando fummo speronati, uno dei miei ragazzi, ricordo che stette ad ascoltare i palpiti del mio cuore, fino all'ultimo istante della mia morte ».
Io gli chiesi ancora, e lo carezzavo e lo toccavo, e la mamma sfaccendava e le sorelle andavano per le stanze trasparenti, ma senza nulla vedere: 
« Dove avvenne, figlio mio? ».
Come in una sequenza cinematografìca io assistivo alla favolosa straordinaria avventura rievocata dalle sue parole. Vidi un edificio tempestato di borchie d'argento e di bronzo, ch'io non avevo mai notato.
Disse:  « Vedi quell'argento   e   quel   bronzo?   Quelle borchie son fatte delle nostre medaglie ».
Io non capivo.
Mi guardava arguto e stupiva della mia meraviglia. E intanto la facciata del palazzo prendeva l'aspetto d'un sarcofago imponente, immane, interrotto da colonne di scheletri umani che non davano alcun ribrezzo, ma dolci e pietosi alla vista, candidissimi come le immagini inconsistenti delle allucinazioni, quasi ostie intatte.
Ruppe la soffice atmosfera incantata una voce di bimbo.
«Mamma, mamma, è ritornato il figlio della signora: è ritornato Ardengo ».
Io dissi, fra me, e poi volli dire forte: « La Madonna ti ha fatto la suprema grazia che tu hai invocato, ma l'ha voluta pagata la grazia, cara».
Lei infatti doveva avere udito di là dal mondo il mio richiamo.
Sotto le dita, che passarono ancora tra i capelli di mio figlio, sensibilmente, sentivo il calore del suo capo nella carezza.
Così mi svegliai e nelle palme è rimasta viva la sensazione morbida dei capelli biondi.
                                                                                    Gesualdo Manzella-Frontini




Aci Trezza - i Manzella-Frontini

lunedì 13 marzo 2017

Manzella 1916-1918. Nei lager austro-ungarici della Grande Guerra



Libri prigionieri con Manzella
1916-1918. Nei lager austro-ungarici della Grande Guerra



di Vania Di Stefano

Ho ritrovato la geografia dei lager austro-ungarici della Grande Guerra nelle date autografe scritte sui libri che il sottuffciale prigioniero Tito Manlio Giovanni Manzella (Catania 1 gennaio 1891 - Roma 19 febbraio 1966) ricevette in dono o acquistò nei vari campi di concentramento, usando carte-monete speciali, fra il 30 marzo 1916 e il 18 settembre 1918, data della sua liberazione.
Sulla vita di Titòm (così lo chiamavano i figli giornalisti Igor, Myriam, Mirko; per me era, alla russa, ‘Dieda’, cioè ‘nonno’) ho pubblicato ricordi documenti nel quotidiano La Sicilia, descrivendo il giovane poeta, il ragioniere emigrato in Germania, il collaboratore del Corriere di Catania, il soldato, l’insegnante di lingua tedesca nei ginnasi, lo scrittore; ma sul progetto di una mostra dedicata ai libri della sua prigionia, non potevo che anticiparne qui l’idea, confortato dall’interesse di Nicola Micieli, raffinato artefice di esposizioni, curatore di una rassegna (colpevolmente inedita) di ‘ritratti’ del libro, inteso come creatura viva, sorgente perenne di quell’immaginazione che sa essere salvifica perché è mentale, dunque libera, non seriale e tanto meno tecnologica, virtuale, pubblicitaria, consumistica. 




Il centenario del primo conflitto mondiale lo stanno raccontando le riflessioni degli specialisti corredate dalle fonti di allora: giornali, lettere, diari, romanzi, poesie, articoli, immagini, archivi, oggetti. 


Gli orrori, le stragi, le sofferenze delle anime e dei corpi sepolti vivi nelle trincee, ma soprattutto la follia delle classi dirigenti, dei comandi militari e degli eterni gruppi di potere economico (questi ultimi ancora oggi brindano giurando sul neo-vangelo intitolato Mors tua pecunia mea!), emergono senza i veli dell’elegante retorica patriottica tardo-ottocentesca. Qui non ne scriverò perché mi preme mostrare il già evocato valore del libro, fonte di apprendimento e di terapeutica riflessione, compagno di prigionia e onirico strumento di fuga (dal sogno però ti ridestavano le copertine e le pagine marcate con sinistre timbrature rosso-sangue).  



Catturato nella notte fra il 26 e il 27 marzo 1916 durante un pattugliamento sul fronte di Gorizia, dopo una breve permanenza a Castel di Lubiana e a Mauthausen (sede di un deposito di libri selezionati), il 20 novembre, scriveva a casa da Osstffyasszonyfa (Ungheria): “lavoro e studio le lingue, scrivo e penso a voi”, ma il 3 luglio 1917, conclusasi la decima battaglia dell’Isonzo, l’umore è mutato: “leggiamo i giornali austriaci i quali riportano tutto dai nostri giornali, anche i comunicati di Cadorna... da due mesi non so far più nulla, né leggere né scrivere. Incretinisco, sono ossessionato! Se penso di dover passare qui ancora un inverno mi sento annientare dall’angoscia! Io non ne posso più! Sono vecchio! Non ho conchiuso più nulla. Non ne posso più! Vi bacio! Vi stringo al mio petto. Sogno sempre di voi, le cose più belle e le cose più brutte! È un’ossessione, un disperare e sperare continuo!”. 


Durante la lunga reclusione, paradossalmente molto fortunata perché privilegiata dal grado, la biblioteca illuminò la notte delle morti quotidiane, favorendo la convivenza di lettori e carcerieri, gli uni e gli altri partecipi della comune, fragile condizione umana e rispettosi delle regole imposte da circostanze liberticide. Stando ai manoscritti, non poco di quel che allora abbozzò e in parte pubblicò negli anni successivi maturò sulle pagine degli oltre 150 volumi posseduti, 53 dei quali della collana Universal Bibliothek (Lipsia), 5 della Bibliotheca Romanica (Strasburgo). Li ho schedati e ordinati secondo la data di acquisizione sì da percorrere, a un secolo di distanza e lager dopo lager, l’itinerario di lettura o di semplice consultazione curiosa (sporadici i segni di matita e rare le postille). Non mancano le dediche di compagni di prigionia e di donatori italiani, come Virginia Boggio Lera. Il fratello Gesualdo Manzella Frontini gli spedì Osservazioni e massime di Georg Christoph Lichtenberg, poi gli procurò un “abbonamento al pane” tramite la Croce Rossa svizzera (una circolare proponeva 2 chili settimanali per 5 franchi), iniziativa salvifica quando la fame iniziò a galoppare sui cavalli dell’apocalisse, azzannando anche gli ufficiali e stremando i carcerieri. 

Prevalgono gli autori di lingua germanica fra cui Martin Luther, Froben Christoph von Zimmern, Paul Rohr-bach, Leopold Freiherr von Chlu-mecký, Bruno Busse e molti altri. Sono tradotti in tedesco esponenti celebri della letteratura europea, ad es.: Cervantes, Gogol, Andersen, Sologub. Accanto alle antologie  poetiche  si  segnalano  monografie e raccolte di fiabe, genere letterario preferito: ve ne sono di austro-ungariche, russe, tedesche, svizzere, albanesi, bulgare, serbe, croate, cinesi. Non mancano classici come La Chanson de Roland e le biografie, in maggioranza di musicisti: Bach, Händel, Haydn, Cherubini, Meldessohn, Chopin, Cornelius, Brahms. I manuali, le grammatiche, i dizionari e i testi di linguistica spaziano fra tedesco, ungherese, inglese, spagnolo, russo. Interessanti due almanacchi bellici e pubblicazioni che stigmatizzano il ruolo politico dell’Italia.
Celebrare i libri di questa inconsueta, rara biblioteca sarà utile per mostrare la sola possibile via di fuga da ogni mostruosa macelleria bellica. A dispetto dei mortali angeli sterminatori non mancheranno mai antichi e nuovi libri salvifici, capaci di farci superare persino le attuali, vitalissime, disarmate, subdole guerre invisibili di matrice bancaria, borsistica, burocratica, oligarchica, politica, psicopatica. Tra le pagine ingiallite di allora e le pagine bianche non ancora stampate si perpetuerà per scripturam quel privilegio straordinario, chiamato vita, che ci fa umani, pensanti e necessariamente solidali, spingendoci, se possibile, a condividere in amicizia questo fugace soggiorno terreno.

  STORIA/E R



Marussja Manzella: Io, sorella di Igor Man